7 giugno 1998. Alcune volte è fin troppo fastidioso riavvolgere il nastro dei ricordi. Venti anni esatti, allora come oggi il Mondiale era alle porte. Lievi differenze: si giocava in Francia, l’Italia c’era eccome. Cesare Maldini ragionava su una nuova staffetta da Messico ’70. I bar sostanzialmente erano divisi tra Baggio e Del Piero. Quella domenica di giugno, almeno, si potevano attenuare i contrasti. Finiva un Giro d’Italia che aveva messo tutti d’accordo, davanti alle tv e sulle strade. Sui frigo dei gelati, si accalcava più gente per leggere la Gazzetta che per prendere l’ultimo cremino. I giochi ormai erano fatti.

L’ultima tappa, da Lugano a Milano, riportava dalla Svizzera Marco Pantani definitivamente in rosa e finalmente vincitore. Sarebbe salito per l’ultima volta sul gradino più alto del podio, come ormai accadeva già da una settimana. Non che fosse stato tutto scontato, perché quel Giro il Pirata se l’era andato a prendere anche quando la partita poteva sembrare chiusa. E a tratti lo era stata eccome.

 

La copertina della Rosea, il giorno dopo.

 

Aveva iniziato a sudare tre settimane prima Pantani, il 16 maggio. Crono prologo, in Francia, Nizza su Nizza. I pronostici dicevano Alex Zülle e si sarebbero rivelati esatti. Non che ci fossero molti dubbi, visto che lo svizzero era tra i favoriti e contro il tempo sapeva correre più veloce del cronometro, come aveva già fatto proprio in casa sua, a Lugano, quando due anni prima si era messo sulle spalle la maglia iridata. E a quel Giro Zülle ci arrivava anche da vincente, perché per due edizioni di fila si era messo sotto la bici la Spagna e con la Vuelta aveva imparato come si domassero quelle grandi corse a tappe che accarezzava già dal ’95, quando al Tour era arrivato primo tra tutti quelli che si erano consumati invano i pedali per cercare di rovinare l’ultima magia di Miguel Indurain. Sulle strade di Francia, qualche carta se l’era giocata anche Marco Pantani, malgrado la forma non fosse ancora una volta delle migliori. Più che per la classifica era andato lì per le tappe e una paio era riuscito a portarsele a casa, in una seconda settimana che lo aveva visto attaccare all’Alpe d’Huez e bissare sul traguardo di Guzet-neige. Non sarebbero valse il giallo, ma il bianco del miglior giovane sì e anche la sensazione fosse arrivato il momento di veder sbocciare quel ragazzo nato al mare solo per uno strano scherzo del destino, che in montagna rinasceva nel dolore e più che contro gli avversari la sua corsa la faceva su una sfortuna più grande di lui. Solo un’impressione, purtroppo, perché l’album delle sventure doveva ancora completarsi. Primo tra le nuove leve, Pantani sul podio ci era finito anche in ottobre, in Colombia. Un Sud America mondiale, traguardo a Bogotà. Sotto l’acqua parte lo spagnolo che non ti aspetti, Abraham Olano. Gli si mettono dietro l’iberico più noto, Indurain, con Marco e Mauro Gianetti. Non riusciranno a riprenderlo, ma in volata arriverà almeno il bronzo. Altri titoli, nuovi indizi. Pantani di Cesenatico è il nuovo che avanza, l’Italia del domani. Non ci fosse il fato, sarebbe veramente così. E invece, neanche dieci giorni dopo le gioie iridate, ci aveva pensato un Suv a riaggiornare il breviario della sfiga, sul una discesa della Milano-Torino. Tibia e perone da ricostruire e carriera a rischio. Ma l’aveva rimessa in sesto Pantani, la carriera, tornando a pedalare cinque mesi dopo intervento, punti e riabilitazione. Eppure, ci sarebbe stato ancora da lottare.

 

Un’altra storica immagine di ciclismo: la salita a Plan di Montecampione.

 

Nel ’97 si era presentato al Giro, ma un gatto lo aveva costretto al ritiro. La malasorte nuovamente sul sellino, scomoda passeggera che sembrava essersene scesa a luglio dello stesso anno. Stavolta Tour, ancora Tour. E ancora l’Alpe, domata per la seconda volta, insieme al podio sui Campi Elisi, dietro il tedesco Jan Ullrich e l’idolo di casa Virenque. Se non altro poteva bastare per tornare a vedere con ottimismo al futuro. Il Giro del 1998 è obiettivo possibile, anche perché Beppe Martinelli ha cucito tutta la Mercatone Uno come un vestito perfetto per il Pirata. Si punta alle montagne. Nel mentre, limitare i danni. Marco lo fa, almeno nel prologo. Zülle si prende tappa e maglia rosa, ma Pantani riesce a restare distante solo 39’’. Il momento per provarci arriverà dopo.

La prima settimana scorre via senza scossoni. Lo svizzero cede il bottino solo a Hončar e Bartoli, ma se lo riprende in Irpinia, il 22 maggio, quando la strada ancora deve iniziare a salire. Pantani è lì, guardingo. Osserva e lascia sfogare finché la corsa non inizia a risalire lo stivale. E arrivata nella sua Romagna, prova a scuoterla giusto un po’, per saggiare la gamba. Il 27, da Macerata a San Marino arrivano i primi strappi, quasi colpi di avvertimento. Zülle risponde e tiene, ma le salite ormai stanno per arrivare. Tre giorni più tardi, Schio-Piancavallo è la prima vera tappa per Marco, che infatti attacca e assesta pedalate che non vanno a vuoto. Lo svizzero perde 12’’, mentre alla contesa si è aggiunto anche un russo, Pavel Tonkov, che il Giro l’ha già vinto due anni prima e ora vuole riprovarci. Ma in Friuli vince il Pirata, nonostante la rosa resti lontana. Lo sarà ancora di più il giorno dopo, tempo di cronometro. Se in Francia Marco ha tenuto, a Trieste sono lacrime e sangue. Zülle ha la gamba dei giorni migliori, pedala a una media superiore ai 53 chilometri orari. Non solo vince, ma umilia, perché arriva fino al punto di riprendere Pantani e superarlo, schiantando quei 3’ di anticipo con cui il Pirata si era mosso dai blocchi. Il ritardo finale sarà di 3’48”. Quando si riparte da Udine è completamente tutto da rifare, con un Tonkov in più col quale fare i conti. Ma manca ancora una settimana e tre salite: praticamente una vita ciclistica.

 

Al minuto 39’14”, si vede il plotone di motociclette e automobili quasi spingere Zülle a riprendere Pantani, in un sorpasso che è quasi un’umiliazione.

 

Il 2 giugno è la tappa numero 17, ma stavolta Marco Pantani ha troppa forza per guardarsi anche dalla simbologia della sfiga. Si va da Asiago a Selva di Val Gardena, su per le Dolomiti, per il Passo Fedaia. Lì o hai gamba o non lo reggi il 18% di pendenza. Ed è lì che Marco scappa, con Giuseppe Guerini. I due vanno da soli, dietro di loro il vuoto. Zülle prima fora, poi si ritrova senza gregari. Tonkov arranca e alla fine decide di difendere perché non ne ha per attaccare. Su Rai 3, intanto, si sono incollati agli schermi in 4 milioni, con Adriano De Zan che annuncia la vittoria di Guerini e la rosa finalmente sulle spalle di Pantani.

 

Gli ultimi chilometri di salita a Montecampione, nella cronaca di Adriano De Zan e Davide Cassani, con Tonkov in maglia Mapei, Pantani in rosa e Guerini che rincorre. A 7’59, a meno 3 km, lo scatto definitivo.

 

Lo svizzero ormai è fuori, ma resta Tonkov, che in montagna va e la gamba l’ha conservata. Infatti il giorno dopo attacca, verso Pampeago. Spinge forte il russo, ma Marco gli resta a ruota, tatuato fino al traguardo, dove lascia andare la vittoria di tappa ma di fatto ipoteca quella del Giro. Ormai manca solo il punto esclamativo, che arriverà neanche ventiquattro ore più tardi. Ancora montagne, stavolta verso la Valle Camonica. Sono altri 243 chilometri di sudore. Tonkov si gioca tutto, ma non ne ha più. Pantani pure ha raschiato il fondo del barile, ma più aumenta il dolore e più tira su per i tornanti. Alla fine il russo si stacca, quando Marco si volta, sotto lo striscione di Montecampione non ne vede neanche più la sagoma. È l’ultimo acuto, quello definitivo. Di lì in poi, solo difesa. Il 5 giugno è normale amministrazione, il 6 la cronometro fa nuovamente paura ma finisce con l’essere un altro pomeriggio di gloria: addirittura 5’’ guadagnati. Davanti le tv, intanto, gli spettatori sono saliti fino a 5,8 milioni.

 

Il podio finale del Giro d’Italia 1998, con Guerini alla sinistra e Tonkov alla destra del Pirata, stavolta davvero profondamente sorridente.

 

Il 7 giugno 1998 a Milano piove, ma non frega niente a nessuno. I Mondiali devono ancora iniziare, ma l’Italia ha già vinto. La passerella finale spetta a Gian Matteo Fagnini, ma si aspetta solo l’incoronazione di Pantani, che sul podio sorride e dà quasi l’impressione gli si possa finalmente leggere dentro la gioia, in quegli occhi troppo spesso occupati da una fatica da battere e dalla paura contro cui pedalare. Sarebbe successo ancora, pochi mesi dopo, al Tour, prima che tutto iniziasse a somigliare al cielo di quel giorno di giugno a Milano.

 

Immagine copertina, la vittoria a Piancavallo ©Bettini – BettiniPhoto©2011