Entrare nel mondo Roma, in quel famoso ambiente-Roma, quasi scritto tutto attaccato come se fosse un’unica parola, è compito arduo e sfiancante. Nel trattare questioni riguardanti i giallorossi, infatti, si corre il rischio ben più che altrove di rimanere invischiati in dinamiche sentimentali, in prese di posizione barricadere da pro o contro, Roma o morte. Per questo il primo passo consiste nel prendere un bel respiro, rimanere lucidi, sentire le opinioni un po’ di tutti ma infine ragionare secondo una direzione, quello che a Roma è (quasi) sempre mancato.

 

Mercoledì 6 Marzo 2019, la Roma dopo 120′ sofferti abbandona la Coppa dei Campioni; Giovedì 7 Marzo 2019, la società decide di sollevare il tecnico Eusebio di Francesco, all’ultima chiamata, dal ruolo di allenatore. Ma cosa accomuna queste due giornate? La retorica paradossale che le ha seguite e accompagnate, l’ideologia che come una nube ha avvolto e mascherato le questioni. Partiamo dall’eliminazione. Televisioni, giornali, radio romane, tutti ad alimentare un unico coro: il mancato VAR, siano dannati Marciniak e Cakir! Che sia chiaro, il rigore su Schick era evidente come quello su Fernando, e come tale andava sanzionato; poi quando non c’è il VAR perché non c’è il VAR, quando c’è perché c’è, fatto sta che la morale è sempre una: la Roma torna a casa sconfitta e beffata.

La parata di Alexander Arnold nella scorsa semifinale di Champions: con il possibile 3-2 e la superiorità numerica, ma soprattutto con un Olimpico diventato una bolgia, si sarebbe ancora dovuta giocare mezz’ora (e quello non fu l’unico errore che penalizzò la Roma nel doppio confronto)

E va bene, mettiamo tutto questo agli atti; ma si può parlare per una sconfitta del genere solo degli episodi? Fosse maturata contro il Barcellona, si sa, certi turni li puoi passare solo con un aiuto del destino, ma guardiamo in faccia la realtà: la Roma è stata eliminata da una squadra mediocre, e dobbiamo smetterla di fornire alibi a un ambiente che ha fatto del vittimismo la propria essenza. Basta con dichiarazioni quali Il Porto è una buona squadra, se non addirittura una squadra forte: dipende sempre dal termine di paragone, buona o forte rispetto a chi? Perché dobbiamo ricordarci che il palcoscenico è quello della Champions League, e nell’Europa che conta, soprattutto nelle migliori sedici, il Porto non è una squadra forte, tutt’altro.

 

Sono scivolati via come se nulla fossero 90 minuti della Roma impalpabili, infingardi, passivi: un’intera partita in cui la semifinalista in carica si è fatta dettare il ritmo dai padroni di casa, discreti nelle trame offensive ma con grossi problemi difensivi e di interdizione. Eppure la Roma era timorosa, spaventata, senza gioco e senza idee: le statistiche ci dicono che il rigore di De Rossi è stato l’unico tiro in porta in 120 minuti, contro i 9 dei portoghesi nello specchio e i 28 totali. Nei supplementari è venuta fuori la qualità dei giallorossi solo perché il Porto era comprensibilmente stanco, e comunque quella qualità, nei piedi di Dzeko, si è trasformata in un incubo, nel preludio della fine. Di questo si dovrebbe parlare, del fatto che la squadra di Di Francesco ha creato solo un paio di occasioni contro una squadra con evidenti amnesie difensive, ed entrambe nei tempi supplementari.

L’inconsolabile delusione e la solitudine di Alessandro Florenzi, responsabile dell’ingenuo fallo da rigore valso la qualificazione ai Portoghesi (Foto di Octavio Passos/Getty Images)

Tuttavia, lo sappiamo, è più comodo parlare di VAR, ma fino a qui non ci sarebbe nulla di nuovo, soprattutto per il calcio italiano. Il problema si evidenzia ancora di più nel dibattito intorno al (possibile e poi ufficiale) esonero di Di Francesco: ecco dove abbiamo assistito ad interventi scomposti, dichiarazioni fuori luogo, schieramenti No e Sì e tanto ma tanto benaltrismo. Facciamo una premessa, perché ormai valgono più le premesse delle conclusioni: Di Francesco è l’ultimo colpevole per la stagione della Roma. Prima bisogna mettere sul banco degli imputati, nell’ordine che preferite, il direttore sportivo Monchi, autore di un mercato imbarazzante, i vertici societari e infine gli stessi giocatori (perché non dimentichiamoci che i giallorossi sono usciti dalla Champions per tre errori individuali – Manolas, Karsdorp e Florenzi – e sono stati proprio i calciatori a scendere in campo al derby camminando, ad incassare 7 gol dalla Fiorentina dimenticandosi delle regole base da scuola calcio, a subire un’umiliante rimonta a Cagliari 11 vs 9 e via discorrendo).

 

Ma tutto ciò, e questo deve essere chiaro, non era sufficiente per la conferma di Di Francesco: pur essendo l’ultimo colpevole, pur avendo nettamente lo spogliatoio dalla sua parte. Quella tra il tecnico abruzzese e la Roma sembrava una storia d’amore tra due ragazzi innamorati che si stavano facendo del male a vicenda. La squadra certamente era con lui – lo dimostrano le dichiarazioni post-gara di De Rossi o i commossi saluti-social dei calciatori al mister -, ma nel modo in cui si vuole ancora bene a una ragazza con la quale si è stati per tanti anni, con cui però il legame si protrae unicamente per inerzia. I giocatori in campo non rispondevano più: lo dimostravano quelle partite insieme a molte altre, e i sempre più limitati colpi di coda non erano sufficienti per proseguire insieme.

Eusebio Di Francesco sotto la pioggia dell’Artemio Franchi, in quell’umiliante e indimenticabile 7-1 che ha definitivamente incrinato il rapporto con la proprietà (Foto di Gabriele Maltinti/Getty Images)

Per concludere, Di Francesco gode di tutta la nostra stima, sia umana che professionale – per lui parlano i risultati, con cui è entrato di diritto e dovere nella storia della Roma – ma nulla lasciava pensare che potesse riprendere la situazione, anche perché, e questa forse è l’unica grande colpa che ci sentiamo di attribuirgli, il tecnico sembrava non aver assolutamente capito per quale motivo la squadra vivesse di pochi alti e tanti bassi (oppure, ancora peggio, se lo aveva compreso non era stato in grado di correggere la rotta). Semplicemente, le cose finiscono, soprattutto a Roma: non c’erano più le energie, era terminato un ciclo.

 

Adesso si prepara l’ennesima rivoluzione restauratrice: la rescissione del ds Monchi è ormai notizia ufficiosa, e a breve verrà pubblicamente dato l’annuncio. Significa ripensare, almeno in parte, una strategia di mercato che doveva essere la base strutturale per la Roma dei prossimi anni; Monchi si è scontrato con il calcio italiano, anzi con quel famoso ambiente-Roma, uscendone letteralmente con le ossa rotta. Una sconfitta professionale e ancor prima umana, per uno come lui, di portata enorme, ma questo è un altro discorso.

 

Nel frattempo sulla panchina si è optato per la soluzione migliore al momento, per il meno peggio, direbbe qualcuno: Claudio Ranieri, romano, romanista e testaccino. Perché soprattutto di questi tempi è meglio avere un allenatore esperto, che magari non accenda gli entusiasmi ma conosca a fondo la piazza, piuttosto che un innovatore con tante belle idee venuto da fuori. Ranieri ad oggi era la migliore opzione possibile, e non a caso sembra che sia stata un’operazione voluta, o quantomeno pesantemente approvata, da Totti prima e De Rossi poi. L’obiettivo è motivare un gruppo stanco, svuotato e privo di motivazioni ad impegnarsi nella volata Champions, traguardo imprescindibile per i giallorossi. Solo il tempo ci darà delle risposte, tanto sul futuro di Ranieri quanto su quello della squadra. Nel frattempo, se ce lo permettete, lanciamo un solo appello, soprattutto a radio romane e dintorni: smettetela di leggere le situazioni con la lente dell’ideologia, per non dire con quella degli interessi particolari, perché così si crea solo tanta, ma tanta, confusione.