Per chi è nato col mito di Sir Alex Ferguson, non è facile giudicare senza estrema severità lo scenario che, già al minuto 82, si presenta sugli spalti dell’Old Trafford: centinaia di seggiolini rossi spiccano tra l’ormai non più numerosa folla Red Devils, nel desolante clima di Manchester. Lo United è sotto per 0-2 contro il Tottenham, e di lì a pochi minuti si vedrà costretto ad un passivo ancora più pesante (0-3). E mentre qualche tifoso prova a dedicare un ultimo, e disperato, coro a José Mourinho, a sovrastarlo c’è la voce dei tanti tifosi Spurs, impietosi con Mou:

“You’re not special any more”.

 

Un passivo che toglie il fiato

 

Se Il Foglio, in un articolo premonitore, già parlava di “wengerizzazione” di José Mourinho, noi preferiamo ripartire dall’essenza dell’allenatore portoghese, per cercare di indagarne il lento e inesorabile appassimento. Una stagione, quest’ultima, che iniziava tra le polemiche di un mercato al di sotto delle attese e la vittoria contro il Leicester per 2-1 all’Old Trafford. Fascia da capitano a Pogba, quel giorno. Tanto per aumentare la confusione, già alimentata dal francese a poche ore dall’esordio in Premier League con alcune dichiarazioni poi celate dallo stesso Mou.

 

Un gesto simbolico, certo, quello della fascia, ma rivelatore di una crisi ormai difficile da nascondere. Se è vero che il simbolo, in quanto tale, è sempre simbolo di qualcosa, ecco, quell’atto simbolico, quella fascia da capitano data a Paul Pogba (chi meno di lui aveva il diritto alla fascia da capitano dei Red Devils?) voleva mascherare un’evidenza, una rottura insanabile tra José e il gruppo, tra Mourinho e lo United, tra lo Special One e la Premier League. E chi meglio di Pogba rappresenta il connubio di spese folli per risultati mediocri?

 

Mourinho sotto la Stretford End, ieri, a fine partita

 

Eppure Mou, gli applausi, se li è presi anche ieri. Un atteggiamento, quello dei tifosi dello United, che possiamo ben collocare tra il fondamentalista e lo sciocco. Fondamentalista, perché l’appoggio al proprio manager, che qui ha comunque vinto, e alla propria squadra, non viene mai meno. Da queste parti è un dogma. Sciocco, anche. Perché è evidente che continuare con Mou, in questo momento storico, è deleterio. In primis per il rapporto venutosi a creare internamente tra il portoghese e la squadra, lo staff e la presidenza. In secundis per la crisi (ormai evidente) dello stesso Mourinho. E non parliamo di una crisi nuova, ma di una crisi sempre nuovamente antica, che è nel DNA di Mou ma che mai, fino a ieri sera, aveva toccato un punto così basso. Del gioco, inutile parlarne. Della reazione, fa tenerezza e ed è preoccupante dirlo: lo United ha reagito, ha speso moltissimo sul terreno di gioco, e ha perso per 0-3.

 

Gli applausi per Mou, dunque, suonano inquietanti. Davvero questa gente, davvero questo popolo meraviglioso e questo stadio leggendario, si è dimenticato non del proprio passato ma delle proprie origini? Origini gloriose, vincenti, divenute Storia con Sir Alex in panchina. Poi, più nulla (o quasi). Una crisi dei fondamenti che investe più campi: dalla mancanza di giocatori inglesi di livello (non Jones e Smalling, tanto per intenderci), ad un mix di grandissimi nomi buttati un po’ a caso nella mischia (l’ultimo caso è quello di Alexis Sanchez: folle la sua scelta di preferire Mou a Pep)Una squadra costruita male, specchio delle idee del proprio allenatore, confuse, annebbiate, e non più adatte a vincere. Non oggi, non in Premier, né forse altrove.

 

Il gol che ha sbloccato l’incontro. A decidere è il solito Harry Kane

 

“Three-nil but also three Premier League titles. I won more, alone, than the other 19 managers together. Three for me, two for them”.

Dichiarazioni che non ci sentiamo nemmeno di definire alla Mourinho. Non c’è aggressività, né grinta, in queste parole. C’è del risentimento, della paura, c’è il ricordo estenuante e sterile di un passato ormai lontano (e non per una questione di tempo, ma di calcio). Un adagiarsi sugli allori che è tipico dei perdenti, e non dei vincenti. Mou ha bisogno della polemica, per vincere. E la polemica, da vincente, se l’è sempre creata. Ma da qualche tempo i suoi avversari hanno capito il gioco, e lo hanno assecondato. Nessuna guerra, nessun vincitore. Nessuna diatriba, nessuna risoluzione. E intanto lo United muore.

 

C’è però da elogiare il Tottenham. Insieme a Liverpool, Chelsea e Watford, gli Spurs sono l’unica squadra a punteggio pieno dopo tre giornate. Il match dell’Old Trafford può rappresentare l’evento di svolta per Pochettino e i suoi. In un clima di grande attesa per il riscatto dello United, già sconfitto la settimana precedente dal Brighton, è arrivata una prestazione sontuosa, specie nella ripresa, dei nord-londinesi. Dopo un primo tempo in cui l’episodio più importante era capitato tra i piedi del costosissimo (e sopravvalutatissimo) Lukaku, che aveva sbagliato un tiro a porta vuota, nella ripresa c’è stato solo il Tottenham.

 

Il gol del 0-3 di Lucas. Perfetta immagine del dominio Spurs

 

Le parole di Mou nel dopo-partita, che invocava alla stampa “Respect, respect” per la propria carriera, andrebbero riservate al Tottenham e al suo conduttore, Mauricio Pochettino. E mentre Lucas fa sognare (doppietta e partita di grande sacrificio, per il verdeoro) e Kane è una conferma, gli Spurs si proiettano come papabili al titolo. Alli, Eriksen, Dembelé, Lloris. Con l’incognita Son. E un sistema difensivo che Pochettino, proprio come Klopp, sta imparando ad affinare. E Mou? Peggior sconfitta in casa da manager nell’intera carriera. Dopo tre giornate, lo United ha già perso lo stesso numero di partite che il City ha perso lo scorso anno in Premier League, in tutta la stagione. Nascondersi non è più possibile. Il fallimento è globale, ma il teatro di Mou, ora, rischia di chiudere per sempre.