Terra millenaria, la Penisola Araba ha visto, nel corso della storia, varie potenze dividersi il predominio su di essa. Chi con le armi, chi con la forza del culto (o con entrambe), gli scenari geopolitici arabi sono mutati di continuo. Ma c’è un padrone incontrastato del Medio Oriente, il deserto, il quale s’impone per 2 milioni di chilometri quadrati. Ogni granello di sabbia è intriso nella cultura islamica, rappresenta l’immensità in cui gli arabi sono comunque riusciti a orientarsi, commerciare ed edificare. Alla fine del secolo scorso, la superpotenza americana rimaneva l’unica grande nazione a non aver messo piede sulle dune sabbiose arabiche. Gli USA hanno però scelto di farlo in un momento particolare, chiamando la loro spedizione Desert Storm.

 

Eppure, ai marines si unirono le forze alleate inattive, per la maggior parte, dal secondo conflitto mondiale. I più competenti eserciti del globo uniti contro un nemico unico, Saddam Hussein. Dal 1979, indiscusso leader iracheno, capo di ogni singolo apparato statale e soprattutto membro di Ba’th, il partito del risorgimento arabo socialista. La rievocativa minaccia sinistroide affiancata a un bel po’ di giacimenti petroliferi, motivazioni appetibili per la chiamata in causa degli Stati NATO. Quando, un decennio prima, Jimmy Carter dichiarò che «…il tentativo di una forza esterna di controllare la regione del golfo Persico sarà considerato come un assalto agli interessi vitali degli Stati Uniti d’America, e come tale sarà respinto con tutti i mezzi necessari, inclusa la forza militare» prese le distanze dalla dottrina Monroe, preventivando già l’attacco in situazioni critiche. L’invasione del Kuwait da parte di Saddam Hussein “legittimò” ogni intromissione militare, soprattutto a livello mediatico. Ebbene si, perché con l’avvento dei mass media, la prima guerra del golfo ebbe una copertura televisiva senza eguali.

 

Saddam Hussein (1937-2006)

 

Quasi tutti abbiamo “visto” le immagini di quelle battaglie. A beneficiare della belligeranza furono soltanto le nuove tecnologie distruttive in uso, come l’uranio impoverito, fattore chiave nella decimazione della popolazione civile locale per la sua tossicità, sprigionata a pieno in proiettili perforanti e munizioni da cannone.  Ciò che la prima guerra del golfo lascia sono soltanto perdite, umane con 200.000 innocenti civili uccisi, ed economiche, poiché l’Iraq, una volta cardine del piano finanziario mesopotamico, è persino costretto a richiedere gli aiuti umanitari. Per la popolazione il dopoguerra è struggente, le sanzioni imposte dalle Nazioni Unite aumentano, gli Stati Uniti provano a rimediare con il programma Oil for Food, una sorta di sussistenza mercantile dove il petrolio iracheno poteva essere venduto solamente in cambio di beni di prima necessità. Gli abitanti locali sono le uniche vittime della contesa, perdono in toto le grandi infrastrutture su cui si fondava la loro abbiente società, ed ereditano un inasprimento del regime dittatoriale.

 

Saddam rafforzò un dilagante nepotismo in ciascun ente amministrativo, e soprattutto riuscì a eliminare l’unico motivo d’orgoglio rimasto al proprio popolo, la grande nazionale di calcio. Agli albori del mandato di Saddam, quando ancora si proponeva come fervente e democratico panarabista, il pallone non fu minimamente intaccato dall’oligarchia, anzi, restò in mano a ex calciatori e ai presidenti delle società assolutamente indipendenti. Ragion per cui, il sistema calcistico iracheno svettava su tutta l’Asia minore, prevalendo sugli eterni nemici iraniani. Qualificatisi alle fasi finali dei mondiali spagnoli e messicani, vissero la loro epoca d’oro vincendo ogni singola manifestazione continentale.

 

Paraguay v Iraq durante il mondiale di Messico 86 (foto STAFF/AFP/Getty Images)

 

La squadra si fondava prettamente sulla coppia offensiva formata da Ahmed Radhi e Hussein Saeed, personaggio da 795 reti in carriera con la maglia dell’Al-Talaba. Fra i pochi meriti da riconoscere al despota, c’è quello, ambiguo, di non aver autorizzato la partenza all’estero di Saeed, così da farne il simbolo quasi nazionalista della supremazia sportiva irachena; soltanto un certo Pelè è riuscito a fare meglio. A fare da coadiuvante ai gemelli del gol arabi vi era l’ala Ali Khadim, calciatore noto soprattutto per l’ottimo mancino. Khadim ebbe purtroppo una breve carriera; la leva obbligatoria nella prima guerra del golfo gli fece appendere gli scarpini. Si sarebbe consolato appena dopo, il 19 dicembre 1993, quando nacque il nipote Ali Adnan.

 

In Italia abbiamo imparato a conoscerlo, soprattutto a Udine, per il suo temperamento focoso, caratteristica spesso penalizzante. Nascere in uno scenario apocalittico, dove bisogna inizialmente preoccuparsi della propria esistenza più che della propria carriera, ha conseguenze determinanti. Adnan ha appresso tanto dallo zio, sinistro degno di nota e soprattutto un sentimento patriottico distinto dal marciume governativo. In sostanza, Ali Adnan ha ripercorso le ambivalenti orme del familiare. L’esecuzione di Saddam aprì la strada all’ISIS, cioè a un nuovo focolaio di guerra al quale il terzino era già preparato. E’ cresciuto in un’era spartiacque, con l’Iraq stremato da continue dispute e la sua scena politica rivoltata dopo la scomparsa del Generale.

 

Ali Adnan insieme a Younus Mahmood nel 2014 (foto Warren Little/Getty Images)

 

Anche stavolta, i Leoni di Babilonia erano pronti a prendersi il Paese, in modo da distrarre la popolazione da altri orrori che sarebbero stati insopportabili. La riqualificazione tecnica dell’apparato calcistico, con bomber Saeed a capo della federazione, permise ai talenti emergenti di avere ingenti opportunità di sbocco. Ali Adnan le sfruttò, voleva sconfiggere i massacri e salvare se e i sette fratelli dalla catastrofe. Insomma, Adnan voleva far ripartire l’Iraq dai suoi piedi. La scossa motivazionale arrivò con l’uccisione del compagno di squadra Abdu Hara da parte del Daesh, evento fondamentale che lo convinse a cambiare casacca e indossare quella mimetica. Nel 2013, Adnan si stava già inserendo nel football europeo, da esterno a tutta fascia nei turchi del Rizespor.

 

Appena ventenne e una propulsione fisica immane, tecnica valida per calciare rigori e punizioni e Roma, Galatasaray, Napoli, Chelsea e Siviglia sulle sue tracce. Concorso di priorità, le cifre esorbitanti aspetteranno, nel frattempo Tikrit, Mosul e Qaim sono state inglobate sotto l’egida del califfato. Per un’estate, rimandando la cavalcata mitteleuropea di una stagione, Adnan imbraccerà il fucile per difendere l’Iraq dalle minacce fondamentaliste, in onore del compagno caduto. E’ sbarcato dalle nostre parti, in Friuli, onde evitare di bruciare precocemente le tappe. D’altro canto, Adnan aveva bisogno di trovare serenità, di lavorare lontano dalla pressione, perché ricevere notizie da casa ha un logico e tragico peso maggiore.

 

In azione contro Salah, in un duello tutto orientale (foto Dino Panato/Getty Images)

 

L’esordio in Serie A è stato incredibile, l’unico calciatore iracheno ad aver militato nel campionato italiano. Le prestazioni sono degne di nota, è impiegato inoltre come terzino basso per migliorare le sue capacità difensive. Il 26 febbraio 2016 è il giorno in cui Ali Adnan capisce davvero di essere arrivato, ha personalmente battuto la crudeltà delle battaglie con la propria passione. Un rocambolesco calcio piazzato fa terminare la sfera alle spalle di Perin, a Marassi Ali Adnan ha segnato il suo primo gol in Serie A. L’esultanza è un climax di emozioni. Prima svuota tutta la rabbia con un urlo cavalleresco, poi si lascia andare alla meritata commozione.

 

Ora è in forza all’Atalanta. Nel club bergamasco necessita pratica per apprendere gli schemi di Gasperini. La carta d’identità parla a suo favore, ma ora come ora, Adnan veste la fascia di capitano della Nazionale e sta raccogliendo i frutti della sua perseveranza. L’Iraq guarda avanti con la mano tesa ad Ali Adnan, icona delle possibilità che finalmente stanno tornando reali per le ultime generazioni irachene. Adnan raffigura l’Iraq che esiste e non vuole cedere, dove il Primo Ministro attuale, Barham Salih, è un curdo, torturato al tempo di Saddam. L’estremismo religioso è escluso dalla moderna ripresa irachena, e la convivenza fra musulmani e curdi ha gettato le fondamenta per una completa ricostruzione. Il compito di Ali Adnan sarà di adempire al proprio ruolo. Non quello di un calciatore che deve farsi valere sul campo,  ma quello di un condottiero esemplare per una Nazione alla ricerca di una nuova esistenza.