“Troop 7. Squadrone B. Destinazione: Irlanda del Nord. Per andare con loro avrei dovuto compiere il build up training, ossia l’addestramento specifico. A seconda del tipo di missione, un build up poteva durare da due giorni a sei mesi. Per l’Irlanda del Nord, il fulcro sarebbe stato il combattimento ravvicinato. (…) La calibro 9 era un aspetto. Un altro aspetto era il corpo a corpo, o anche, come molti lo chiamavano, jap-slapping, “sberla del giapponese”. Mi ero fatto l’idea che sarei uscito dall’addestramento nel corpo-a-corpo come una specie di campione di karate. Sbagliato. (…) La filosofia del combattimento ravvicinato era qualcosa di quasi antitetico. Regole? Spiacente, signori, da queste parti vige un’unica regola: mettere l’avversario in condizione di non nuocere, quanto più rapidamente ed efficacemente possibile. Giocare sporco? Sbagliato di nuovo: giocare lurido. In modo da poter fare il lavoro e sganciarsi dalla zona rossa alla massima velocità possibile. Il Reggimento non si trovava nell’Ulster in qualità di forza combattente. Si trovava nell’Ulster per compiere missioni segrete. (….)”.

È il 1986 e questi sono i ricordi di un sergente del 22° SAS (Special Air Service), il Reggimento di Forze Speciali di Sua Maestà la Regina, gli squadroni creati da David Stirling, tenente delle Scotts Guards, nel 1941 in Nord Africa per infiltrare le linee dell’Asse. Da allora i SAS hanno effettuato operazioni convenzionali e non-convenzionali in tutto il mondo: in Malesia, Belize e Kenya per puntellare i rimasugli dell’Impero britannico, a Londra per liberare gli ostaggi tenuti dalla Jihad Islamica nell’ambasciata iraniana, nella guerra delle Falkland per azioni oltre le linee argentine, in Iraq per rintracciare e disabilitare le rampe di lancio dei missili Scud di Saddam e tra le montagne afghane per catturare membri di al-Qa’eda.
Ma verso la metà degli anni ’80, oltre alla pericolosa situazione in Libano e alla virulenza del terrorismo arabo-palestinese, il Regno Unito di Margaret Thatcher continuava a sputare sangue tra i palazzi popolari dell’Irlanda del Nord, sempiterna bestia nera. In questo contesto, il reggimento di Hereford portava avanti operazioni di osservazione, pedinamento, infiltrazione contro membri del PIRA (Provisional IRA) e protezione di membri di spicco delle forze territoriali dell’Ulster; gli operatori agivano quindi principalmente in abiti civili, con capelli lunghi e scarpe da ginnastica o da lavoro, consci che un soldato inglese nelle mani dei terroristi irlandesi o di gruppi come i Macellai di Shankill avrebbe avuto ben poche speranze di sopravvivere. In un ambiente povero e degradato, come potevano essere Belfast e Londonderry, fatto di violenza ed esibizione di machismo, la possibilità di venire alle mani, o peggio alle armi, dentro ad un pub o sulla via del ritorno era più che una probabilità aleatoria.

Forze armate britanniche in azione per le strade di Belfast negli anni dei "Troubles"

Forze armate britanniche in azione per le strade di Belfast negli anni dei “Troubles”

“È fondamentale imparare come controllare una minaccia nell’ambito di uno spazio circoscritto” proseguì il DS [Directing Staff, istruttore, n.d.a.]. “Vicoli dietro edifici, all’interno di un pub, mentre siete in macchina, mentre scendete dalla macchina”. Interessante. “Ancora più fondamentale è imparare ad individuare una minaccia prima che questa si trasformi in pericolo immediato. Essere armati è importante. Sapere come fermare l’avversario usando l’arma stessa è altrettanto importante. Ma se vi manca la conoscenza di come e in che termini applicare quanto sopra, allora siete nei guai. E anche grossi”. (….) L’uomo che insegnava la “sberla del giapponese” si chiamava Mick. Nel Reggimento, quella era da anni la sua specialità. (…) “Quello che v’insegnerò”, esordì Mick, “è il risultato di ventisette anni di esperienza. Di questi, i primi venticinque, durante i quali mi sono dedicato alle arti marziali, sono stati nient’altro che un grande spreco di tempo. Parliamoci chiaro: se siete alti quanto me e pesate quanto me, mentre il coglione che dovete tirare giù è alto un metro e novanta e pesa un quintale e mezzo, allora sapere come tirare due calci e quattro cazzotti serve veramente a poco. Perché se il coglione in questione riesce a piazzarvene sul grugno una tosta, voi andate giù, punto e basta. Prendere una sberla a mano aperta fa male. Prendere un pugno da un quintale e mezzo vi manda a terra come una saccata di merda. E chi siete e quanto ne sapete di arti marziali non conta proprio niente”.

Nella loro asprezza sono parole di grande lucidità. Le arti marziali possono fornire un vantaggio relativo sul proprio avversario, mai assoluto; altezza, peso, velocità, aggressività, stato emotivo, lunghezza delle leve, ambiente di scontro, sono tutti fattori naturali e genetici che difficilmente possono essere colmati quando il divario è troppo grande. Combattere in un ottagono o in un ring inoltre, per quanto duro possa essere, è ben diverso che scontrarsi con tre abituali rissaioli in un locale con spigoli, bicchieri, tavoli, banconi, sedie e acqua rovesciata a terra; non può neanche esistere un canovaccio generale a cui rifarsi. Sbollentare l’avversario e sfinirlo con un progressivo e teso sforzo di leve e lotta a terra può non essere la soluzione quando ci sono più avversari e per terra brecciolino e sanpietrini o vetri rotti.

“La proposta di Mick risultò essere una strana miscela di combattimento da strada, di colpi di karate e di colpi di pugilato, il tutto tenuto insieme con un uso controllato delle armi. Una rissa fuori di un pub di Belfast non sarebbe stato un onorevole scontro a base di regole del judo. Sarebbe stata una roba estremamente rapida, fottutamente caotica e oscenamente sporca. Ed era proprio questo che Mick ci avrebbe insegnato: come combattere più sporco di loro. Ritrovarsi con le spalle al muro in qualche vicolo merdoso dell’Ulster e uscirne facendo Bruce Lee avrebbe destato sospetti. (…) Per contro, uscire da quel medesimo vicolo merdoso lasciandosi dietro una scia di orecchie strappate e di nasi staccati a morsi non avrebbe avuto nulla a che fare con le forze di sicurezza britanniche.
“E una volta che il lavoro al sangue è fatto”, insisté Mick, “l’idea non è incrociare cavallerescamente le braccia e aspettare l’applauso del pubblico. L’idea è andarsene a fare in culo lontano da lì alla velocità della luce”. Tre cardini: aggressività, velocità, sorpresa.

 

L’analisi delle dinamiche di una rissa da strada

 

Il jap-slapping è quanto di più vicino ci possa essere all’uso che del corpo a corpo si faceva quando gli eserciti ad ordine chiuso si scontravano secondo linee e colonne. L’uso delle mani nude per sottomettere un avversario era una risorsa limitata alla perdita delle armi o all’impossibilità dell’uso delle stesse, logica che ancora oggi fa parte del background di unità, come le forze speciali, che data la loro natura sono più esposte ad un contatto di prossimità con il nemico. Insomma, l’uso di tecniche a mano nuda non è il fine, né il mezzo principale, tutt’al più un intermezzo tra contatto ravvicinato e uso dell’arma da fuoco o dell’arma bianca. Quali discipline da cui attingere ciò di cui si ha bisogno è un fatto marginale che dipende anche dalle preferenze dei singoli istruttori e operatori ma anche dalle mode e dalle conoscenze del momento storico. Negli anni ’70-’80 erano chiaramente il pugilato, il karate e il judo mentre oggi, per citare un esempio, il GIS dei Carabinieri sfrutta principalmente la boxe thailandese, il brazilian jujitsu e ancora il judo. Ma la logica e il metodo, che contano più dell’arte marziale in sé, rimangono inalterati.

“Se avete deciso di attaccare, allora attaccate fino in fondo. Pestate duro quanto potete pestare duro e fatela finita. Esitate, e ad andare giù sarete voi. Una volta che siete a terra, vi posso garantire che tornare in piedi è molto, ma molto difficile. Se il coglione da un quintale e mezzo vi ha messo al tappeto e vi sta seduto addosso, ditemi voi come lo fate scendere”. Mick indicò Tiny. “Se a starmi addosso è uno come lui, io gli addento il naso e me la do a gambe levate. Fine dell’incontro”.

 

Il testo citato è tratto da: Andy McNab, Azione Immediata, Tea Edizioni, 1995, Milano, cap. 15, p. 217.