Una sera di agosto Álvaro Recoba veste per l’ultima volta la maglia nerazzurra. A San Siro si sta giocando uno dei quei triangolari estivi, così in voga negli anni duemila, che prevedono partite da 45 minuti ciascuna. Nel mini match contro il Milan, Il Chino scarica da fuori area, con il suo sinistro, un pallone sotto la traversa ad impreziosire il suo repertorio d’autore. Chi è sugli spalti stenta a riconoscerlo con quei capelli rasati quasi a zero. Chi è in campo può vedere un uruguagio dagli occhi tristi, per nulla contento del gol appena realizzato. La rete non fa altro che accrescere la malinconia per un amore, quello tra lui e l’Inter, ormai giunto al capolinea. Mentre il sipario si sta per chiudere, nel cuore del Chino sembra già esserci il rimpianto di non aver potuto dare tutto per quei colori, per non aver restituito adeguatamente l’adorazione riservatagli da quella gente.

 

Recoba esulta dopo aver segnato alla Lazio, nel marzo del 2006 (foto New Press/Getty Images)

 

Un decennio prima, il 31 agosto 1997, Recoba mostrava le stimmate del fuoriclasse all’Italia e al mondo. Quale palcoscenico migliore per rubare il ruolo di protagonista a Ronaldo, il Fenomeno, atteso alla sua prima apparizione alla Scala del Calcio? Un minuto prima del vantaggio del Brescia, Gigi Simoni buttava nella mischia un ventunenne dagli occhi a mandorla, tra un misto di stupore e indifferenza del Meazza. Nel giro di cinque minuti, Álvaro ribaltava il risultato scagliando due missili da trenta metri, uno in movimento e l’altro su punizione. Un battesimo col fuoco che lo proiettava già nel cuore e nell’immaginario collettivo della tifoseria interista.

 

Una delizia per gli occhi. La doppietta di Recoba è da pazzi

 

L’impatto con San Siro è quello del predestinato e Recoba lo è da quando, nell’infanzia di Montevideo, si esercitava con un palla medica su consiglio del padre, per rendere le conclusioni a rete micidiali. Nell’età dell’adolescenza il suo mentore, Rafa Perrone, lo salvava dall’oblio delle opere non pubblicate, ospitandolo direttamente a casa sua per tenerlo sott’occhio. Il ragazzo, nonostante la sua pigrizia cronica, riusciva così a diventare professionista nelle file del Danubio. Poi tramite delle videocassette, circolanti nell’estate del ’97 e ritraenti un Chino con la maglia del Nacional, Massimo Moratti avrebbe avuto un colpo di fulmine. Un amore che per il presidente nerazzurro mai si sarebbe estinto.

 

Malgrado un inizio da favola l’uruguaiano fatica a trovare spazio in quell’Inter e nel 1998 lo si nota solo un’altra volta, a Empoli, dove con un colpo di genio realizza un gol da centrocampo che basterebbe già a consegnarlo alla storia del calcio, senza l’ausilio di ulteriori statistiche. Per vederlo di frequente bisogna aspettare il prestito al Venezia. Con l’aria del lido che forse lo fa sentire a casa, e grazie a mister Novellino che con lui usa sempre la carota e mai il bastone, il Chino veste da subito i panni di uomo del destino. Nonostante la sua indolenza e i ritardi agli allenamenti lo amano tutti, per primo il tecnico, che in campo gli lascia una libertà totale non costringendolo a frustranti tatticismi.

 

Recoba con la maglia del Venezia, in azione contro la Roma

 

Nel prepartita, Novellino prende l’abitudine di non nominare Recoba quando deve dire la formazione titolare ai suoi, e alla domanda “Mister e il Chino?” la risposta è “Il Chino è un fenomeno, là davanti fa quel cazzo che vuole“. Così Recoba macina gol, 11 in 19 presenze, e assist per i compagni. La sua presenza è un’autentica manna dal cielo per il partner d’attacco Filippo Maniero, che aggiornerà lo score dei gol segnati da zero a 12 in metà campionato. Mai si era visto un impatto tale da parte di un giocatore, arrivato nel mercato di riparazione, che stravolge la stagione di una squadra destinata alla retrocessione.

 

A Venezia si fanno vittime illustri come una Fiorentina in corsa per lo Scudetto abbattuta per 4-1, grazie a una tripletta da urlo del fantasista uruguagio, che infine saluterà tutti alla sua maniera, con un calcio di punizione proprio contro l’Inter, nella giornata che certifica la salvezza dei lagunari. Resterà una delle più grandi mezze stagioni della storia del calcio. Poi si pretenderà da Recoba tale rendimento anche in annate intere; impossibile realizzare una tale pretesa.

 

«Nelle ripetute non lo vedevi neanche. Odiava la corsa, la tattica: era disgustato da queste cose. […] Recoba era uno che voleva farsi coccolare, sentirsi importante». (Filippo Maniero)

 

La tripletta del Chino contro la Viola

Al ritorno in nerazzurro l’aria che tira non è quella della romantica Venezia. Recoba non riesce ad evitare all’Inter batoste interne ed europee, come quelle ad opera di Helsinborgs e Alaves; dagli spalti del Meazza non si suonano serenate come in laguna, ma piovono seggiolini. Non è facile fare il salvatore della patria di un popolo che aspetta uno Scudetto dal 1989. Ancora più difficile è sostituirsi in quel ruolo al lungodegente Ronaldo, fuori per il calvario delle sue ginocchia. In un ambiente che Bobo Vieri definisce “inferno”, Moratti caccerebbe tutti tranne il suo pupillo, che intanto viene ricoperto d’oro diventando il calciatore più pagato al mondo. I vizi riservati da papà Massimo non fanno perdere al suo feticcio la repulsione atavica per la corsa e le ripetute. Durante le sgambate nelle giornate di nebbia alla Pinetina, per il Chino è meglio uscire dal gruppo e rifugiarsi al “suo” tavolino, fumare una sigaretta e poi rientrare, come niente fosse, al giro seguente.

 

Recoba e Adriano

 

Un’aria di redenzione per tutti sembra tornare nel 2001-2002 con Cúper in panchina. Dopo il letargo invernale anche il Chino si sveglia in una domenica primaverile nella sfida tra Inter e Roma, le prime della classe, in scena a San Siro nel marzo 2002. Con una doppietta, tra cui una punizione magistrale, e un assist al bacio per Vieri, il Chino firma la più grande prestazione della carriera, considerando anche il peso specifico del match. Il 3-1 ai giallorossi regala punti pesantissimi alla Beneamata che lancia una mini-fuga sulle inseguitrici. Sembra davvero l’anno buono, sia per l’Inter che per la definitiva consacrazione di Recoba, ma entrambe le cose resteranno belle illusioni. Nell’epilogo del 5 maggio tutto verrà vanificato e non ci sarà spazio per colpi di pennello. All’Olimpico nessuna traccia del Chino, come di tutta l’Inter, del resto.

 

«In lui la pigrizia era pari al genio. Enorme. E il conflitto, inevitabile, tra questi due tratti distintivi venne alla fine vinto dalla pigrizia, purtroppo per l’Inter e per la sua carriera». (Sandro Mazzola)

 

Al via della stagione 2002-2003, in un’Inter ormai orfana di Ronaldo, Cúper punta forte su Recoba, quale unico fantasista di una squadra solida. Per comprendere la difficoltà nell’assegnare un ruolo ben definito al Chino, resterà memorabile una conferenza stampa dell’Hombre Vertical, in cui si parla della sua posizione in campo: “Recoba è un centrocampista? Io credo che no. Recoba è un’ala? Io credo che no. Recoba è un trequartista? E’ un attaccante che gioca su tutto il fronte d’attacco, sì”.

 

Recoba insieme a Ronaldo

Álvaro è presente fino ad aprile e contro la Roma al Meazza regala l’ultimo capolavoro prima di sparire. Nella primavera del 2003 il Biscione è in corsa per Scudetto e Champions League e con un Recoba così tutto sembra possibile, ma poi Vieri finisce out e Crespo non è al meglio. Il peso va tutto sulle spalle dell’uruguagio e sarà una zavorra destinata a schiacciarlo. Il tricolore sfuma un’altra volta, e così il derby in semifinale di Champions League del maggio 2003 diventa il crocevia di anni di attese, per l’Inter e Recoba. Nella partita d’andata, il Chino si trova a tu per tu con Dida e non riesce a fare niente di meglio che uno sterile tiro di piatto, diretto in bocca al portiere rossonero. Tutto qua. I tifosi si chiedono che fine abbia fatto il giocatore ammirato fino a un mese prima. Nel match di ritorno la sua presenza in campo dura solo un tempo, per fare posto a un Martins che posticiperà di qualche minuto l’illusione di vedere l’Inter all’Old Trafford.

 

Nel doppio euroderby si è visto solo il fantasma del Chino, assente ingiustificato all’appuntamento, come quando da ragazzino si dimenticò di presentarsi alla finale di un torneo perché impegnato a pescare in compagnia del fratello, in tutta tranquillità. Lì Alvaro fu rintracciato nell’intervallo, e una volta sceso in campo avrebbe condotto i compagni alla vittoria. La delusione e il senso di tradimento fanno capire ai tifosi che, a Milano, Recoba non potrà mai essere un vero leader. Una delusione direttamente proporzionale al suo talento e all’amore covato per lui dal pubblico interista, che in anni di speranze e aspettative lo aveva eletto a simulacro di una fede.

 

«Non è stato il miglior giocatore al mondo solo perché non lo ha voluto». (Juan Sebastian Veron)

 

Con la maglia dell’Uruguay (68 presenze e 10 gol totali)

 

Nella fase crepuscolare della sua avventura nerazzurra, il Chino finisce sempre più ai margini della squadra. Di lui non si hanno notizie per settimane o mesi, ma può capitare che Álvaro illumini ancora sporadicamente San Siro, come in occasione della staffilata valevole il 3-2 contro la Sampdoria allo scadere, nella rimonta dei 5 minuti, nel gennaio 2005. Nel fùtbol invecchiano anche le divinità e se l’allenamento non è il loro forte al giro di boa dei trentanni la linea d’ombra è ormai sorpassata. Così nella corazzata vincitrice di uno scudetto sul campo dopo 18 anni, il Chino si fa praticamente invisibile e si arriva fiaccamente a quella serata di agosto del 2007, con un addio neanche esibito o dichiarato, ma nel silenzio.

 

Fuori dai progetti dell’Inter di Mancini, lo avrebbero atteso esperienze incolori al Torino e al Panionios. E infine il ritorno a casa, nelle file di Danubio prima e Nacional poi, dove Álvaro è di nuovo tra le braccia della madre Montevideo, che per lui ha solo carezze. Le sue ultime prodezze stimoleranno addirittura la proposta del presidente del Tricolor, Eduardo Ache, di innalzare una statua in suo onore, nei pressi del Gran Parque Central, la casa del Nacional, a conferma che il sentimento per Recoba non ha mai ammesso mezze misure: o il nulla o il fondamentalismo.

 

Montevideo, Uruguay, 31 marzo 2016. L’addio al calcio di Recoba (foto Dante Fernandez-Photosport/Focouy)

 

A carriera finita, il Chino si sente chiedere da suo figlio perché alcuni campioni, come Luis Suárez e Marcelo, siano andati a chiedergli un autografo dopo un incontro casuale in un ristorante. Jeremia Recoba è ancora ignaro delle emozioni suscitate dal padre quando, nel fu campionato più bello del mondo, sembrava promettere la luna. Molti gli racconteranno che si tratta del “più grande spreco di talento della storia del calcio”, mentre quelli che lo hanno amato incondizionatamente, come Massimo Moratti, lo ricorderanno con più dolcezza: “Recoba è sempre rimasto un sogno: tu lo mettevi in campo e sapevi che poteva farti in ogni momento la cosa più bella che avevi mai visto”. Un sogno, anche se irrealizzato, a cui è valsa la pena credere.