Jorge Valdano: “Tutti gli allenatori che ho avuto prima delle partite mi hanno sempre detto: Jorge, tira fuori i coglioni, invece la prima volta che lo incontrai, El Flaco mi disse: Jorge, tira fuori i tuoi sogni“.

 

Il Gaucho, mascotte ufficiale della manifestazione e simbolo della nazione argentina, dà il benvenuto alle sedici Nazionali pervenute alla fase finale dell’XI edizione della Coppa del Mondo di calcio. Promessa alla nazione sudamericana fin dal 1966, per motivi politici e organizzativi si è dovuto attendere più di vent’anni per permettere ai tifosi argentini di ammirare le più forti Nazionali del pianeta.

La mascotte di Argentina 78

Il 24 marzo 1976 il generale Videla depone Isabella Peron dopo averla accusata di corruzione. Con i sodali Massera, Agosti e Astiz, instaura la famigerata Junta Militar che, dopo aver proclamato lo stato d’assedio, imprigiona gli oppositori e fa ampio ricorso alla tortura. Quello di Videla è uno dei tipici golpe attuati da uno dei tanti caudillos che sono comparsi in Sudamerica nel Novecento. Si calcola che, fra il 1976 e il 1983, circa trentamila desaparecidos scompaiono senza fare più ritorno a casa. Studenti, giornalisti, sindacalisti, e in generale tutti quelli che si oppongono al Regime, sono oggetto di persecuzione da parte dei militari.

 

Spesso prelevati in piena notte nelle loro abitazioni dai patotas incappucciati del Batallon 601, quello del generale Carlos Suarez Mason e del terribile torturatore Comandante Negro, i dissidenti, a volte intere famiglie, vengono sedati e gettati in pasto agli squali nell’Oceano Atlantico con dei blitz aerei, i tristemente famosi “voli della morte“. Il 12 luglio 1976 Videla crea l’Ente Autárquico Mundial 78, guidato dall’ufficiale di Marina Carlos Lacoste, incaricato dell’organizzazione di quello che deve essere considerato un evento primario di interesse nazionale. L’ampia autonomia di spesa di cui gode l’Ente porterà un aumento esponenziale dei costi tale che il budget complessivo per la manifestazione risulterà di cinque volte superiore alla successiva edizione spagnola del 1982.

Il generale Videla

Eppure, durante la manifestazione tutto è impeccabile, anche grazie all’atteggiamento conciliante dei Montoneros, i guerriglieri dell’ala estrema del movimento peronista, che decisero di non boicottare i Mondiali credendo in tal modo di assecondare la volontà della gran parte della popolazione. Tuttavia, se tutto il Paese sembra un modello di efficienza, in realtà proprio durante il Mondiale sparizioni, uccisioni e torture raggiungono l’apice. Nelle carceri clandestine dell’ESMA, dell’Olimpo, del Cubo, del Club Atletico, i torturatori, addestrati alla base di Fort Gullick, a Panama, svolgono il loro vergognoso lavoro nell’indifferenza dei mass media.

 

Le madri dei desaparecidos si danno appuntamento davanti alla Casa Rosada, la residenza presidenziale, e nelle principali piazze della città: Plaza de Mayo, Plaza del Congresso, Plaza San Martin, sollevando i cartelli con le fotografie di figli e mariti scomparsi. Il Regime, anche affidandosi ad Agenzie statunitensi di Pubbliche Relazioni, cerca di depistare l’opinione pubblica e i mass media nel tentativo di dare una immagine radiosa del Paese.

Una foto delle manifestazioni dei familiari in onore dei parenti Desaparecidos

In quell’anno l’Oscar del cinema viene vinto da “Io e Annie”, di Woody Allen, mentre il Nobel per la pace è assegnato Menachem Begin e Mohamed Anwar El Sadat, i due negoziatori della pace fra Egitto e Israele. In Italia la legge 194 legalizza l’aborto, mentre i cosiddetti “anni di piombo” raggiungono l’acme con l’uccisione di Aldo Moro da parte delle Brigate Rosse, dopo 55 giorni di sequestro. Un evento che rappresenta la pagina più nera della storia della Repubblica italiana, e uno strappo irrimediabile al tessuto socio politico di un Paese in cui si sta parlando di “compromesso storico” e di Governo di solidarietà nazionale. Il 9 maggio la mafia uccide Peppino Impastato che, dalle frequenze di radio Aut, fa satira feroce nei confronti del boss Badalamenti e dei notabili locali.

 

Mentre i Mattia Bazar trionfano a Sanremo con “…e dirsi ciao”, nel Belpaese arriva l’eco di un nuovo fenomeno musicale, il punk, rappresentato dagli americani Ramones e, soprattutto, dalla triade inglese Sex Pistols, Clash e Damned, interpreti di una nuova estetica che simboleggia un’avanguardia musicale anarchica, anticonformista, antiborghese, che urla al mondo i disagi della working-class attraverso le urla sputazzanti di Johnny Rotten, dei Sex Pistols, che conclude la hit God Save the Queen con queste parole: “Noooo future, noooo future, noooo future for meeee!”.

Fotogramma da “Io e Annie” di Woody Allen

Sono anni difficili anche per il dorato mondo del calcio, che comincia a incubare il virus della violenza; gli incidenti negli stadi crescono per gravità e frequenza e, nel 1979, la tragedia colpisce in una triste domenica di ottobre durante il derby capitolino, quando un razzo sparato dalla curva opposta nello stadio Olimpico uccide il tifoso della Lazio Vincenzo Paparelli.

 

In quell’anno l’Udinese viene multata per aver sponsorizzato i calzoncini ma, già a partire dall’anno successivo, la sponsorizzazione sulle maglie comincia a diventare prassi diffusa. Il campionato di serie A se lo aggiudica la Juventus. Approfittando del declino delle milanesi e dell’atavica incapacità delle società del centro sud di competere, se non sporadicamente, ad alti livelli, gli anni Settanta sono quelli in cui la Juventus impone un modello che, fino all’avvento del Milan di Silvio Berlusconi, la porterà a essere la dominatrice quasi incontrastata della Serie A (si pensi che nel 1971 la Juventus vantava 13 scudetti, l’Inter 11 e il Milan 9; quindici anni dopo, nel 1986, la Juventus avrà in bacheca 22 titoli, l’Inter 12 e il Milan 10).

 

Con Boniperti longa manus di Gianni Agnelli alla presidenza, la Juventus afferma sul terreno di gioco la forza, anche politica, del modello Fiat, (se le braccia dei lavoratori del sud fanno le fortuna dell’azienda di famiglia, i piedi dei vari Causio, Furino, Anastasi, Cuccureddu, contribuiscono alle fortune del giocattolo di famiglia) potendo contare su un’organizzazione societaria di tipo aziendalistico che prevede un’attenta programmazione e un oculato investimento sui migliori giovani del panorama nazionale, anche grazie a una rete di società amiche (Atalanta, su tutte). Nella stagione 1977/78 appena conclusa si è imposta sul sorprendente Lanerossi Vicenza guidato da Paolo Rossi, una compagine che rinnova la tradizione delle cosiddette provinciali di lusso: dal Padova di Rocco alla fine degli anni Cinquanta, al Varese del patron Borghi alla fine dei Sessanta.


Ai Mondiali non si sono qualificati i campioni d’Europa della Cecoslovacchia, e l’Inghilterra, eliminata per differenza reti proprio dall’Italia. Viene mantenuta la formula inaugurata nel 1974, con i mini gironi di semifinale. Si gioca con il pallone Tango, dell’Adidas.


 

FRAMMENTI ARGENTINI

Nonni e Nipoti

In Argentina circa la metà della popolazione è di origine italiana. Dalla seconda metà dell’Ottocento, a partire dalla nascita a Genova della Compagnia Transatlantica per la navigazione a vapore con le Americhe, e approfittando di un provvedimento del governo argentino del 1876 che dispone l’affido gratuito di lotti di terreno da coltivare a giovani coppie di agricoltori, migliaia di italiani, inizialmente dalla Liguria Piemonte e Veneto, poi anche dalle regioni meridionali, arrivano in Argentina stabilendosi nelle principali città della nazione e dando origine a centinaia di colonie dai nomi evocativi: Piemonte, Bella Italia, Firenze, Garibaldi e Lago di Como. Parlano il Cocoliche, lo spagnolo italianizzato degli immigranti. La sera del 10 giugno, quello che si gioca a Buenos Aires fra Argentina e Italia è un vero e proprio derby, dove i nonni portano allo stadio “El Monumental” i nipoti per ammirare i calciatori italiani e argentini, nemici per una notte.

El Monumental, casa del River Plate

Nel passato in quello storico terreno di gioco si sono esibiti campioni che hanno deliziato sia i tifosi della Buenos Aires degli intellettuali e della borghesia porteña, descritta da Jorge Luis Borges e rappresentata da Florida, la via centrale più alla moda, sia quelli della Buenos Aires dei quartieri popolari di periferia come il Boedo, descritta da scrittori come Roberto Arlt, Ernesto Sabato e Juan Carlos Onetti. Negli anni Quaranta, Pedernera, Labruna, Moreno, Munoz e Loustou formano la celebre Maquinha, l’attacco di un River Plate stellare che, al ritmo del tango di Gardel, anticipa di trent’anni il totalvoebel olandese. Sempre in quel periodo il grande Alfredo Di Stefano, la Saeta Rubia, gioca per un paio di stagioni a Buenos Aires prima di trasferirsi nei Millonairos di Bogotà e, successivamente, al Real Madrid. Negli anni Cinquanta Sivori diventa il beniamino dei tifosi del River Plate, formando con Maschio, Corbatta, Angelillo e Cruz il quintetto degli “Angeli dalla faccia sporca“, dall’omonimo film americano del 1938, scugnizzi provenienti dai più poveri barrios della capitale che, con la loro classe e sfacciataggine, affascinano i tifosi argentini.

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Il Lupo dice basta

Jorge El Lobo Carrascosa, terzino dell’Huracan e capitano della nazionale argentina, a poco più di trent’anni decide di abbandonare l’Albiceleste poco prima delle convocazioni per il Mondiale. “No màs, César”, dice all’allenatore e selezionatore César Menotti. Con questa improvvisa decisione si rende, di fatto, indisponibile a partecipare alla più che probabile vittoria della Nazionale, utile a dare lustro a un regime sanguinario. Non spiegherà mai i motivi del ritiro preferendo il silenzio, rilasciando un’intervista solo a distanza di quarantanni dai quei tragici fatti. Il gesto di Carrascosa è l’ideale anello di congiunzione con un altro celebre rifiuto: quello di Matthias Sindelar, noto come Der Papierene (carta velina) o il Mozart del calcio, il centravanti del mitico Wunderteam, la fortissima nazionale austriaca degli anni Trenta. Nel 1938 Sindelar si rifiuta di giocare con la nuova Nazionale scaturita dall’Anschluss nazista. Morirà in circostanze mai chiarite a Milano, a soli 39 anni, insieme alla sua compagna, l’italiana di origini ebraiche Camilla Castagnola.

Henri Michel e Jorge Carrascosa

Marmelada peruviana

È la definizione che consegnerà alla storia dei Mondiali la partita farsa vinta per 6-0 dall’Albiceleste contro la nazionale peruviana. Nel mini girone di semifinale, dopo le prime due partite Argentina e Brasile si trovano a pari punti ma i brasiliani sono in vantaggio di un gol nella differenza reti. Restano da giocare Brasile-Polonia e Argentina-Perù. Giustizia e logica richiederebbero la disputa in contemporanea dei due incontri ma, nella sorpresa generale, la Fifa acconsente di posticipare alla sera il match dell’Argentina, facendo disputare nel pomeriggio la gara dei brasiliani.

 

I Verdeoro si impongono per 3-1 sulla Polonia e, quel punto, i padroni di casa hanno la consapevolezza di dover vincere con quattro reti di scarto per poter accedere alla finale. Il portiere del Perù è l’argentino Quiroga, naturalizzato peruviano e chiamato el Chupete (l’asino). Quella sera incassa sei reti, alcune delle quali ridicole. Non si riuscirà mai accertare che si sia trattato di corruzione. Prima dell’incontro, negli spogliatoi, si materializza il presidente Videla accompagnato dal Segretario di Stato americano Henry Kissinger. Il Governo argentino ha da poco regalato un milione di tonnellate di grano al Perù, e aperto con quello stato una linea di credito dal valore di cinquanta milioni di dollari.

Un fotogramma da quell’Argentina-Perù finito 6-0 per l’albiceleste

 

Boicottaggio

Quello che Svezia, Francia ed Olanda minacciano a causa delle condizioni politiche in cui versa l’Argentina. Lo stesso Cruijff è vittima di uno strano infortunio poco prima della partenza della sua Nazionale. È l’annoso dilemma del boicottaggio, che ha coinvolto il nostro Paese due anni prima, in occasione della finale della Coppa Davis di tennis disputata in Cile in piena dittatura Pinochet. Ragioni di stato portano a più miti consigli le tre Federazioni, che presentano regolarmente le rispettive Nazionali alla manifestazione.

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Equivoco

Il 10 giugno, a Mar del Plata, per la fase di qualificazione alle semifinali è in programma Francia-Ungheria. Al momento dell’entrata in campo ci si accorge che entrambe le squadre indossano la maglia bianca per un equivoco fra federazioni calcistiche. Si cercano disperatamente delle magliette alternative che vengono gentilmente fornite dalla squadra di club locale, il Kimberlain, militante in terza serie. Per sorteggio, è la Francia a doverle indossare, e il risultato cromatico è piuttosto discutibile: calzettoni rossi con risvolti bianchi, pantaloncini blu e magliette a strisce verticali bianco-verdi. Finalmente, con quarantacinque minuti di ritardo, la partita può avere inizio. Vincono agevolmente i francesi per 3-1.

Un fotogramma da quel buffissimo Francia-Ungheria

La Frase

L’allenatore della nazionale argentina César Luis Menotti, trentanove anni, buon passato da calciatore, riesce a dare un’organizzazione a un gruppo di calciatori anarchici e indisciplinati votandoli a un gioco offensivo. El Flaco, come viene chiamato Menotti, è un uomo molto impegnato, vicino al Partito comunista; al momento della premiazione dell’Argentina, per la prima volta Campione del mondo, è costretto dal suo ruolo istituzionale a stringere la mano al sanguinario dittatore Jorge Rafael Videla. Prima di uscire dagli spogliatoi per imboccare il tunnel che porta i giocatori ad affrontare sul prato dello stadio “El Monumental” l’Olanda nella finalissima del 25 giugno, raduna i suoi uomini e pronuncia una frase destinata a rimanere scolpita come una lapide nella memoria condivisa del suo Paese:

“Non vinciamo per quei figli di puttana, vinciamo per alleviare il dolore del popolo”.

Esitazione, coriandoli e murales di regime

A metà del secondo tempo della partita Spagna-Brasile, il centrocampista spagnolo del Betis Siviglia Julio Cardeñosa si trova in una invidiabile posizione di gioco: è solo, a quaranta centimetri dalla riga bianca della porta, col portiere Leao irrimediabilmente fuori causa. Oltre quella linea, c’è una storica vittoria sul Brasile e una probabile qualificazione al mini girone di semifinale. Ma Cardeñosa esita. Nessuno si capacita del perché. Cardeñosa ha la palla sui piedi per alcuni interminabili secondi ma non tira, esita, finché il difensore Amaral riesce a raggiungerlo e a sottrargli il pallone.

 

Coriandoli. Biancheggiano a centinaia sul terreno di gioco durante le partite dell’Argentina, regalando un particolare effetto cromatico. Rettangolini e quadratini di carta bianca, che vorticano dagli spalti andando a planare, morbidi come fiocchi di neve, sul prato verde. Quelli con le case dipinte su muri appositamente eretti nelle vie principali di Rosario, per nascondere la realtà fatta di stamberghe fatiscenti e malsane. Ma è una fatica inutile, perché i turisti sono poco più di diecimila non essendo stati ammessi voli charter provenienti dall’estero.

L’incredibile esitazione di Cardeñosa durante Spagna-Brasile

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Coraggio e ospiti d’onore

L’allenatore degli azzurri Enzo Bearzot non è convinto delle prestazioni pre-mondiali di Maldera III, terzino sinistro del Milan, e di Graziani, centravanti del Torino. Con una decisione imprevedibile e coraggiosa, decide di lanciare due giocatori poco più che ventenni: Paolo Rossi, centravanti del Lanerossi Vicenza e capocannoniere a sorpresa dell’ultimo campionato, e Antonio Cabrini, terzino juventino, spesso riserva nel suo club. Risulteranno due fra le più liete sorprese della spedizione azzurra, contribuendo a dare brio e vivacità al gioco della Nazionale.

 

In occasione della finalissima di domenica 25 giugno allo stadio “El Monumental” di Buenos Aires, un nostro concittadino assiste alla partita seduto in tribuna d’onore a fianco del generale Videla. È Licio Gelli, venerabile Gran Maestro della P2.

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Triangolo perfetto

Quello descritto dallo scrittore uruguaiano Edoardo Galeano, che celebra così il gol della vittoria azzurra contro l’Argentina: “la giocata del gol italiano disegnò sul campo un triangolo perfetto, dentro il quale la difesa argentina rimase persa più di un cieco in mezzo a una sparatoria. Anche se nessuno lo sapeva, la squadra italiana aveva già cominciato a vincere il Mondiale di quattro anni dopo“.

Videla a contatto col Tango, pallone ufficiale della competizione

Mondiale a colori

È il primo mondiale trasmesso a colori dalla Rai. Quello del colore, rappresenta un tipico esempio di melodramma all’italiana. Già nel 1964 la Commissione tecnica istituita dall’allora Ministro delle Poste e Telecomunicazioni Giovanni Spagnolli si è pronunciata a favore del sistema Pal, a scapito del Secam. Seguono continui ripensamenti fino a quando, nei primi anni Settanta, si arriva perfino a parlare di “doppio regime”, prevedendo l’utilizzo di entrambi i sistemi. L’incertezza e la confusione di natura squisitamente tecnica trova come alleato il moralismo imperante dell’epoca. L’avvento del colore, visto da molti come una perniciosa deriva consumistica, avrebbe infatti minacciato il precario equilibrio dell’economia domestica delle famiglie, spinte a cambiare gli obsoleti apparecchi con quelli di nuova generazione. Si deve aspettare il febbraio del 1977 per assistere alle prime trasmissioni a colori in Italia, paese fra gli ultimi in Europa.

 

IL CAMMINO DEGLI AZZURRI

Gli Azzurri rappresentano la sorpresa di quell’edizione dei mondiali, sfiorando la finalissima e piazzandosi al quarto posto. Rivitalizzati dal fresco clima dell’inverno argentino, il gioco messo in mostra dall’Italia risulta, forse per la prima volta nel dopoguerra, pienamente convincente, sia sotto l’aspetto atletico che sotto quello tecnico e tattico. Qui è doveroso ricordare il grande lavoro svolto da Fulvio Bernardini, a cui venne affidata la Nazionale dopo il disastroso Mondiale tedesco. Acclamato come uno dei pochi salvatori delle sorti calcistiche italiche dalla stampa qualificata, con la sua profonda conoscenza delle cose di campo, il dott. Bernardini incanala gli Azzurri sul solco tracciato dal nuovo verbo calcistico: il totalvoebel olandese. Si parla di “piedi buoni”, a indicare l’importanza della tecnica di base, e il Centro tecnico di Coverciano accoglie una nidiata di giovani calciatori che saranno il seme da cui germoglieranno le Nazionali del 1978 e del 1982.

Enzo Bearzot e Dino Zoff al mondiale del 78

Esempio paradigmatico di questa nuova svolta sono i terzini, non più dediti solo alla marcatura asfissiante delle punte avversarie, ma propositivi anche nella fase di costruzione del gioco. E se la sorte avversa sotto forma di gravi infortuni si accanisce su quella che è ritenuta la nuova coppia del futuro, composta dal romanista Francesco “Kawasaki” Rocca e dal gigliato Moreno Roggi, sono Claudio Gentile e Antonio Cabrini a ricevere dai due sfortunati compagni un ideale testimone di modernità applicata al ruolo. A partire dal 1975 Enzo Bearzot affianca Fulvio Bernardini, per poi continuare l’avventura in solitaria dopo l’abbandono del collega nel 1977.

Sono smentiti i pronostici della stampa che ci vedevano eliminati già al primo turno, specie alla luce della deludente amichevole del 18 maggio terminata senza reti contro la nazionale jugoslava. Se la porta della nostra Nazionale è difesa dal trentaseienne Dino Zoff, della Juventus, da anni il nostro miglio numero uno, gli undici in maglia azzurra si avvalgono della costante fase di propulsione garantita dai terzini di fascia Claudio Gentile e Antonio Cabrini, e dal libero Gaetano Scirea, anch’essi tutti della Juventus. Quest’ultimo, che forma con lo stopper Mauro Bellugi del Bologna la coppia di difensori centrali, oltre a essere un punto di riferimento per i compagni, è abile nel supportare il centrocampo nell’impostazione del gioco, avendo iniziato la carriera proprio in quel reparto nelle fila dell’Atalanta. Il centrocampo è formato dal terzetto composto dagli juventini Benetti e Tardelli, e da Antognoni, della Fiorentina.

L’Italia sul campo di allenamento durante la spedizione argentina del 78

A 33 anni suonati, il roccioso Romeo Benetti sta vivendo una seconda giovinezza ed è un imprescindibile elemento di equilibrio tattico all’interno della squadra; l’eclettico Marco Tardelli, spostato in mediana dall’originario ruolo di terzino propulsore, è un giocatore universale che unisce grinta e corsa e che rappresenta una sorta di riedizione in salsa italica dell’olandese Neeskens. Il reparto è completato da Giancarlo Antognoni, una mezzala di gran classe in possesso di un lancio di lunga gittata e di una ragguardevole potenza nel tiro che, se avesse unito a queste doti una maggiore costanza di rendimento, spesso anche all’interno della stessa partita, avrebbe potuto raggiungere picchi di carriera ancora più elevati.

 

L’attacco, fra i meglio assortiti degli ultimi anni, combina la fantasia di Franco “Brazil” Causio, della Juventus, autore di un Mondiale strepitoso, la classe dell’altro juventino Roberto Bettega, e la rapidità e il senso del gol della rivelazione Paolo Rossi, del Lanerossi Vicenza. La nazionale italiana esibisce un gioco moderno e arioso riuscendo a coprire e presidiare con efficacia tutto il rettangolo verde. Per la prima volta la rigidità di ruoli e di schemi, tipica del calcio nostrano, viene superata da un atteggiamento alla contesa più aperto e spavaldo. Il merito indiscusso va a Bearzot, che riesce a infondere nei giocatori una maggiore sicurezza nei propri mezzi, bypassando antichi retaggi mentali che ci raffigurano inadeguati atleticamente rispetto alle compagini straniere.

Gli Azzurri del mondiale argentino

Fra le riserve, è presente il blocco del Torino, che in quegli anni contrasta la supremazia juventina e che, un anno prima, è stato protagonista di uno dei più incredibili duelli che si ricordino nel campionato italiano. La classifica finale del campionato 1976/77 recita: Juventus 51 punti (su 60 disponibili!), Torino 50 punti. Gli attaccanti Paolo Pulici e Francesco Graziani, i famosi “gemelli del goal“, il mediano Patrizio Sala, il portiere Castellini, la mezzala Renato Zaccarelli e, soprattutto Claudio Sala, il “poeta del goal“, sono calciatori di indiscusso valore sia tecnico che morale, rappresentando riserve sui generis. Il Commissario Tecnico Enzo Bearzot, già assistente di Valcareggi, rimasto solo alla guida della nazionale dopo l’abbandono di Bernardini, decide di puntare sul blocco juventino, più avvezzo alle battaglie fuori dai confini nazionali. La Juventus si era infatti aggiudicata la Coppa Uefa l’anno prima, con una squadra interamente composta da calciatori italiani.


Venerdì 2 giugno ore 13,45, Mar del Plata, estadio “Mar del Plata”

Italia – Francia 2 – 1 (44” Lacombe, 29′ Rossi, 54′ Zaccarelli)


Martedì 6 giugno, ore 13.45, Mar del Plara, estadio “Mar del Plata”

Italia – Ungheria 3 – 1 (34′ Rossi, 35′ Bettega, 61′ Benetti, 83′ Toth rig.)


Sabato 10 giugno, ore 19,15, Buenos Aires, estadio “El Monumental”

Italia – Argentina 1 – 0 (67′ Bettega)


Mercoledì 14 giugno, ore 13.45, Buenos Aires, estadio “El Monumental”

Italia – Germania Ovest 0 – 0 


Domenica 18 giugno, ore 16,45, Buenos Aires, estadio “El Monumental”

Italia – Austria 1 – 0 (13′ Rossi P.)


Mercoledì 21 giugno, ore 13.45, Buenos Aires, estadio “El Monumental”

Italia – Olanda 1 – 2 (19′ Brandts aut, 50′ Brandts, 76′ Haan)


Sabato 24 giugno, ore 15,00, Buenos Aires, estadio “El Monumental”

Italia – Brasile 1 – 2 (38′ Causio, 64′ Nelinho, 71′ Dirceu)


 

LA PARTITA

Domenica 11 giugno, a Mendoza, si affrontano per l’ultima partita del girone di qualificazione Scozia e Olanda. Gli olandesi sono virtualmente qualificati. Per loro è sufficiente non perdere con più di due reti di scarto; orfani di Cruijff, non sono più lo squadrone di quattro anni prima ma compongono comunque un complesso ragguardevole. Accanto ai veterani Suurbier, Neeskens e Krol, quest’ultimo spostato come libero, ruolo di cui è diventato interprete sublime, agiscono infatti giovani di valore fra cui si distinguono i gemelli Van de Kerkhof e l’ala Rensenbrink.

La Scozia, che in mancanza dell’Inghilterra difende l’onore del Regno Unito e che, in un derby fratricida aveva eliminato nelle qualificazioni il Galles grazie a un discusso rigore, presenta una nazionale molto solida. Souness, Kennedy e il “rosso” Kenny Dalglish, sono le colonne del Liverpool vincitore delle ultime due edizioni della Coppa dei Campioni; Gemmill è il motorino del Nottingham Forrest che, sotto la guida del mitico coach Brian Clough, l’anno dopo conquisterà la prestigiosa coppa con le orecchie; il centravanti Joe Jordan del Manchester United, chiamato “lo squalo”, che vedremo vestire la maglia del Milan alcuni anni dopo, è un attaccante temibile, addirittura insuperabile in acrobazia.

Graeme Souness e Kenny Dalglish guardano Archie Gemmill in azione, prima del gol

La partita si mette bene per gli olandesi passati in vantaggio grazie a un rigore calciato da Rensenbrink; la Scozia perviene al pareggio allo scadere del primo tempo con un destro potente di Dalglish. Il secondo tempo è un condensato di emozioni: dapprima gli scozzesi si portano in vantaggio con un rigore di Gemmill, poi, lo stesso giocatore compie una piccola magia dribblando in pochi metri Wildschut, Suurbier e Krol, e depositando alle spalle di Jongbloed la palla del 3 – 1. In quel momento tutta la Scozia vive il sogno di raggiungere, per la prima volta nella storia, l’incredibile qualificazione alla fase a gironi di semifinale; basta infatti un gol al fatidico traguardo. Sono momenti indimenticabili per un intero popolo, che saranno immortalati in epigrafe nel film di Danny Boyle “Trainspotting”, ambientato a Edimburgo. Il sogno degli scozzesi viene però infranto da un potentissimo destro da fuori area dall’ala olandese Johnny Rep. Il risultato non cambia più: Olanda 2 – Scozia 3, Olandesi in finale, dove incontreranno i padroni di casa.

 

I CAMPIONI

Dopo la fallimentare spedizione in terra tedesca di quattro anni prima, le sorti dell’Albiceleste sono affidate a un trentaseienne allenatore emergente, Luis César Menotti che, con una squadra di poca tradizione, l’Huracan, ha sorprendentemente vinto il campionato metropolitano argentino. Alto, dal portamento distinto ed elegante, molto british style, Menotti è l’effetto dissonante necessario per portare organizzazione in un gruppo di anarchici solisti, refrattari a ogni disciplina tattica. In quel Mondiale vediamo una squadra disposta con uno schieramento spregiudicato ma, nello stesso, con elementi di equilibrio al proprio interno. Il portiere è Ubaldo Fillol, del River Plate, che all’ultimo momento ha preso il posto del mitico el Loco Hugo Gatti, vittima di un misterioso infortunio prima del mondiale, dai più considerato una scusa per non partecipare alla manifestazione, vista la natura anarchica e ribelle del portiere.

Ubaldo Fillol, il portiere senza la maglia numero 1

Fillol si dimostra attento e sicuro, dando tranquillità a tutto il reparto difensivo. In quel Mondiale para un rigore al regista polacco Deyna, e viene eletto miglior portiere della rassegna. La coppia di terzini marcatori è formata dai rocciosi Jorge Olguin, del San Lorenzo, e da Luis Galván del Telleres de Córdoba. Al centro della difesa giostra il leader indiscusso della squadra, quel Daniel Passarella, del River Plate, che impariamo a conoscere in quel Mondiale e che terminerà la carriera nel nostro campionato di Serie A. Duro, implacabile in marcatura, dotato di una buona tecnica, Passarella è molto abile nella fase di impostazione riuscendo a raggiungere con lanci millimetrici i compagni; pur non essendo molto alto, è fortissimo in acrobazia e nei colpi di testa. In quella Nazionale batte spesso le punizioni, essendo in possesso di un destro molto potente. Sul lato sinistro della difesa agisce il ventiduenne terzino del Boca Juniors Alberto Tarantini, che rappresenta una delle sorprese del Mondiale. Gran fisico, ottima tecnica di base, interpreta alla perfezione il ruolo del laterale arrembante pronto a scompaginare i meccanismi delle retroguardie avversarie.

 

Il centrocampo si avvale di un incontrista votato alla “pars destruens”, Américo Gallego, del Newell’s Old Boys, e da un sopraffino interprete della “pars construens”, quell’Osvaldo Ardiles, dell’Huracán, pupillo di Menotti e unanimemente considerato uno dei più intelligenti interpreti del suo ruolo. L’attacco è così schierato: all’ala destra Daniel Bertoni, dell’Indipendiente; dribbling stretto, progressione e gran tiro, le sue doti peculiari; lo ammireremo da lì a poco nel nostro campionato; all’ala sinistra troviamo l’indio Oscar Ortiz, del River Plate, tecnica e rapidità al servizio della squadra.

La formazione Argentina vincitrice del mondiale

Nel ruolo di punta centrale giostra Leopoldo Luque, El Pulpo, il polpo, per la sua capacità di arpionare la palla in area di rigore e difenderla contro più avversari, del River Plate, il classico ariete d’area tutto grinta, dinamismo e potenza. Gigante dal cuore d’oro, è uno dei pochi calciatori a incontrare le madri dei desaparecidos a Plaza de Majo. “Sapevamo tutti che i militari non ci stavano raccontando la verità”, dirà. In quel Mondiale segna quattro reti e rappresenta il partner ideale di Kempes. Infine, proprio lui, l’eroe del Mundial, Mario Kempes, unico argentino a militare in un campionato estero, in Spagna, nel Valencia, dove è allenato da una vecchia conoscenza del calcio italiano, Heriberto Herrera.

 

Con la maglia numero dieci è capocannoniere e miglior giocatore della manifestazione. Alto, rapido, molto forte nel gioco stretto e abile nel triangolare con i compagni, Kempes raggiunge un rendimento che non saprà più confermare a quei livelli. Riesce a incidere nelle partite decisive come sanno fare solo i grandi, segnando una storica doppietta nella finalissima. Nella rosa dell’Argentina si ricordano inoltre Josè Valencia, centrocampista del Talleres de Córdoba, Ricky Villa, possente attaccante del Racing Club che vedremo militare con Ardiles nelle fila del Tottenham, vincendo con gli Spurs un’edizione della FA Cup, e René Houseman, stella dell’Huracan mai pienamente esploso ad alti livelli. Menotti esclude dalla rosa di quel Mondiale un diciassettenne dell’Argentinos Juniors che sta impressionando tifosi e critici: Diego Armando Maradona. Ne risentiremo parlare.

I sei gol di Mario Kempes nel mondiale 1978

 

Nella finale di Buenos Aires il fattore ambientale è determinante per spingere la sorte dalla parte dei padroni di casa. L’arbitro è Sergio Gonella, primo italiano a dirigere una finale. L’Olanda gioca una partita guardinga e il match non risulta molto spettacolare. Nel primo tempo si registrano un paio di occasioni per parte nella prima mezz’ora di gioco, poi, al 37′, l’equilibrio è spezzato da Kempes che, su assist di Luque, entra in area accompagnando la sfera di sinistro e anticipando in scivolata l’estremo tentativo in uscita del portiere Jongbloed.

 

Nella ripresa assistiamo a un lungo, quanto sterile, assedio degli olandesi, spesso interrotto dal gioco duro e intimidatorio dei padroni di casa, sul quale Gonella chiude entrambi gli occhi. Quando sembra inevitabile l’epilogo a favore dell’Argentina, su cross dalla destra di Poortvilet, Nanninga, di testa, anticipa Passarella battendo imparabilmente Fillol. Ma non è ancora finita e, al novantesimo, per pochi centimetri non si verifica la clamorosa sorpresa; c’e’ un lungo lancio di Krol nell’area argentina, il pallone rimbalza e, sullo stesso, si lanciano Rensenbrink e Olguin; l’ala olandese anticipa sia l’intervento del difensore biancoceleste che quello del portiere Fillol, ma la palla colpisce la base del palo. Si va ai supplementari, per la seconda volta in una edizione dei Mondiali dopo la finale di Londra del 1966.

La storica esultanza di Mario Kempes per il gol del momentaneo 2-1

Dopo alcune fasi molto concitate, proprio all’ultimo minuto del primo tempo supplementare arriva la magia di Mario Kempes; ricevuta la sfera da Bertoni, l’ala entra in area sulla sinistra e, col piede mancino, in un fazzoletto di terreno, elude l’intervento di due difensori olandesi compiendo un gesto tecnico con pochi eguali nella storia delle finali dei Mondiali. Il resto dell’azione è rocambolesco: Kempes calcia in porta, ma la palla è respinta da Jongbloed, nella carambola susseguente Kempes, contrastato da due difensori, riesce incredibilmente a far rotolare la sfera oltre la linea bianca di porta. Lo stadio El Monumental esplode di gioia.

 

Nel secondo tempo supplementare, un’altra triangolazione Bertoni-Kempes risulta decisiva quando mancano quattro minuti al centoventesimo; con una azione in percussione, l’ala sinistra entra di prepotenza nell’area avversaria, segue un rimpallo e Bertoni, che ha seguito l’azione, scaglia di destro in rete il definitivo 3 – 1. L’Argentina è per la prima volta Campione del mondo. Titolo meritato da un punto di vista tecnico ma adombrato dal palese clima di intimidazione che condiziona l’intera manifestazione. Ma l’occasione era troppo ghiotta, per Videla, e la vetrina dei Mondiali è stata sfruttata senza scrupoli dal Regime.

Istantanee

Spesso ripreso in primo piano dalle telecamere della televisione, l’espressione sofferente del volto di Alberto Tarantini è una delle istantanee del Mondiale. Terzino mancino del Boca Juniors, una delle rivelazioni del torneo, nel suo sguardo dolente si può leggere la sofferenza di un popolo che sta vivendo uno dei periodi più oscuri della sua storia.