Troppo forte per la Serie A, troppo debole per (vincere) la Champions. La Juventus si ritrova, ansimante, nella terra di Nessuno, quella che non ha mai abitato l’Atletico Madrid del Cholo Simeone. Uomo dal temperamento leggendario, guerriero per natura, condottiero di un esercito fuori del tempo e dello spazio. Che partita, quella dei Colchoneros. Perché da italiani e italianisti è giusto annotare le mancanze della Vecchia Signora. Ma cantare l’ira del Cholo e dei suoi ragazzi è richiesto dalle muse del pallone.

 

Da Griezmann agli attimi fuggenti di Morata. Da Koke a Diego Costa, passando per Oblak (autore di due belle parate su Ronaldo e Bernardeschi, al principio e alla fine dell’incontro) e la coppia difensiva Gimenez-Godin. Gimenez e Godin: quando l’arte di difendere è tale da offendere; due gol a zero per l’Atletico, due gol dalla difesa, uno di Gimenez, in spaccata, e uno di Godin, di cuore più che di altro.

 

Tutta la grinta di Gimenez (foto Angel Martinez/Getty Images)

 

Non è nel nostro stile, e forse non avrebbe neanche troppo senso, parlare degli errori, tecnico-tattici, di Mr. Allegri. Più volte elogiato dal sottoscritto, è facile criticarlo dopo ieri. Ma più che sulle scelte (Cancelo), è sull’atteggiamento che si è rimasti quantomeno sorpresi. Giocare da Atletico in casa dell’Atletico, senza essere l’Atletico, un ottavo di Champions League, non corrisponde alla definizione Treccani di suicidio, ma ci va molto vicino.

 

Chi si immagina un Atletico guerriero sì ma qualitativo no, va lontano dal vero. Quell’Atletico che abbiamo conosciuto negli anni passati è oggi una squadra consapevole delle proprie qualità, con un’attitudine che privilegia il contatto fisico ma non disdegna il gioco palla a terra. E la Juventus, che un gioco non ce l’ha, la mette sulla difensiva, ma perde alla distanza. Mai una giocata in verticale, a differenza dei Colchoneros (la palla di Griezmann per Diego Costa e quella di Koke per le petit diable sono da studiare nelle scuole calcio), da parte dei bianconeri. Va bene la febbre di Pjanic, va bene i continui raddoppi su Dybala. Ma è proprio questo il punto! Cosa s’aspettava la Juventus? Di sfangarla contro l’Atletico?

 

L’espressione di chi sa di dover scalare una montagna (foto Gonzalo Arroyo Moreno/Getty Images)

 

Dopo un primo tempo equilibrato, senza grandi occasioni né da una parte né dall’altra, la ripresa mette in luce le falle della proposta allegriana. Dybala è un gioiello col Frosinone, un agnello contro l’Atletico; dietro, Bonucci soffre terribilmente il piccolo grande diavolo Griezmann, fuoriclasse assoluto dal sangue basco; davanti, Ronaldo è l’unico a provarci, ma di lui ci si ricorda solo per la risposta simbolica ai tifosi dell’Atletico e per la sfortunata deviazione sul tiro di Godin, conseguenza divina di quel primo atteggiamento. Cancelo e Bernardeschi danno vivacità, ma entrano troppo tardi.

 

Eppure, a differenza di quanto dice Chiellini a fine partita, non si è trattato di semplici episodi. Alzi la mano chi avrebbe creduto in un arrembaggio Juve sul finale. Senza idee, sfiancata dal pressing e dalla qualità dei Colchoneros, la Vecchia Signora è costretta a sedersi per riprendere fiato: ma di fronte non ha il solito avversario domenicale (chiunque esso sia, giusto per essere chiari). E lo scopre sorprendentemente tardi. La salva prima Diego Costa, poi Sczcezny, poi il VAR. E poi? Saranno tre settimane di fuoco. Torino prepara la bolgia. Ma il Cholo è già pronto a combattere un’altra guerra.