Murray, Wawrinka, Nishikori e Cilic da una parte (nel Gruppo McEnroe) e Djokovic, Raonic, Monfils e Thiem (Gruppo Lendl) dall’altra: il 13 novembre prendono il via le Atp World Tour Finals, il torneo riservato ai primi otto tennisti al mondo, l’unico in cui vige la particolare formula del round robin (cioè una fase a gironi che precede quella ad eliminazione diretta). Sotto il tetto dell’elegante O2 Arena di Londra, i migliori otto (anzi, per dovere di cronaca, i migliori sette e Dominic Thiem, sostituto dell’indisponibile Rafael Nadal) si sfidano per uno dei titoli più importanti della stagione tennistica. Oltre a Rafael Nadal, sarà assente anche Roger Federer, fuoriuscito dalla top-10 (dopo quattordici anni ai vertici del tennis mondiale) a causa dei noti problemi fisici. Si preannuncia, comunque, un’edizione di grande interesse, con alcuni tennisti chiamati al riscatto (su tutti, nemmeno a dirlo, Novak Djokovic) ed altri a confermare quanto di buono fatto nelle recenti apparizioni.

 

 

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1. Andy Murray

Dopo una lunga rincorsa – gli anni all’ombra dei successi di Federer, Nadal e Djokovic, l’appartenenza ai Fab Four simile a quella di Ringo Starr nei Beatles – Andy Murray ha scalato la montagna: è il nuovo numero uno al mondo. Poco importa se quest’anno Murray ha vinto solo uno Slam (certo il più prestigioso, sui verdi prati di Wimbledon) e perso due finali (a Parigi e Melbourne, contro Djokovic), il premio per la costanza di rendimento è infine arrivato. Il ritorno di Lendl sulla panchina dello scozzese ha subito portato i risultati sperati: da giugno Murray ha vinto sette dei nove tornei a cui ha partecipato (Giochi Olimpici inclusi). Il tennis di Murray magari non entusiasma i puristi della racchetta (Adriano Panatta lo ha recentemente definito «un orrendo pallettaro», sottolineando come Murray troppo spesso prediliga una tattica attendista), ma il ragazzo di Glasgow oltre ad una invidiabile condizione atletica è stato dotato da Madre Natura di un rovescio (bimane) chirurgico e di un tocco fuori dall’ordinario che gli hanno permesso di raggiungere questo importante traguardo. Un successo alla O2 Arena (dove non ha mai superato le semifinali) sancirebbe in definitiva l’inizio del nuovo regime: quello del quarto incomodo che non si è mai arreso.

 

 

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2. Novak Djokovic

La macchina perfetta è andata in avaria. RoboNole, il prototipo ideale del tennista moderno, il cannibale pigliatutto, l’indiscusso numero uno al mondo, non è più tale. Eppure, fino a metà stagione, Novak aveva vinto (quasi) tutto quello che si poteva vincere: Doha, Australian Open, Indian Wells, Miami e Madrid. Le partite di Djokovic sembravano riprese di un videogame, in cui il tennista non sbaglia mai e chiude gli scambi con un irrealistico colpo vincente. Nole, così, trionfa anche a Parigi, centrando l’agognato successo nell’unico Slam assente nella ricca bacheca del serbo (e ottenendo, quindi, il Career Grand Slam). All’improvviso e inaspettatamente, però, qualcosa si rompe: a Wimbledon viene travolto dal bombardamento di Sam Querrey, vince a Toronto ma è normale amministrazione, ai Giochi Olimpici di Rio esce in lacrime dalla sconfitta contro il redivivo Del Potro, perde la finale di Flushing Meadows con Wawrinkaa Shanghai cede al regolarista Bautista-Agut e, infine, si arrende (per la prima volta dopo quattordici incontri) dinnanzi a Cilic, scivolando al secondo posto del ranking. Intanto c’è qualche intoppo anche nella vita fuori dal campo: il matrimonio sembra scricchiolare (dopo alcuni scatti rubati che ritraggono il campione di Belgrado in compagnia di un’attrice di Bollywood) e Djokovic assume un “guru” per ritrovare sé stesso. Campione in carica del torneo londinese, Nole ha bisogno della quinta vittoria consecutiva per scacciare una crisi sempre più evidente.

 

 

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3. Stan Wawrinka

Stanimal lo ha fatto ancora: ha pescato le (due) settimane di grazia, in cui la testa ordina al braccio di tirare forte (o, meglio, fortissimo) e vicino alle righe e nessuno riesce a star dietro alla violenza dei suoi colpi (servizio, dritto, rovescio a una mano, da qualsiasi posizione del campo Stan può generare vincenti). Aperta la stagione coi successi a Chennai e Dubai, il trentunenne svizzero si è imposto anche in patria, sulla terra dell’ATP 250 di Ginevra. Ma il vero capolavoro Wawrinka lo ha messo a segno nello Slam a stelle e strisce: scampato miracolosamente alla (prematura) eliminazione contro il sorprendente Evans, il villain di Losanna ha piegato sotto i suoi robusti colpi Del Potro, Nishikori e (in finale) Novak Djokovic. Nel confronto di stili col serbo, Wawrinka ha estratto dal cilindro diversi conigli, surclassando l’inerme Djokovic e vincendo il terzo (meritato) trofeo dello Slam in altrettanti anni. Prima l’Australian Open, dopo il Roland Garros e adesso lo US Open, con una Coppa Davis (conquistata insieme all’amico/rivale Roger Federer) in mezzo: il trionfo alle ATP Finals potrebbe essere la ciliegina sulla torta di una carriera finalmente all’altezza delle aspettative.

 

 

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4. Milos Raonic

Il gigante ha lanciato la sfida agli dei all’Olimpo. Il ragazzone canadese nato a Podgorica, centonovantesei centimetri per novantotto chili, è reduce dalla miglior stagione della carriera, condita dalla prima finale Slam e il raggiungimento della quarta piazza del ranking. Grazie all’ingresso di Carlos Moya nel proprio team (a cui ha fatto seguito, a metà anno, quello di John McEnroe), Raonic è riuscito a migliorare alcuni fondamentali aspetti del proprio gioco: un servizio più vario la cui lettura risulta sempre più difficile per gli avversari e un più accorto uso del back di rovescio per difendersi o per presentarsi a rete (ben coperta grazie all’importante mole). In stagione, Raonic si è aggiudicato un solo torneo (l’ATP 250 di Brisbane) ma il risultato più eclatante è arrivato a Wimbledon, dove la vittoriosa rimonta ai danni di Federer gli ha permesso di accedere alla finale. Però, nel momento topico, è stato costretto a fare i conti con la risposta di Andy Murray, capace di mettere in crisi persino il micidiale servizio del canadese (che, infatti, si è arreso in tre set). Come (troppo) spesso in passato, il fisico ha presentato un oneroso conto e nelle ultime uscite i problemi alla schiena hanno condizionato il rendimento di Raonic, mettendone a rischio persino la partecipazione alle ATP Finals.

 

 

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5. Kei Nishikori

Nella foto con gli altri partecipanti, Kei Nishikori sembra Gulliver nel paese dei giganti. Il ventiseienne giapponese, alto 178 centimetri (ben al di sotto della media dei colleghi professionisti), compensa la mancanza di potenza con una straordinaria rapidità negli spostamenti e un incredibile timing sui colpi da fondo (in particolare con l’efficacissimo rovescio bimane). Nonostante i progressi tecnici riguardanti tutti gli aspetti del proprio gioco, Nishikori deve ancora migliorare l’incisività della seconda di servizio e registrare il dritto nei momenti di tensione. In stagione Nishikori ha vinto un titolo (il solito, a Memphis) e perso quattro finali (le più dolorose ai Master1000 di Miami e Toronto), ma soprattutto ha regalato al suo Giappone la medaglia olimpica di bronzo. Nella carriera del ventiseienne nipponico manca ancora l’acuto che ne consegni (fuori dal Giappone, dove è considerato alla pari di una divinità) le gesta alla storia del tennis, per raggiungerlo serve un ulteriore salto di qualità, sia nella tecnica che nel fisico. Oggi appare poco probabile che possa colmare la differenza che lo separa dai primi della classe e alle ATP Finals non parte con i favori del pronostico, ma sarà senza dubbio pronto ad approfittare di eventuali débâcle dei più attrezzati avversari.

 

 

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6. Gael Monfils

Nella stagione dei trent’anni, Gael Monfils – il saltimbanco del tennis mondiale, la speranza (disattesa) dei francesi di poter riconquistare la Coppa dei Moschettieri – è finalmente diventato adulto. L’annata sportiva del tennista parigino dalle evidenti origini caraibiche è stata caratterizzata da una inusuale continuità di prestazioni e risultati: appena quattro eliminazioni al primo turno, l’affermazione a Washington, le finali a Rotterdam (rimontato da un furioso Klizan) e Montecarlo. Nell’estate americana il breakdancer prestato al tennis si è espresso ai suoi massimi livelli: ottime percentuali al servizio, capacità difensive fuori dalla norma e accelerazioni al fulmicotone per deliziare il pubblico; raggiunge anche la semifinale a Flushing Meadows ma perde (per la quindicesima volta in quindici sfide) contro la sua nemesi Novak Djokovic, in una partita sui generis (tra i fischi del pubblico e un set vinto snaturando il proprio gioco) di cui solo Gael è capace. Monfils ha dunque raggiunto l’equilibrio che è mancato nel corso della sua decennale carriera ad alti livelli, senza sacrificare troppo quei colpi estemporanei fondamentali per un tennista che in campo si diverte e ama divertire; per imporsi alle ATP Finals, però, servirà qualcosa in più di uno spettacolare tweener.

 

 

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7. Marin Cilic

«Io mi dico è stato meglio lasciarci che non esserci mai incontrati»: dopo tre anni, il croato Marin Cilic mette fine alla collaborazione col pigmalione Goran Ivanisevic, l’idolo di gioventù che lo ha accompagnato verso la conquista del primo (e finora unico) Slam. L’annuncio della separazione arriva dopo una prima parte di stagione non esaltante, due finali ATP (entrambe perse) in tornei di secondo piano e la clamorosa sconfitta al primo turno del Roland Garros contro il mediocre Trungelliti. Il destino vuole che Wimbledon sia ancora una volta cruciale per Ivanisevic: è l’ultimo torneo vissuto sulla panchina di Cilic, in cui quest’ultimo annichilisce – per due set e mezzo – Federer, prima di tornare succube della paura di vincere (perderà al quinto, avendo sciupato tre match point). Senza la sua chioccia, Marin spicca il volo: si aggiudica il primo Master 1000 della carriera, a Cincinnati, sommergendo Murray sotto una valanga di servizi e colpi vincenti (anche il dritto, il fondamentale storicamente meno sicuro, risulta letale per l’avversario). Cilic si presenta alle ATP Finals in grande fiducia, con un altro titolo (a Basilea, cemento indoor simile a quello londinese) in tasca, la finale di Coppa Davis all’orizzonte e la consapevolezza di poter battere chiunque.

 

 

GSTAAD,SWITZERLAND,01.AUG.15 - TENNIS - ATP World Tour, Suisse Open. Image shows Dominic Thiem (AUT). Photo: GEPA pictures/ EQ Images/ Pascal Muller - ATTENTION - COPYRIGHT FOR AUSTRIAN CLIENTS ONLY

8. Dominic Thiem

Il torneo di Vienna del 2011 sarà ricordato per l’ideale passaggio di consegne del tennis austriaco: Thomas Müster (ex numero uno al mondo e vincitore del Roland Garros), a 40 anni, torna in pista per mettersi alla prova (e/o per tirare su qualche soldo) ma impatta contro il diciottenne Dominic Thiem, alla sua prima vittoria ATP. Cresciuto sotto l’ala protettrice di Günter Bresnik, con cui ha effettuato il passaggio dal rovescio bimane a quello – sempre meno frequente nel tennis moderno – a una mano, e irrobustito dalle sapienti cure di Sepp Resnik (che alla palestra preferisce le corse nei boschi e le nuotate nei fiumi), l’imberbe ragazzino è oggi uno dei primi dieci tennisti al mondo. Con il suo gioco potente e aggressivo (per certi versi simile a quello di Stan Wawrinka), fondato su un solido servizio e due micidiali colpi a rimbalzo nonché una buona manualità a rete, nel 2016 il giovane austriaco si aggiudica quattro tornei su quattro superfici diverse. La bramosia di scalare la classifica lo ha portato a disputare ottanta partite, con l’ovvia conseguenza di arrivare sfiancato (nel fisico e nella mente) agli ultimi appuntamenti della stagione; è improbabile che Thiem possa invertire la rotta a Londra, ma in futuro sarà sicuramente uno dei più quotati per la vittoria.