“Esiste in Italia una squadra che gioca come il Brasile, che profuma di cibo genuino e campi in fiore. Una squadra che, però, non è brasiliana: si chiama Avellino. Questa squadra gioca al calcio magistralmente, senza sentirsi inferiore a nessuno e senza mostrare nessun borioso senso di superiorità. Umile ed operaia, e nello stesso tempo nobile, come solo i veri aristocratici sanno essere. Questa squadra, l’Avellino, è la più bella realtà del calcio di provincia della storia italiana”. Così il grande Gianni Brera descriveva l’U.s. Avellino 1912, una tra le squadre più affascinanti della Serie A degli anni ’80.

 

Ma facciamo un passo indietro: correva l’11 giugno 1978 quando i lupi d’Irpinia conquistarono la Serie A grazie al goal realizzato da Mario Piga, al nono minuto del secondo tempo, contro la Sampdoria. Quella rete proiettò l’Avellino all’ultimo posto disponibile per la promozione nella massima serie e darà inizio ad un sogno durato ben dieci anni, scaraventando il pubblico biancoverde fra le grandi del calcio italiano. Il calore del tifo avellinese, poi, impressionò tutti fin dalla prima apparizione: le corazzate del campionato italiano caddero inesorabilmente una dopo l’altra allo stadio Partenio, affollato da una tifoseria sempre presente ed estremamente calorosa; una passione che nemmeno il terremoto del 1980 riuscì a scalfire nell’animo.

 

C’erano delle situazioni drammatiche, morti a terra, gente che tirava i propri parenti dalle macerie. C’è una cosa che però non dimenticherò mai. Una signora, a piazza Libertà, mentre piangeva i suoi cari mi disse: “Salvatore, hai visto che è successo? Però oggi che bella vittoria abbiamo fatto…” (Salvatore Di Somma)

 

L’Avellino in quegli anni, tuttavia, fu al centro di una delle vicende più oscure del calcio nostrano, con il coinvolgimento (stagione 1979/80) nell’indagine detta Totonero. Al triplice fischio della 24esima giornata di campionato, nei campi da gioco del massimo campionato italiano fece irruzione la polizia: questa, su ordine della magistratura, effettuò una serie di arresti che coinvolse tredici giocatori, il tutto ripreso in diretta dalla trasmissione 90° minuto.

 

La vicenda ebbe inizio a seguito di una denuncia di Massimo Cruciani, commerciante all’ingrosso di frutta, e Alvaro Trinca, ristoratore: entrambi scommisero su alcune partite di Serie A, combinate in accordo con alcuni giocatori della Lazio e con alcuni dirigenti del Milan, solo che non tutti i risultati concordati si verificarono, facendo perdere a Cruciani e Trinca somme ingenti di denaro. Lo scandalo costò la retrocessione di Milan e Lazio in Serie B e 5 punti di penalizzazione per Avellino, Bologna e Perugia oltre ad una pioggia di radiazioni e squalifiche ai danni di 17 calciatori, tra cui anche Paolo Rossi e Bruno Giordano.

 

Così i giornali si interrogavano l’indomani (gli arresti saranno poi non dodici bensì tredici)

 

Nonostante le vicissitudini giudiziarie l’Avellino nel suo lungo percorso in Serie A ha lanciato tanti calciatori che, grazie anche alla maglia verde, sono riusciti ad arrivare ai vertici del calcio mondiale. Fernando De Napoli, Stefano Tacconi, Ottorino Piotti, Andrea Carnevale, Luciano Favero, Beniamino Vignola, Gerónimo Barbadillo, Ramón Díaz; e ancora lo storico capitano Adriano Lombardi, Juary, José Dirceu, Angelo Colombo, Walter Schachner, Franco Colomba, Angelo Alessio, Gian Pietro Tagliaferri. Questi alcuni dei nomi più importanti che hanno indossato la casacca biancoverde.

 

L’Avellino poi fu una squadra temibile, arcigna e tenace, che non consentì mai umiliazioni dinnanzi al proprio pubblico, frenando o addirittura sconfiggendo le big del calcio italiano. Sono gli anni della Legge del Partenio, che vide la formazione biancoverde conquistare per nove anni consecutivi la stragrande maggioranza dei punti tra le mura amiche; basti pensare che il primo anno i biancoverdi conquistarono 18 dei 26 punti totali proprio al Partenio (quando ancora la vittoria valeva solo due punti). Su un totale di 150 partite, infine, il bilancio totale parla chiaro ed è lusinghiero: 63 vittorie, 60 pareggi e solo 27 sconfitte, con 172 reti fatte e 110 subite.

 

Avellino v Napoli 0-1, Maradona e Ramon Diaz

 

Ma la storia del calcio avellinese in quegli anni è simile a quella di tanti club dell’epoca, in un intreccio in cui gli interessi politici si legano a quelli sportivi, con speculazioni che investono l’intero territorio. La provincia di Avellino era rappresentata a livello nazionale da esponenti di spicco della Democrazia Cristiana, da Ciriaco De Mita a Nicola Mancino: una vivacità politica ed imprenditoriale che vide la classe dirigente irpina insediarsi in ogni ingranaggio della macchina burocratica italiana. Famosa l’interrogazione al Ministro del Turismo Lelio Lagorio (PSI) da parte del senatore Michele Marchio (MSI-DN), il quale chiese spiegazioni sul brindisi avvenuto a fine match tra i dirigenti dell’Us Avellino, Ciriaco De Mita e l’arbitro della partita Rosario Lo Bello, figlio dell’onorevole Lo Bello anch’egli in quota DC.

 

“Dunque il campionato minore l’ha vinto l’Avellino, che i monti proteggono dagli insulti del clima mediterraneo. Aveva ragione don Ciriaco [De Mita], quando si tolse da un’aragosta dei Metalli per garantirmi che l’Avellino era una squadra! Si è vista. Lode a Vinicio ed ai suoi”. (Gianni Brera, La Repubblica, 19 maggio 1987)

 

Ma Avellino non è solo questo: la politica infatti non è riuscita ad infiltrarsi all’interno della Curva Sud nella storia recente, storica e temuta tifoseria soprattutto degli anni ’80, che non ha mai avuto nulla da invidiare a piazze tradizionali del calcio italiano, malgrado il lento declino che ha accompagnato la società; da sempre la Curva ha dato il proprio sostegno alla squadra, e ciò si è visto soprattutto nel duro limbo della Serie C durato sette anni (dal 1996 al 2003). Il ritorno nel campionato cadetto poi non fu dei più semplici, e in effetti la stagione 2003-04 può essere considerata come una tra le più enigmatiche della storia del club. Sulla panchina dell’Avellino siede Zdeněk Zeman, storico allenatore anti-sistema e promotore di una forte critica ai vertici del calcio italiano.

 

Il presidente del club era Pasquale Casillo, figura controversa dell’imprenditoria campana, nonché storico patron del Foggia dei Miracoli. L’Avellino iniziò il campionato con due sconfitte consecutive, l’antipasto di una stagione turbolenta: tanti gli episodi sospetti che hanno portato più volte a pensare che ci fosse un accanimento nei confronti della formazione biancoverde, ma tanti anche i limiti di gioco mostrati dagli irpini durante la stagione, basti pensare che i primi tre punti (sul campo) vennero conquisati solo alla seconda giornata del girone di ritorno – 1-0 contro la Triestina – dopo 21 giornate di digiuno.

 

“Casillo, nel 2004 presidente dell’Avellino, mi rivelò di aver ricevuto una telefonata di Moggi nelle settimane in cui la squadra si stava giocando la salvezza in serie B dove gli fu detto: Se molli Zeman, l’Avellino si salva”. (Zdeněk Zeman processo Calciopoli)

 

Zeman durante la deposizione del processo Calciopoli 2006 (Foto Ansa)

 

L’Avellino quell’anno retrocesse in Serie C, concludendo la stagione soli 37 punti, in una delle peggiori stagioni mai disputate dal club campano. Ma quel campionato e l’addio della coppia Casillo-Zeman tornò a far discutere durante il processo Calciopoli in cui Gianfelice Facchetti, figlio di Giancito Facchetti, riportò in aula una confessione fatta dal padre riguardante l’arbitro Nutini: il direttore di gara confidò infatti all’allora presidente dell’Inter di aver ricevuto delle pressioni da Luciano Moggi per la partita Avellino-Messina del 2003/04, conclusasi con la vittoria per 0-1 del club siciliano, affinché il risultato venisse dirottato a favore del club siculo.

 

In tempi più recenti l’Avellino è ripiombato in Serie D, una categoria che va strettissima al pubblico irpino, già affrontata nel 2009 con il fallimento della gestione Pugliese. Ma quanto accaduto quest’anno alla società biancoverde è un preallarme di quel che avrebbe contraddistinto i campionati di Serie B e Serie C, in un connubio fra interessi dei piani alti del calcio – basti pensare alla corsa per accaparrarsi le percentuali dei diritti televisivi spettanti alle tre escluse – e la mala gestione di un club partito da zero dopo il fallimento del 2009. Nell’estate 2018 infatti l’Avellino rientra fra le squadre non ammesse al campionato di Serie B: ma se da un lato ci sono Bari e Cesena, con una mole debitoria non indifferente – alla quale si aggiunge un’indagine per plusvalenze nel caso del club romagnolo -, dall’altro c’è il club irpino che con i bilanci risulta esser in regola, come evidenziato in una sentenza del Consiglio di Garanzia del CONI.

 

La Curva Sud in Avellino vs Latina 1-0, Serie D girone G (Foto di SportAvellino.it)

 

Il cavillo della non ammissione del club biancoverde risiede però nella fideiussione presentata dalla società, ed emessa dall’istituto finanziario Onix Asigurari, il quale risultava sprovvisto del titolo necessario per operare in Italia, in contrasto con quanto predisposto dal comunicato uffiale. La fideiussione della Onix Asigurari venne sostituita a sua volta da una seconda garanzia, emessa dalla società Finworld ma presentata alla federazione oltre la scadenza imposta, venendo dunque considerata non idonea. Un ritardo di 16 minuti che vide la società biancoverde presentare solo il numero di fideiussione, mentre solo «alle 15.40 del 18 luglio 2018 e, dunque, con due giorni di ritardo rispetto al termine perentorio, il presidente dell’Avellino depositava presso la CO.VI.SO.C. l’originale della polizza Finworld n. 34331338, datata 10 luglio 2018».

 

Caso particolare vuole che la seconda fideiussione fu accompagnata da una terza garanzia, emessa dalla Groupama il giorno 18 luglio 2018. Da sottolineare il poco tempo messo a disposizione dalla Lega di Serie B alla società biancoverde per sostituire la prima garanzia: il 12 luglio (giovedi) intorno alle ore 19.00 viene inoltrato dalla COVISOC la comunicazione di respingimento della Onix Asigurari, che doveva esser cambiata entro le 19.00 di lunedì 16 luglio. Insomma, poco meno di 48 ore lavorative per sostituire la fideiussione, un lasso temporale estremamente breve. Per concludere con i tecnicismi, questi errori burocratici, ai quali si è aggiunta la mancata impugnazione da parte dei legali dei termini perentori fissati, hanno fatto sì che l’Avellino calcio, nonostante una salvezza conquistata sul campo, sia stato costretto a ripartire dai dilettanti, ponendo così fine all’era contrassegnata dal Gruppo Taccone.

 

Il totem del Lupo sotto la Curva Nord presso lo stadio Partenio Lombardi

 

Tra l’altro l’Avellino non è la sola società ad aver utilizzato, seppur in differenti modi, la società Finwolrd per garantirsi l’iscrizione al campionato. Infatti dieci club di Serie C (e solo due di Serie B) sono stati costretti a presentare una nuova garanzia in sostituzione di quella emessa dalla Finworld, in quanto il Consiglio di Stato ha invalidato la società nell’operare in Italia. La Lega Calcio in quel caso ha però concesso un ampio margine di tempo alle società (28 giorni circa e non quarantotto ore lavorative) per presentare le garanzie economiche necessarie. Tra le società di Serie C ad esser state negligenti ritroviamo il Matera ed il Pro Piacenza, società poi escluse dal campionato, oltre al Cuneo e alla Lucchese.

 

L’Avellino, dopo un tira e molla giudiziario, venne definitivamente escluso dalla Serie B il 20 luglio 2018: la notizia fu diramata dalla Lega Calcio durante la partita amichevole giocata a Frosinone contro la Roma, terminata 1-1 con goal di Schick e Paghera. I tifosi biancoverdi chiamarono a sé la propria squadra comunicando l’esclusione dal campionato di Serie B da parte della Figc, in una scena che ben evidenziava l’inconsapevolezza di diversi tesserati circa il proprio destino. Saranno giorni complicati quelli seguenti, in cui i tifosi avellinesi prenderanno d’assalto il CONI con la speranza di far sentire la propria voce. Il 31 luglio, tuttavia, il CONI confermerà quanto già deciso: l’Avellino è escluso dalla Serie B.

 

I giocatori dell’Us Avellino apprendono l’esclusione dal campionato dalla propria Curva durante il match tra Roma ed Avellino 1-1 (Foto di Francesco Luciano)

 

Nonostante il clima di rabbia mista a delusione che si respirava, e si respira tutt’ora, nel capoluogo irpino, l‘Avellino Calcio ha ricominciato il proprio cammino ripartendo dal campionato di Serie D, girone G; un inizio travagliato che, se da un lato ha visto la vecchia società di Walter Taccone – Us Avellino 1912 srl – iscriversi al campionato provinciale Under 15, dall’altro ha portato alla nascita di un nuovo percorso sportivo con il Calcio Avellino SSD di Gianandrea De Cesare, già proprietario della Sidigas Scandone, storico club di pallacanestro militante nella massima serie. Il nuovo Avellino ha avuto, fin da subito, il benestare della tifoseria, che ha fornito in comodato d’uso l’utilizzo dello storico logo per l’iscrizione al campionato dilettantistico (la Curva Sud infatti, tramite l’Associazione per la Storia, detiene sia la denominazione sia il logo dell’Us Avellino, per preservare la gloriosa storia del club ed esserne custode).

 

Il nuovo percorso calcistico, con a guida il gruppo Sidigasha convinto poi la vecchia amministrazione comunale che ha affidato a De Cesare l’arduo compito di riportare l’Avellino nel calcio che conta, preferendo l’offerta dell’imprenditore napoletano a quella della cordata capeggiata da Enrico Preziosi, patron del Genoa. Un progetto di 39 pagine che vuol rendere Avellino il fiore all’occhiello dell’innovazione sportiva nel Sud Italia: dalla modernizzazione dello stadio Partenio alla creazione di una polisportiva che comprenda il basket e il calcio femminile, passando per un settore giovanile che dovrà fungere da motore di spinta per la crescita societaria. Un progetto innovativo che però, nei primi mesi, si è già imbattuto in diverse difficoltà: l’esonero di Archimede Graziani dalla panchina, per mancanza di risultati, è arrivato a poche giornate dalla fine del girone di ritorno, cambiando le carte in tavola. L’arrivo di Bucaro e l’acquisto di calciatori di valore ha quindi migliorato poi la posizione della squadra, che è ora alla caccia del primo posto occupato dal Lanusei, società sarda che da outsider insidia il progetto biancoverde. I tifosi ad ogni modo, nonostante l’incubo esclusione ed un campionato di Serie D altalenante, hanno invaso ogni stadio d’Italia con il loro entusiasmo, lasciando a bocca aperta le tante tifoserie avversarie incontrate in questa stagione, ammirate nel veder il folto gruppo ospite all’interno del proprio stadio.

 

Curva Sud in trasferta a Colleferro per il match tra Vis Artena – Calcio Avellino 1-2 (24 marzo 2019, Fonte SportAvellino.it)

 

Adesso l’Avellino calcio ha votato pagina, e il progetto De Cesare inizia ad entrare nel vivo. D’altronde questa è una città che ha nel sangue la predisposizione a non arrendersi: un territorio meraviglioso, incastonato nei monti, che tuttavia può diventare ostile, come ha dimostrato il catastrofico terremoto del 1980. La storia effettivamente non è stata indulgente ma gli Avellinesi, maledettamente cocciuti e tenaci, non si sono mai persi d’animo, dimostrando un’attitudine innata nel reagire alle avversità e poi nel sapersi rialzare. L’esperienza della Curva Sud sta lì a dimostrarlo: una tifoseria di provincia sempre presente, cascasse letteralmente il mondo, che non ha accettato di spegnersi lentamente; di finire in quel vortice oscuro, in quell’autentica macelleria pallonara che ha inghiottito tante realtà del cosiddetto “calcio minore” italiano, decretando la scomparsa di decine se non centinaia tra club e tifoserie.

 

La città di Avellino, ma ancor prima la gente di Avellino, questo non poteva accettarlo. Qui il calcio ha rappresentato un territorio abituato a soffrire e a combattere, ma che non ha mai voluto rinunciare a nulla: non è retorica, ma testimonianza della storia. D’altronde il popolo irpino è una stirpe antichissima e dalla pellaccia dura, che risale all’epoca degli Etruschi: già a quei tempi gli Irpini avevano un motto, Hirpus Harpe Tahè Kyuì, che in lingua osca significa “I lupi combattono per la libertà”. È questione di territorio, di tradizione, forse anche di DNA, e in tutti questi secoli ce l’hanno ampiamente dimostrato. E allora fatevi un giro per Avellino e chiedete della squadra: raccoglierete certamente delusione, nostalgia, anche rabbia e disgusto, ma vedrete che in fondo pochi avranno perso le speranze. Sì perché non è forte chi non cade ma chi, cadendo, ha la forza di rialzarsi.