Quegli insondabili sentieri che percorre l’animo umano spesso esitano in contraddizioni in termini; ad esempio è opinione diffusa che per diventare immortali sia necessario morire. Come se la morte, specie se prematura, sopraggiungesse al fine di eternare le vite di alcuni uomini straordinari cristallizzandone il ricordo nel loro momento di massimo splendoreIl primo maggio 1994, sulla pista di Imola, in quello che sarà ricordato per sempre come il weekend più tragico della storia della Formula 1 – venerdì 29 aprile Barrichello sopravvisse a un terribile incidente, mentre sabato 30 Ratzenberger non fu altrettanto fortunato –, Ayrton Senna perse la vita, guadagnandosi così l’immortalità. Ma quanto accadde al settimo giro del Gran Premio di San Marino non fu che l’ultimo atto di un processo, quello di eternizzazione, iniziato ben dieci anni prima sul circuito cittadino del Principato di Monaco.

 

Era il 3 giugno 1984, una data che valeva una promessa d’estate. Terrazze, piscine e yacht avevano fretta di riempirsi di miliardari ansiosi di accaparrarsi la posizione più esclusiva per vedere sfrecciare a tutta velocità e a pochi metri di distanza le monoposto del Circus. Ma i buoni propositi restarono tali. Le condizioni meteorologiche si ribellarono al calendario e portarono nuvole e pioggia, così anche gli spettatori-residenti più facoltosi abituati ad avere tutto con uno schiocco di dita dovettero arrendersi all’idea che il prezzo del Sole era inaccessibile anche per le loro tasche. Non se la passavano meglio gli attori principali, i piloti, che in quelle condizioni climatiche si apprestavano ad affrontare una gara con la consapevolezza di vedere il crollo simultaneo della sicurezza e della competitività. Eppure ci fu un pilota che non si scompose all’arrivo di quella perturbazione, ma che anzi la interpretò come un segno del destino. Come un’occasione piovuta dal cielo.

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Senna sfreccia all’inseguimento dei suoi contenders

Il ventiquattrenne brasiliano Ayrton Senna Da Silva, pilota della scuderia Toleman-Hart, era al suo sesto gran premio. Era consapevole, Ayrton, che soltanto un elemento esterno poteva lasciare i piloti soli con il loro talento, senza la (decisiva) supplenza della vettura: la pioggia. E la pioggia, quel giorno, cadde copiosa. La partenza venne ritardata di 45 minuti nella speranza di un miglioramento delle condizioni meteo. Che non ci fu. La pole position era stata conquistata (il giorno prima, sull’asciutto) da Alain Prost sulla McLaren-Porsche, mentre Senna partiva dalla tredicesima posizione. A frapporsi tra i futuri duellanti che di lì a qualche anno avrebbero segnato un’epoca c’erano, tra gli altri, piloti del calibro di Mansell, Lauda, Arnoux, Alboreto, Piquet e De Angelis, tutti assi del volante che potevano contare su monoposto ben più competitive e affidabili della Toleman del brasiliano. Ma la pioggia incessante ridusse ai minimi termini l’incidenza della componente meccanica favorendo l’emersione della ferocia agonistica e della predisposizione al rischio. Qualità, queste, che in Ayrton Senna traboccavano.

 

Sin dai primi giri ci si rese conto che in pochi sarebbero arrivati al traguardo. Vuoi per problemi meccanici, vuoi per testacoda, vuoi per la presa di coscienza, da parte di alcuni piloti, di non avere il talento e forse il fegato necessari per affrontare una situazione così estrema, dei venti partenti soltanto in otto arrivarono fino in fondo. Tra questi Ayrton Senna, che, partito dalla settima fila, aggrediva quella pista colma di acqua come un forsennato, rimontando posizioni su posizioni guadagnando tre secondi al giro sul gruppo di testa. Per il talento brasiliano tutta quell’acqua non rappresentava un problema, al punto da insinuare il dubbio che il casco giallo fosse in realtà una sorta di mini Sole personale che asciugava la pista solo per lui: era impossibile per tutti gli altri sostenerne il ritmo. Dopo aver superato Rosberg, Arnoux e Lauda, Senna si trovò, al trentunesimo giro, in seconda posizione a soli sette secondi dal leader Prost.

L’amarezza del viso di Senna dice tutto

Mancavano ancora più di quaranta giri al termine della corsa e tutto lasciava supporre, vista anche la lentezza con cui viaggiava Prost, che in un paio di tornate il giovane brasiliano si sarebbe preso il primo posto, quindi la vittoria. Ma il direttore di gara Jacky Ickx, non si sa se in piena autonomia o se indotto dallo stesso Prost – tre giri prima il pilota francese aveva alzato la mano chiedendo la sospensione della corsa –, espose contemporaneamente bandiera rossa e bandiera a scacchi. Per lui si era rischiato abbastanza. Gara terminata al giro precedente con vittoria di Prost e punteggi dimezzati (si erano percorsi solo 31 giri rispetto ai 77 previsti). Per Senna, vincitore morale, si trattò del primo podio della carriera. Ma un vincente nato non può cavare alcun sorriso da un secondo posto, a maggior ragione se a cassare l’inconfutabile sentenza della pista era stata una discutibile decisione presa dall’alto. Il brasiliano si sentiva defraudato di una vittoria schiacciante che avrebbe avuto del clamoroso. Tuttavia, quel risultato ebbe l’effetto di accrescere in Ayrton la consapevolezza che stava per arrivare il suo tempo e che l’appuntamento con la vittoria era solo rinviato, e sarebbe stato costante. Insomma, la sua corsa verso l’immortalità era appena cominciata.