La centesima edizione del Giro più bello del mondo è finita con la prima, storica vittoria di un olandese: Tom Dumoulin, contro ogni pronostico. Classe ’90, Dumoulin – che corre per la Sunweb – ha dovuto sfidare il colombiano Nairo Quintana (Movistar, alla fine secondo classificato generale) e Vincenzo Nibali (Bahrain Merida, terzo classificato) fino all’ultimo metro dell’ultima tappa, la cronometro dall’autodromo di Monza con arrivo in Piazza Duomo a Milano. Prima della partenza, la classifica vedeva quattro corridori chiusi in 53”, Quintana in maglia rosa e poche forze nelle gambe di tutti. Tuttavia, il passista-scalatore ha messo in sella tutta la sua potenza montando un rapporto durissimo, un 58×11 che gli ha permesso di mantenere una cadenza così autorevole da recuperare tutto lo svantaggio sulla maglia rosa e arrivare comunque secondo nella classifica di tappa, dietro al connazionale van Emden (Lotto Jumbo).

Dumoulin inseguito da due predatori di prim'ordine come Quintana e Nibali

Dumoulin inseguito da due predatori di prim’ordine come Quintana e Nibali

La vittoria del trofeo è stata in bilico fino all’ultimo secondo. Questo perché fin dalle prime tappe il Giro non ha mai avuto un suo padrone. O meglio, inizialmente il vero dominatore della corsa rosa è stato Fernando Gaviria, velocista colombiano di ventidue anni che ha conquistato quattro vittorie di tappa e ha portato la maglia ciclamino della classifica a punti fino a Milano, e con lui la sua squadra Quick Step Floors, che ha fatto incetta di successi tra tappe e giorni in maglia con Bob Jungels. Questa volta la corsa rosa non è stata né l’assolo del campione né tantomeno un duello tra cannibali, come spesso la Storia ci ha consegnato il Giro. Questo Giro è stato l’ultimo sia di Tiralongo (Astana) che arriva a Milano con una costola rotta, sia del dottor Quinziato (BMC), che pochi giorni dopo aver fatto registrare la più alta velocità media di una crono a squadre alla Tirreno Adriatico 2017 (58,329 km/h) si è laureato in Giurisprudenza a Trento, primo ciclista pro italiano con una laurea magistrale. È stato il Giro di Pierre Rolland (Cannondale – Drapac), che è tornato alla vittoria dopo due anni di digiuno. E le maglie: la bianca di miglior giovane a Jungels con il lussemburghese che sta seminando indizi del campione che sarà, la ciclamino già citata di Gaviria e la blu di miglior scalatore a Mikel Landa Meana (Sky). È stato senza dubbio il giro con l’epifania purtroppo mai capitalizzata di Pozzovivo (AG2R), sesto nella generale, e di Formolo (Cannondale), sempre presente quando serviva, poi decimo.

Altrettanto di alto livello sono state le prestazioni di Pinot (FDJ), vincitore ad Asiago e sempre combattivo, e di Teklehaimanot, l’eritreo della Dimension Data leader dei traguardi volanti, come quelle di Ilnur Zakharin (Katusha) e per spirito di sacrificio quella della maglia nera, Giuseppe Fonzi (Wilier). Guardando ai due primi sconfitti, nessuno dei due può dirsi deluso: con un avversario come questo Dumoulin non si poteva fare molto di più. Mentre Quintana – forse in ottica Tour – sembrava volersi risparmiare (sempre o quasi, vedasi Blockhaus), allo squalo Nibali va dato il merito di averci provato sempre: in ogni occasione il siciliano ha provato a rilanciare, a cambiare ritmo, a staccare l’olandese; ma da quando questi si è guadagnato la supremazia con una progressione furibonda all’arrivo in salita di Oropa – regge ancora il record di ascesa del Pirata -, non ha più ceduto. I due scalatori hanno dato battaglia ma nulla hanno potuto contro chi è riuscito, praticamente senza squadra, a resistere ai forcing di Atapuma/Amador (Movistar) e ad essere più forte della sfortuna (già nella storia la “défaillance intestinale” ). Dumoulin è stato più forte anche di sé stesso: “Mi sono ammazzato” dice all’arrivo di Asiago, che lo vedeva quarto a 53”, per arrivare a potersi giocare tutto nella crono finale. Come in un percorso di metamorfosi, di evoluzione, il passistone che tirava le volate si è allenato in altura, ha perso peso e gareggia meno: è diventato la mutazione necessaria per vincere nel ciclismo moderno. Necessaria ma non sufficiente, perché come prova la distrazione tattica di mettersi a fondo gruppo a Sappada nella San Candido-Piancavallo che lo ha fatto staccare dai diretti avversari costringendolo a un duro recupero, o come dimostrano alcune esternazioni post gara, il ragazzo Dumoulin deve ancora seguire l’uomo che atleticamente è diventato. Omnia cum tempore.

La soddisfazione di Tom Domoulin

La soddisfazione di Tom Dumoulin

Sarebbe dovuto essere il Giro della doppietta con il Tour per Quintana, o forse il Giro di Nibali, o forse ancora l’ennesimo atto di egemonia del Team Sky con Geraint Thomas, ritirato a metà della seconda settimana, forse non ancora vero capitano da grande giro. Sarebbe dovuto essere il giro da capitano di Michele Scarponi, ricordato continuamente da un pubblico mai così partecipe negli ultimi anni. E invece è stata la corsa inaspettata, incerta ed emozionante che nessuno avrebbe pronosticato, uno schiaffo a chi grida alla noia del ciclismo moderno. Una cronometro individuale come ultima tappa sembra uscire dal Caso e rientrare nel Destino, per come si è sviluppato questo Giro d’Italia. Le estensioni sul manubrio, la ruota lenticolare, la moltiplica infinita sono il trono naturale per Tom Dumoulin, già vittorioso contro il tempo nei Grandi Giri e già argento olimpico ai Giochi di Rio de Janeiro nel 2016. Trovarsi a dover recuperare a cronometro quei 53 secondi come unica via per la vittoria sa di finale cinematografico: l’eroe che, dopo essere stato a combattere in terreno ostile, finalmente sfida il nemico sui propri sentieri.

Dopo tre settimane dove si è stati tutti in gruppo, spalla a spalla, dove nessuno si è mai staccato, trovarsi ad affrontare da soli la solidità dell’aria non è per niente facile: perchè nonostante il caschetto aerodinamico e la posizione perfetta, quell’aria ha un peso tutto suo, un’impenetrabilità che accoglie solo chi sa come rivolgersi verso di lei nel modo corretto, e che invece respinge spietatamente gli indegni. Il Giro imperituro ha un nuovo padrone, e il ciclismo ha un nuovo campione: sembra non ancora in grado di giocarsela con Froome, ma solo il tempo darà le sue risposte. La sconfitta di Quintana e Nibali è scaturita dall’aver sottovalutato un atleta ritenuto ancora in fieri, che prima a un certo punto sarebbe crollato e che invece ora ha dimostrato di essere molto più avanti nel suo percorso di crescita, con fiducia nei propri mezzi – a volte troppa – e con prospettiva. Un sorteggio nella selezione del numero chiuso alla facoltà di Medicina lo ha escluso dall’università e forse i genitori saranno rimasti delusi quando Tom invece decise di accettare un contratto da dilettante. Eppure oggi il bruco è diventato farfalla, come il soprannome che non vorrebbe avere ma che gli è stato imposto. La sfida vera sarà confermarsi, contro avversari che sanno del suo valore, che non lo sottovaluteranno più. La crisalide è stata abbandonata, le ali sono state spiegate, ora devono volare, magari alla ricerca di un soprannome più tosto.