Bruce Lee nasce a San Francisco il 27 novembre 1940. Talento versatile, irrequieto fin dalla fanciullezza-gioventù, cresce in un contesto medio-alto borghese: il padre, Lee Hoi-chuen, è un attore noto mentre il prozio di Bruce, per linea materna, è il ricchissimo Robert Hotung, “businessman” di Hong Kong, esponente di una oligarchia “mista”, cinese-europea riconosciuta e medagliata dall’Impero Britannico. Il continuo pencolare tra la nativa America e il territorio di origine, appunto Hong Kong, rappresenterà una costante nella vita del “piccolo drago”. Nonostante la buona provenienza sociale, il giovane Lee si trova spesso invischiato in zuffe da strada con un rendimento scolastico che preoccupa i genitori: il primo di una lunga serie di tentativi di incanalarne l’energia è quindi la frequentazione di Yip Man, celebre maestro di Wing Chun. Con lui Lee apprende le tecniche di base del kung fu della Cina meridionale, di fatto una sorta di battesimo nel mondo delle arti marziali. Sono proprio le numerose risse da strada a inoculare in Lee il dubbio che i sistemi tradizionali presentino gradi di inapplicabilità in situazioni reali: da qui l’interesse per stili di combattimento “altri”, compresi quelli occidentali, dai quali poter trarre ispirazione per la sintetizzazione di un ulteriore sistema che tenga conto delle particolarità di ogni praticante.

 

Bruce Lee (sulla destra, in piedi) assieme alla madre e ai fratelli

Nei primi anni Sessanta Bruce alterna al lavoro come cameriere a Seattle lo studio presso una scuola tecnica finendo poi per iscriversi alla facoltà di filosofia dell’università di Washington, senza conseguire la laurea. A ventiquattro anni conosce e sposa Linda Emery, da cui nasceranno due figli: Brandon, che seguirà le orme paterne, compresa una fine da molti definita misteriosa, e Shannon Lee. La nascita del “Jeet kune do”, il sistema di combattimento ideato da Lee, è da ricondurre proprio a questo periodo: nel 1965 presso la sua palestra di Oakland, “il piccolo drago” insegna già un Wing chun modificato, sfrondato di molti orpelli, al quale darà il nome di “Jun fan gung fu” ovvero il Kung fu di Jun Fan (uno dei tanti nomi coi quali Lee era conosciuto presso la comunità cinese). Una ossessione, quella della efficacia nello scontro reale, che porta alla evoluzione di una tecnica che è il risultato di uno studio di arti marziali come Judo, Ju Jitsu, Karate, Taekwondo, Savate francese, Muay Thai, fino ad arrivare alla scherma e al pugilato. Nasce così nella seconda metà degli anni Sessanta il “Jeet kune do”, caratterizzato da “movimenti diretti, semplici e non classici”, che in seguito, nei primi anni Settanta, verrà ulteriormente corredato di una serie di principi di carattere filosofico e comportamentale.

 

Se la carriera cinematografica di Lee si sviluppa fin dalla tenera età, agli anni Sessanta risalgono una serie di apparizioni televisive in America che lo lasciano profondamente insoddisfatto: l’obiettivo di Bruce, del tutto rivoluzionario, è quello di imporre, all’attenzione del mondo, e per la prima volta, un eroe autenticamente cinese capace di affrancarsi dai cliché di carattere razziale che vedono la figura dell’orientale sempre relegata a ruoli di contorno o peggio di servizio (autista, cameriere). Le potenzialità fisiche di Lee sono indiscutibili e note a tutti almeno fin dal 1964 anno in cui il “piccolo drago” partecipa al campionato internazionale di karate di Long Beach nel quale ha modo di mostrare il suo stile di combattimento e l’efficacia di alcuni colpi, come il “pugno a un pollice” che permette di colpire con efficacia e potenza un avversario a una distanza estremamente ridotta (compresa tra gli 0 e i 15 centimetri).

 

Un giovane Bruce Lee

 

L’occasione della vita si presenterà però molto più tardi con i film “The big boss” e “Fist of fury” del biennio 1971-72. Il regista di entrambe le pellicole è il famigerato Lo Wei, in odore di Triadi, conosciuto per i metodi estremamente sbrigativi, subito entrato in contrasto con Lee: di lui si racconta che strappasse le pagine delle scenografie che prevedevano troppe battute a favore delle scene d’azione, senza contare una certa approssimazione usata sul set a tutto svantaggio della sicurezza degli attori. Dei due prodotti, quello di maggiore importanza per comprendere la psicologia di Lee è il secondo, da noi ribattezzato con l’evocativo titolo “Dalla Cina con furore”. Il film, ambientato a Shangai nei primi anni del Novecento, ripercorre il periodo della traumatica occupazione giapponese con l’assassinio – realmente accaduto – del celebre maestro di kung fu Huo Yuanjia.

 

E sono alcuni episodi della vita di Huo a ispirare la sceneggiatura del film, nonostante i “tagli” di Wei: il maestro era infatti noto per la sua abitudine di sfidare i rappresentanti delle altre scuole, compresi quegli stranieri scettici delle potenzialità del kung fu tra cui un russo che usava definire sé stesso “l’uomo più forte del mondo” e i cinesi come “malati dell’Asia”. Lee nel film sgominerà proprio un russo e una intera scuola di praticanti giapponesi di judo e jujitsu presso i quali i cinesi venivano appunto definiti “marionette dell’Asia”. In “The way of the dragon”, conosciuto da noi come “L’urlo di Chen terrorizza anche l’Occidente”, Lee batte una pletora di lottatori stranieri, tra cui il terribile campione americano Colt, interpretato da Chuck Norris, in un combattimento all’ultimo sangue nel Colosseo.

 

Lo scontro titanico tra Bruce Lee e Chuck Norris

 

L’elemento in comune dei film di Lee è la costante presenza dell’eroe che batte lo straniero, capace di castigare i traditori in combutta col nemico presenti all’interno della stessa comunità cinese, imponendo una superiorità del kung fu rispetto a qualsiasi arte marziale in primis quelle giapponesi. I personaggi creati da Lee servono a riscattare l’orgoglio patriottico cinese, troppo spesso umiliato da decenni di oppressione straniera o dall’umiltà delle condizioni economiche-esistenziali. Il “Chen” impersonato da Bruce è un catalizzatore del rinnovato orgoglio cinese, al di là di qualsiasi divisione politica dovuta alla presenza, ancora negli anni Settanta, degli inglesi a Hong Kong patria dei film in questione.

 

L’ultimo lavoro di Lee, “I tre dell’operazione drago”, rappresenta un altro successo di dimensioni planetarie. Il film, forte di un budget pari a otto volte quello di un film dello stesso genere mediamente prodotto a Hong Kong, frutto di una coproduzione con la Warner Bros, avrebbe dovuto essere l’inizio di una folgorante carriera di Lee negli Usa, di fatto anticipando la larga produzione di film sulle arti marziali realizzata in quel Paese. Anche qui abbiamo la figura del cinese reietto, mister Han – vagamente ispirato al Dr. No di “Licenza di uccidere” – un ex monaco Shaolin divenuto col tempo molto ricco, grazie al traffico di droga, organizzatore di un torneo di arti marziali sulla propria isola al largo della Cina. Il torneo sarà solo una occasione per Lee di battere, in un combattimento all’ultimo sangue, l’abile e perfido Han.

 

 

Un combattimento nella pellicola “I tre dell’Operazione Drago”

La morte di Bruce Lee è stata oggetto nel tempo di varie speculazioni. L’attore venne trovato già praticamente in coma nel letto di Betty Ting Pei, starlette di Hong Kong vicina alle Triadi e famigerata per i debiti di gioco, nota frequentatrice di festini a base di droga e alcol. Lee soffriva da tempo di forti emicranie ed era stato soccorso, in fin di vita, nel maggio 1973: il medico che lo visitò gli riscontrò un edema cerebrale, somministrandogli del mannitolo, medicinale atto a ridurre il gonfiore al cervello. La crisi si ripresentò due mesi più tardi, mentre Lee si trovata a casa della Ting Pei cosa che diede adito a varie voci, tra cui una relazione con la donna – con una serie di conseguenze per l’immagine pubblica di Bruce descritto fino a quel punto come particolarmente devoto alla moglie americana – e addirittura un avvelenamento ordito dalle Triadi e reso possibile per mano della stessa Ting Pei.

 

Tra l’altro i difficili rapporti tra Lee e le organizzazioni mafiose di Hong Kong – che si dice proteggessero Lo Wei, il già menzionato regista dei primi due film del “piccolo drago”, e la stessa Ting Pei – furono oggetto della sceneggiatura di “L’ultimo combattimento di Chen”, noto sul mercato internazionale come “The game of the death”, film postumo realizzato con ampio utilizzo di controfigure sulla base di alcune scene girate da Bruce prima di morire. Nel film, il protagonista, cioè Lee che di fatto interpreta sé stesso, dovrà fare i conti con una misteriosa organizzazione criminale che tenta in tutti i modi di taglieggiarlo e averlo tra le proprie “star”. E sui film di Hong Kong di quel periodo una cosa certamente si sa: tra le mille bugie, e licenze poetiche, inventate di sana pianta per far divertire il pubblico locale, qualche verità, o magari solo qualche diceria popolare dotata di largo credito, veniva sempre messa dentro per la gioia di complottisti postumi e produttori cinematografici.