Come era pronosticabile la nazionale italiana di pallacanestro è stata eliminata dalla Serbia di Sasha Đorđević con un perentorio 67-83 che non lascia nessun diritto di replica. La Serbia di certo non ha potuto schierare la migliore nazionale possibile tra infortuni e scelte varie, e questo porta ad una riflessione semplice e banale: ci è anche andata bene, il passivo poteva essere ben peggiore. Al netto di un mediocre quarto di finale contro una delle favorite del torneo, l’avanzata della nazionale è stata altalenante e discontinua. Ottime le partite contro Ucraina ed Israele, valida anche la sconfitta contro la Lituania; abbiamo perso, ma contro una squadra piu’ forte e meglio assortita, l’altra faccia della medaglia è l’ecatombe contro la Germania e la vittoria contro la Georgia che è stato piu’ un loro regalo che frutto dei nostri meriti. Finlandia battuta, e ci mancherebbe altro, poi umiliati dalla Serbia. 4 vittorie e 3 sconfitte, era possibile fare meglio? Certo, si doveva fare meglio, inamissibile perdere contro la Germania e giocare solo il primo quarto contro la Serbia, ma a latere di cio’ la vera disamina da fare è su come siamo arrivati a questo Europeo, e di come la generazione “fenomeni” del basket nostrano abbia miseramente fallito ad ogni appuntamento.

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La delusione di Belinelli

Dopo l’epopea di Fucka, Myers, Marconato, Basile, Meneghin, Pozzecco, Galanda e Chiacig ad Euro 1999 ed Atene 2004 pensavamo di aver una nuova generazione di talenti a cominciare da Bargnani, che si è rivelata una delle prime scelte del Draft NBA piu’ deludenti di sempre, poi seguito oltreoceano da Belinelli, Gallinari e Datome. Come spesso succede il peccato di superbia mina gli imperi piu’ grandi, ottenebra la mente dei grandi generali e porta al disastro, ci si dimentica troppo spesso che la componente fondamentale di una impresa sportiva è l’umiltà, non bastano nomi blasonati per vincere tanto meno non serve una dimensione cestistica extra europea a tutti i costi per risultare vincenti. Abbiamo toccato apogei massimi senza neanche un giocatore NBA. È pur vero che indietro di quindici anni giocare in Italia sia a livello economico che di prestigio era un altro universo ma cio’ non toglie che giocatori come Basile ad esempio hanno fatto dell’umiltà la loro compagna di vita, uno come lui non si sarebbe mai permesso di dare un pugno in faccia ad un avversario in una amichevole. Ad Atene 2004 si è concretizzato il sogno di un movimento sano e competitivo, senza regole astruse su extracomunitari, italiani di nascita, italiani per diritto, quote giovani o affini. Ad Euro 2017 si è seppellito l’ultimo acuto di un movimento marcio e decadente, che sopravvive solo grazie all’attaccamento alla maglia di qualche giocatore, leggere Gigi Datome, e di un allenatore che ha compromesso con scelte sciagurate la qualificazione alle Olimpiadi brasiliane ma che dopo due anni di lavoro aveva dato una vera anima ad una nazionale anche fin troppo amata e protetta per i risultati prodotti.

Tralasciando le motivazioni tecniche, il male è la supponenza con cui si affrontano certe competizioni. Gli anni avanzano e non si vede un possibile ricambio generazionale di livello, con queste forme extra-large di competizioni europee/mondiali il nostro posto potremmo sempre garantircelo, ma con quale ruolo? La Finlandia di turno? Meritiamo di piu’, la storia del basket nostrano merita di piu’, non possiamo naufragare per colpa della supponenza di un giocatore così come essere alla mercé di qualche dirigente incapace ed inetto.