Il calcio esisteva ben prima dei social e continuerà ad andare avanti a braccetto con ogni innovazione tecnologica. Eppure è il caso di fermarsi e riflettere. Sono diventate famose negli anni le parodie del trio comico Gialappa’s che si prendevano gioco delle tante meteore passate per il calcio italiano, giovani promettenti, presto rivelatisi bidoni o poco più. C’erano i vhs, lunghi viaggi oltreoceano e un continuo passaparola, che piano piano ingigantiva il reale valore del calciatore in questione. Come quando, durante la proiezione della corazzata Potemkin a Fantozzi arrivavano voci di una Italia che vinceva per 20 a 0 contro l’Inghilterra, così allo stesso modo tanti giudizi su giovani sudamericani sono arrivati a noi completamente distorti. Cosa c’entrano i social in tutto ciò? La comunicazione sui social è diretta, è nelle nostre mani, senza necessità di mediatori o persone del mestiere, una sorta di ingombrante ed inevitabile democrazia che ha fatto sì che i calciatori stessi, e i loro agenti, si sponsorizzassero attraverso il mezzo.

 

Il fenomeno dei video skills ne è l’esempio più incredibile. Sin dai primi anni 2000 iniziarono a diffondersi video di scarsa di qualità di fantomatici fenomeni, fino ad arrivare ai giorni nostri in cui un giocatore come Gabigol pubblica un video skills della partita appena pochi minuti dopo il triplice fischio. Montaggio perfetto, giocate notevoli. Cosa sono i video skills? Vere e proprie produzioni professionali nelle quali vengono messe in evidenza le qualità del giocatore in questione, anche quando queste qualità in effetti non esistono. Puro individualismo, suddivisione del video in tiri, assist, dribbling, nessun accenno ai numeri, alla frequenza delle giocate ma soprattutto nessuna indicazione di come esse si inseriscano nel contesto squadra. Arrivando a fine video si legge chiaramente la scritta “4 comm marketing & career management”, società che gestisce carriera e soprattutto immagine di molti calciatori brasiliani, tra i quali spicca non a caso un altro giocatore abbastanza sopravvalutato come Lucas del PSG. Il tifoso non si abbevera più alla fonte del giornalismo cartaceo, o quantomeno ufficiale, ma ha un canale diretto con l’immagine, col video, ed è facilmente suggestionabile. Gabigol come calciatore non esiste nella realtà, esiste solo nella memoria dei social, come tantissimi altri giocatori che devono al web 2.0 la loro fortuna. Un esempio chiarificatore è osservare come viene celebrato l’approdo al Benfica sulla sua pagina Facebook e come, all’opposto, tra i commenti dei tifosi.

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Paul Pogba, terzo calciatore più pagato della storia, fu annunciato con un video in collaborazione col musicista Stormzy e l’Adidas, nel quale il centrocampista francese diventava una sorta di popstar in procinto di lanciare il suo nuovo attesissimo album. Migliaia di commenti e reazioni, sia positivi che negativi; d’altronde cosa ti aspetti quando pubblichi un contenuto così forte? non si può mica scappare (così facilmente) dalle malelingue. Eppure anche questo concetto, così caro al calcio, soprattutto quello italiano, è stato rivisitato e usato a proprio favore. Le chiacchiere da bar, i brontoloni, sono i nuovi haters, che popolano il web alla ricerca dell’ultima notizia calcistica da commentare e sulla quale sputare sentenze, super positive o super negative. È questa una tendenza forte, riflessa poi nel giornalismo, quella di esprimere giudizi netti e affrettati che tanto si perdono nei fiumi di parole. C’è chi lo fa in tv (“Messi all’Inter, il Milan non potrà investire”) e chi invece stuzzica gli utenti per un tornaconto personale (ogni quotidiano sportivo o rete satellitare finita sul web 2.0). Perché continuare a farlo e soprattutto perché farlo intenzionalmente? La home di Facebook è un contenitore infinito e in costante aggiornamento; considerando che un utente lascia il proprio like a decine e decine di pagine (in media da almeno 7-8 anni) accumulando un materiale enorme per il proprio news feed (la home, per l’appunto). Come faccio a spiccare sugli altri con i miei contenuti? Come posso ottenere quel primato, quel ruolo di protagonista in una sorta di monopolio concorrenziale, che avevo (e ho) in edicola o in televisione? Prima regola: coinvolgere gli utenti. Se Facebook recepisce che i tuoi post hanno sempre massima partecipazione, avrai più possibilità di apparire in alto nel news feed di ogni tuo utente. E quale metodo migliore per invogliare alla partecipazione se non quello di provocare costantemente, senza curarsi dei feedback negativi.

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In questa giungla si inserisce anche un substrato di ironia anni luce in ritardo rispetto a quella che popola e diverte il resto mondo, fuori dal contesto calcio, ma così fondamentale nel social quanto le tematiche già citate. Così una delle nazionali italiane più scarse degli ultimi anni diventa pian piano simbolo di simpatica ignoranza e giocatori certo fortissimi, ma non leggendari, come Ibrahimovic, acquisiscono un’aurea mistica che sarebbe stata inspiegabile prima dell’avvento di questo fenomeno social. Ibrahimovic non ha mai vinto una competizione europea (fatta eccezione per la recente Europea League, nella quale finale tra l’altro era assente per infortunio) e fino al 2012 veniva costantemente sbeffeggiato, soprattutto dalla stampa estera, per la sua scarsa caratura internazionale. Cattiva fama in parte confermata dal periodo disastroso con la maglia blaugrana. Ibrahimovic però diventa meme, ritrova una seconda giovinezza in campo iniziando a mutare il suo gioco e sfrutta questo carisma improvvisamente alimentato dai meandri dell’internet. Gradualmente questa sua reputazione arriva anche sul terreno di gioco e tra gli addetti ai lavori, finché meme e calciatore diventano inscindibili e addirittura il primo si sostituisce al secondo, quando il secondo – si intende – è fuori per infortunio. Zlatan Legends, lanciato da pochi giorni, è infatti il videogioco per smartphone nel quale la trasformazione è definitivamente completata: Ibrahimovic è un supereroe invincibile nato dal web e affiancato da una serie di altri personaggi. Eppure forse in questo caso non ci sarà da chiedersi come funziona la loro convivenza in campo, se lo svedese è eccessivo accentratore di gioco o altro, tanto la battaglia si fa sì, ma senza pallone.

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Elencati alcuni di questi nuovi e assurdi fenomeni ci si aspetterebbe un giudizio negativo sui social del calcio e quindi sulla contemporaneità. Eppure questa associazione di idee è quanto di più sbagliato. D’altronde la storia del calcio è sempre stata costellata da fenomeni di questi tipo: dal mito di George Best nato sui tabloid, alla ricerca esagerata e insensata di nuovi giovani fenomeni d’oltreoceano (ripresa e dissacrata in molti film dei tempi come il celebre L’allenatore nel pallone), alla semplice e letale chiacchiera da bar nata con i gomiti sul bancone, in attesa del proprio caffè, e arrivata fino in televisione. Il chiacchiericcio intorno al calcio muta e si rinnova sempre, perciò quanto più fondamentale sarà saperlo riconoscere e osservarlo con occhio distante e attento. Inutile farsi prendere dalla smania della nostalgia, tant’è che, per concludere con un consiglio social, la miglior pagina satirica di calcio è ad oggi proprio una operazione di anti nostalgia