La Francia vince il suo secondo mondiale, e lo fa battendo la vera rivelazione della competizione. Nonostante non abbia mai conquistato gli occhi o riempito il palato, questa consacrazione finale non può dirsi di certo immeritata, essendo figlia delle vittorie su Argentina, Uruguay, Belgio e Croazia. Probabilmente alcune delle migliori squadre della competizione, insieme al Brasile.

 

Proprio il portiere del Belgio, Courtois, aveva ammonito i francesi, accusandoli di aver avuto, durante la semifinale, un atteggiamento oltremodo difensivo. Di seguito era arrivata la risposta del leader tecnico della Francia, Antoine Griezmann:

 

“Non mi interessa come, voglio la seconda stella sulla maglia”.

 

Il gol vittoria di Umtiti contro il Belgio in semifinale (foto Shaun Botterill/Getty Images)

 

Dopo aver perso un europeo in casa per colpa dell’inesperienza di un gruppo ancora troppo giovane per capire quanto il calcio può essere semplice, la Francia è maturata. Ed è proprio questa la chiave del successo francese, la semplicità con la quale hanno sconfitto ogni avversario, sfruttando appieno l’enorme potenziale di alcuni dei migliori giocatori del pianeta, due su tutti Mbappé e lo stesso Griezmann. Difesa solida, palla in avanti e si ottiene il massimo.

 

Metafora di questo atteggiamento è stata l’inutilità di Giroud, il numero 9 dei campioni del mondo che ha chiuso la competizione con 0 gol e 1 assist. Il suo ruolo nello scacchiere di Dechamps è stato semplicemente quello di riempire un settore di campo già perfetto con due soli elementi (Antoine e Kylian) e fare qualche sponda per i compagni, su palla lunga: riassunto della ricerca della massima utilità nel proprio gioco. Pogba può permettersi di perdere continuamente palloni, Lloris può rischiare di diventare il nuovo Karius, senza però rinunciare ad alzare la coppa; e persino Kanté si concede avere una giornata storta proprio durante la finale dei Mondiali.

 

Antoine Griezmann, probabilmente il migliore dei suoi

 

La Croazia invece, è una squadra imperfetta e oltremodo generosa. In questo caso il proprio numero 9 di riferimento (anche se veste la 17) è Mandzukic, che in finale soffre, combatte, aiuta i compagni, ma inaugura la propria partita con un gol nella porta sbagliata. Modrić e Brozović sono tra i giocatori con più chilometri percorsi durante tutta la competizione. Eppure, basta una palla filtrante verso Mbappé, che parte uno contro uno contro Vida, a vanificare la fatica di quel centrocampo così talentuoso ma allo stesso tempo così tenace; emblema dell’ultimo canto del cigno di questa generazione di grandi giocatori che hanno dovuto combattere per anni contro lo stereotipo degli slavi forti ma discontinui.

 

Una generazione che ha il volto di Lovren, il quale, nonostante le proprie limitate capacità, ha appena giocato le due finali più importanti tra tutte le competizioni calcistiche. Che ha lo sguardo maliconico di Rakitić, sempre in continuo stato di allerta come se da un momento all’altro tutto potesse andare male, nonostante i propri meriti. Che ha il ghigno di Perišić, talento sbocciato quando ormai la carta d’identità impone di vincere subito. Ma soprattutto una generazione che si è retta sulle gambe di Luka Modrić, un fenomeno per il quale potrebbe arrivare la definitiva consacrazione personale, con la vittoria del pallone d’oro. Insomma una generazione che, nonostante tutto, può dire di aver sfatato il mito secondo cui la storia la scrivono soltanto i vincitori.

 

La Croazia festeggia comunque il proprio grande cammino

 

Il risultato finale è 4-2 e nel mezzo c’è stata una partita combattuta e in bilico quasi fino all’ultimo, fatta eccezione per quei dieci minuti, tra il 59’ e il 69’ nei quali il calcio è stato semplice. Lo sa bene Mbappé, ma soprattutto lo sa bene Griezmann. Forse lo sa meglio di tutti, ed è per questo che ad oggi è il più serio candidato, insieme al sopraccitato Modrić, per la vittoria del pallone d’oro. Quest’ultimo ha dalla sua un recente palmares fatto di tre Champions League consecutive vinte col Real Madrid, un’altra squadra che è arrivata sul tetto del mondo con una ritrovata semplicità, potendo semplicemente esibire i migliori giocatori al mondo.

 

Gary Lineker disse: “22 uomini rincorrono un pallone per 90 minuti e alla fine vince la Germania”. Chissà che adesso non sia cambiato tutto, dopo anni di continue e insulse analisi tattiche e copie scadenti del Guardiolismo, che hanno avvelenato anche nazionali con un passato glorioso. Oggi ventidue uomini hanno rincorso un pallone per 90 minuti e alla fine, semplicemente, i più forti hanno vinto.