Com’è facile, com’è naturale giocare a calcio. È l’insegnamento di Patrick Cutrone: poche sovrastrutture, neanche 20 anni e una fame che San Siro in una piovosa notte di derby non basta. Entra per Kalinic messo KO da Skryniar: a fianco ha Chalanoglu, che subentra come lui dalla pancina e si sveglia solo dopo un po’, ma è Suso – la piccola anima artistica rossonera – a inventare l’unico pallone buono per lui. Ed è gol. Partita di emozioni e basta, molto confusa e anche per questo sanguigna. Se di tattica si vuol parlare si è vista solo quella poca della metà nerazzurra: Spalletti ha disegnato una squadra che ha comunque un’idea per ogni fase, anche se ha dovuto scontare le serate no di Perisic e di Icardi, convitato di pietra. Il Milan dal canto suo è palesemente privo di identità: un Biglia inesistente, poco ordine in attacco, tutti aggrappati all’occasione del momento – ad attenderla, ovviamente, mica a crearla.

Dopo 24’ l’Inter passa in vantaggio con un gol annullato assurdamente per VAR. L’assurdo non sta nell’aver annullato il gol, quanto nell’aver invocato l’assistente virtuale. L’infrazione era palese e sarebbe stata sufficiente la personalità di fischiarla/segnalarla: il buon Ranocchia oltre a essere di là della linea di offside era anche d’ostacolo al portiere, il negletto Antonio “1 milione di stipendio” Donnarumma. Schernito e sbeffeggiato, si trova titolare per sbaglio causa infortunio nel riscaldamento del designato Storari e salva la partita con una grande parata e qualche altro intervento in sicurezza. L’inter lo aiuta, e non poco.

 

Una bella gatta da pelare. Foto di Claudio Villa - Inter/Inter via Getty Images

Una bella gatta da pelare. Foto di Claudio Villa – Inter/Inter via Getty Images

 

Se capitan Bonucci, forse ancora stordito dalla reprimenda di don Fabio, non è stato così solido come lo si vorrebbe da tempo, nessuno del Milan ha dato parvenza di compattezza: Kessie su tutti ha sparpagliato a vanvera i baleni della sua forza, e Bonaventura gli va un po’ a ruota ma almeno gode di consapevolezza tattica. Dall’altra sponda Gagliardini ha fatto il suo con serena personalità, ma è stato Cancelo il vero mattatore. Senza il gol del giovane Patrick sarebbe stato probabilmente il migliore in campo, con Vecino a dare struttura alla metà destra interista. João Pedro Cavaco Cancelo (come fa a non avere ancora un soprannome?) era l’uomo in più degli Spalletti-boys, almeno per i primi 60’, toccando un altissimo numero di palloni facilmente superiore a quelli di Biglia, il “regista” (?) avversario.

È alla fine del primo tempo supplementare che si decide la partita: si sprecherebbe tutta la retorica dell’eletto del settore giovanile che a costo zero salva le partite (e i derby) in faccia ai 250 milioni cotti al vapore sul mercato, se non fosse la verità. Il suo volto è trasfigurato di concentrazione: ammicca alla rete, non alle telecamere. La strada è lunga, i movimenti sono istintivi e originali, a tratti inzagheschi: da sgrezzare ma già estrosi e risolutivi. I cronisti gli soffiano sul collo la predestinazione ma Cutrone se ne divincola come da una marcatura: il suo gioco reclama libertà, normalità, naturalezza. Un tempo le pagelle calcistiche lo avrebbero promosso alla voce “senso del gol”: il suo calcio spontaneo e sincero sbanca la Scala del Calcio con il nono segno stagionale, capocannoniere della squadra. Ora Spalletti dovrà ricucire le smagliature che hanno portato alla terza sconfitta consecutiva per non perdere definitivamente il treno delle prestazioni necessarie per stare in alto, mentre Gattuso si trova – con una vittoria tanto cercata quanto patita – ad aspettare la Fiorentina in campionato e la Lazio in Coppa Italia. Con la stessa mancanza di certezze di prima ma con un derby in saccoccia: se non stravolge la stagione, di certo alleggerisce il cuore.

 

In copertina, foto di Emilio Andreoli/Getty Images