«La verità enfatica del gesto nelle grandi circostanze della vita». Che cosa è il simbolo? il blasone? Il gesto espresso in tratti di linee e forme? Charles Baudelaire non è il protagonista della nostra storia, ma ci fornisce un incipit poetico ed intrigante da cui poter partire. E’ l’importanza della rappresentazione. Rappresentazione come “qualcosa che sta per qualcos’altro”, ma anche rappresentazione che dice se stessa. Riconoscersi come etnia, gruppo (generalmente inteso), nazione; è il simbolo – il gesto espresso in forme – che dice a chi non è tra noi cosa noi siamo. L’araldo, lo stemma, il simbolo. Dietro l’elaborazione grafica, più o meno grezza, si nasconde una storia più grande del singolo segno. Parafrasando Baudelaire, scriviamo dunque: la verità enfatica del simbolo nelle grandi circostanze della vita. E poiché noi osiamo definire il calcio una grande circostanza della vita, porteremo il discorso – meno filosofico di quanto possa sembrare in apparenza – ad un livello più terreno, quello che d’altronde ci compete. Cosa si nasconde dietro lo stemma? E’ antichissima l’origine dell’uso araldico. La sua funzione è l’appendice di un’azione più profonda; da mero rimando a, il simbolo diviene ciò che. Si pensi ai legionari romani, fondatori – almeno in campo militare – della pratica araldica. Il simbolo dell’Impero, l’aquila, e il simbolo di Roma, la lupa. L’età medievale rinnoverà gli stili e l’importanza di questa traditio. Scompare quasi del tutto l’Impero; si articolano le autonomie locali che resistono tutt’oggi. Basti pensare al settore caldo del tifo senese; uno striscione di enormi dimensioni grida sprezzante al lato “guelfo” della nemica toscana: “noi siamo” Ghibellini. Il simbolo rivela il proprio mondo. Una fresca novità si porta dietro un fresco simbolo. 24 Maggio 2013: l’AS Roma deve espandersi (come prodotto), rimanendo nell’effige che la distingue agli occhi del mondo; ecco allora che James Pallotta, patron del club giallorosso, decide per una modifica – agli occhi dei molti molesta, almeno sulle prime – che metta in risalto più la città, così unita al suo simbolo e al suo nome, che il club. “Roma” sostituisce “ASR”. E’ la città che fa il club e non viceversa (almeno apparentemente). L’innovazione è visibile, ma la tradizione è intatta.

L'evoluzione dello stemma: qui il caso della Roma

L’evoluzione dello stemma: qui il caso della Roma

Tutt’altro il caso del rinnovato stemma – diremmo meglio con brand – della Juventus. Agnelli è conciso, la minimal “J” definisce «un senso di appartenenza e uno stile che permette di comunicare il […] modo di essere #2beJuventus». Basterebbero queste parole a farci riflettere. L’utilizzo del linguaggio digitale (con l’iconica formula hashtag), il richiamo al senso di appartenenza, il comunicare (parola chiave); sono tutte espressioni efficaci, se solo la Juventus fosse una celebre firma o un marchio (meramente) commerciale. Della tradizione non se ne fa una risorsa, ma un ricordo appassito, ai limiti dell’ingombrante. Il futuro chiama Agnelli, e lui se ne fa succube. Scenari calcistici degni della mente di Orwell. «Non dobbiamo dimenticare chi siamo: per noi vincere non è importante, ma è l’unica cosa che conta. Crescere sul campo vuol dire continuare a vincere sul campo, in Italia e in Europa. E per farlo dobbiamo anche evolvere il nostro linguaggio, dobbiamo cambiare la nostra pelle». E’ curioso. Non si debbono dimenticare le origini, ma si deve cambiare pelle. Che cosa significa esattamente? Una squadra tanto vincente come la Juventus, con una storia centenaria, simbolo – volenti o nolenti – delle tragedie come della ripresa del movimento calcistico italiano, ora cambia. Lo fa attraverso la sua storia, perché il simbolo è la storia. Ma non si tratta qui di un semplice cambiamento; i termini pallottiani a confronto sono nulli. E’ una distruzione, non un cambiamento. Una J soltanto: potrebbe essere qualsiasi cosa. E forse è proprio questo l’obiettivo della dirigenza; rendere la J (di Juventus) un’immagine che non sta per, ma un’immagine che già è; un brand vero e proprio, che vale per sé, e che con la squadra di calcio ha a che fare nei soli termini dell’evento sportivo (questa storia dell’evento, del mero spettacolo da teatro, che ci viene dall’America e ci corrode dall’esterno). Via il Toro simbolo di Torino, via il sacro debito che il simbolo reca alla storia di cui si rende – anche solo per una partita – protagonista indelebile. Una J stilizzata. Via gli impacci – e il peso – della tradizione; Agnelli punta al futuro, ma si è dimenticato del proprio passato.

L'epica presentazione a Milano; Museo della Scienza e della Tecnologia. Il luogo non è casuale

La spettacolare presentazione al Museo della Scienza e della Tecnologia di Milano

In Inghilterra la pensano diversamente. Che il sacro rispetto delle tradizioni, in terra d’oltremanica, coincida con il successo interno ed esterno di visibilità e risorse economiche, non è frutto del caso. Il campionato più bello del mondo accoglie nuovi allenatori ogni anno – vi abitano tra i più forti del pianeta –, è diretto per lo più da potenti stranieri e si fa desiderare a caro prezzo (i costi dei biglietti sono tra i più alti in Europa). Ma tutto questo non intacca la tradizione. Anzi, la coltiva gelosamente. Sono rimaste le improbabili partite del 26 Dicembre e del 31 Dicembre che ci tengono compagnia da lontano, mentre digeriamo il pasto (i pasti) dei freddi giorni natalizi. Sono rimasti gli stadi sempre pieni; se non cambiati (vedasi il West Ham), ampliati (Liverpool). E’ rimasta la tradizione del simbolo, a tal punto che in alcuni casi si è deciso di fare un salto indietro nel tempo. Il Manchester City è tornato al vecchio stemma; lo ha fatto sotto la gestione di potentissimi emiri. Quando il simbolo dice se stesso, dice i tifosi (i fedeli) e la tradizione. Dall’aquila con le tre stelle si è tornati alla nave di Manchester, simbolo delle fortune della città in tempi remoti. Sotto questa, tre strisce bluastre, che si fondono nel celeste: sono i tre fiumi di Irwell, Medlock e Irk. Un’aggiunta al primo stemma ne richiama le profonde radici politiche: the Lancashire Rose. Il Liverpool ha fatto un’operazione simile, e sulle divise da gara – già dallo scorso anno – ha sostituito l’attuale stemma con la storica fenice del grande Liverpool anni ‘80. La New Balance, sponsor tecnico dei Reds, ha rivelato le nuove uniformi: uno spettacolo nello spettacolo. L’attenzione ai dettagli fa la differenza; per i 125 anni, era doveroso un omaggio al tempo. Un’idea che valorizza la tradizione, anziché fuggirla. In Italia c’è (fortunatamente) un altro caso virtuoso; la Lazio ha infatti presentato le nuove maglie da gioco per la stagione ventura, con una speciale seconda maglia a strisce bianco e celesti che commemora la grande Lazio di fine anni ‘90, vincitrice in Italia e in Europa. Così la Macron, in accordo con la Società Sportiva, ha voluto omaggiare due delle più belle annate – nel bene e nel male – che hanno scritto la storia biancoceleste. Se la (seconda) maglia “europea” ha infatti il suo fascino, quella delle gare casalinghe (o prima maglia) spicca per l’eleganza dello stemma; il simbolo della Lazio dei -9, 1987.

La maglia casalinga dei Reds per la stagione 2017/18 (qui nel dettaglio)

La maglia casalinga dei Reds per la stagione 2017/18 (qui nel dettaglio)

Ovviamente, il tempo e il simbolo sono membra del corpo storico del club. A particolari vittorie, o imprese, la mente richiama il segno, lo stemma (la maglia che fu). Così, in circostanze lussuose di club abituati a vincere, il simbolo dice la vittoria; e la vittoria chiama se stessa, non vuole altro. Manchester United, Barcellona, Bayern Monaco, Milan; vendersi e rinnovarsi è un discorso che non si pone. Il simbolo rivela l’identità e la storia. Dagli anni ‘80 in poi lo United ha introdotto il diavolo rosso all’interno dello stemma, lasciando la nave ma eliminando i fiumi di Manchester. Nessuno poté davvero lamentarsi della scelta; il diavolo era l’altro simbolo del club, e le vittorie con quell’araldo tolsero potere di parola all’oracolo. Negli anni ‘90 prima, e nei 2000 poi, l’egemonia United (che è l’egemonia Ferguson) trasferirà le proprie gesta nei tratti di un simbolo eterno. Uno dei (non rari) casi in cui il simbolo guarda dall’alto la storia, essendone legato come il filo alla volontà delle parche. Lo stesso dicasi del Barcellona, dove – in aggiunta – i colori della catalogna interni all’araldo vanno anche al di là del puro calcio. Ed ecco allora che il gioco diventa una questione più profonda (Més que un Club). Il Bayern Monaco è la Baviera e la Baviera è il Bayern Monaco. La bandiera a scacchi blu e bianchi, a simboleggiare i diamanti della regione tedesca, è parte preponderante nello stemma del club. La sua storia è contenuta nel simbolo. Il calcio va verso una globalizzazione crescente, ma il simbolo può resisterle perché sta già parlando al mondo. Vendersi per timore è altra cosa, chiedere al Real Madrid. Reale è la vicenda di Castiglia. Reale e cattolica, come racconta la storia. Non più Real è il Madrid, da quando la società ha deciso (accettato?) di distribuire i prodotti destinati agli Emirati Arabi senza croce sullo stemma. Niente croce, niente Castiglia. Niente Castiglia, niente Real. Una squadra leggendaria, un’epica vivente, ma a rischio d’identità – vedasi, in aggiunta, la gran cacciata degli Ultras Sur sotto Florentino Perez. Ed è qui, nella capitale spagnola, che si è compiuto un altro misfatto, il più recente; l’Atletico Madrid, dopo aver lasciato la sua casa (il Calderon), ha abbandonato il suo stemma. Una modernizzazione a tinte “globali”, col simbolo comunale di Madrid sublimato in favore dell’estetica minimal – sia sempre maledetta! L’orso e il corbezzolo, ruotati nel lato opposto, si fondono in un blu monocolore che ricorda il simbolo dell’NFL. Una sciagura. Dinamiche di “mercato” e d’“immagine”. Plastica venduta bene che, fortunatamente, non ha ancora accelerato la catastrofe. Il soldo mormora e la carne trema. Rispettate il simbolo! Grida una voce lontana.