Riuscire bene in una disciplina non vuol dire necessariamente amarla. Così come le intuizioni più geniali spesso sono completamente indipendenti dal concetto di passione. Anzi, il talento smisurato può trasformarsi in una sorta di zavorra che impedisce a chi ne è in possesso di migliorarsi, perché non c’è tentazione più grande di dare per scontate le abilità innate. Attingendovi solo con il contagocce per poi lasciarle lì, in giacenza. Senza peraltro che qualcun altro possa raccoglierle e farle proprie, viste la ‘personalità’ e l’intrasferibilità che le caratterizza.

 

L’ultimo tira e molla con l’Entella dovrebbe aver sancito la fine del rapporto tra Antonio Cassano e il calcio. Uno sport che il barese non ha mai amato per davvero. Come detto, non dobbiamo farci depistare dalla sua vocazione naturale né, tantomeno, dalle emozioni che ci ha provocato con le sue giocate sopraffine, sebbene erogate a intermittenza secondo dosi e modi da lui stesso stabiliti. E non è in dubbio nemmeno la sua appartenenza al gruppo dei più grandi calciatori italiani degli ultimi quindici anni.

 

Checché se ne dica, la carriera Cassano l’ha fatta. E forse l’unico fallimento calcistico – certamente grave – è stato quello di Madrid, dove più che il talento a zavorrarlo sono stati i chili di troppo acquisiti. Mentre nelle altre esperienze, al netto delle intemperanze croniche, la sua impronta decisiva (in positivo) si è vista ed è agli atti: senza i gol e gli assist di Cassano Sampdoria e Parma non avrebbero centrato rispettivamente le qualificazioni alla Champions League (2010) e all’Europa League (anche se poi non disputata per le note vicende finanziarie, 2014).

Gennaio 2006, Cassano segna all’esordio con il Real Madrid. Ma l’esperienza alla Casa Blanca sarà il punto più basso della sua carriera (Photo by Denis Doyle/Getty Images)

 

Ma anche quando ha giocato bene, il merito è sempre stato del talento, mai davvero suo. Allenandosi sempre con il freno a mano tirato come se tutto gli fosse dovuto e cedendo spesso ai piaceri della tavola, Cassano non ha mai dato al calcio la priorità che richiede il sentimento amoroso. Perché l’amore si può declinare in mille modi, ma sacrifici e rinunce ne costituiscono principi fondanti non negoziabili. Cassano si è quasi sempre tenuto alla larga dall’assunzione di queste responsabilità, facendosi bastare le sue intuizioni indipendenti e il divertimento, senza mai mettere realmente in gioco se stesso. Rinunciando sin da subito alla possibilità di conoscersi. Per questo anche l’espressione “addio al calcio” suona quantomeno fuorviante.

 

Lui e il calcio non possono dirsi addio perché non sono mai stati davvero insieme. Certo, il calcio avrebbe voluto, ma il suo amore non è stato corrisposto. E a pensarci bene non si è trattato nemmeno di un legame di amicizia, vista la fiducia unilaterale e i continui ‘tradimenti’ perpetrati dal gioiello barese. Così come non si è trattato di un rapporto di reciproca stima, un sentimento che se da un lato libera da coinvolgimenti profondi, dall’altro impone equilibrio e rispetto, non esattamente qualità in cui Cassano spicca. E allora come qualificare la relazione tra Cassano e il pallone? Si è trattato di un rapporto hobbistico e nulla più, un’attività da svolgere – anche bene, benissimo – durante il tempo libero.

 

Oppure, viste anche le implicazioni economiche che Cassano non ha mai fatto mistero di apprezzare, al massimo di un rapporto di colleganza. Già. Per Fantantonio il calcio è stato un collega di lavoro con cui andare d’accordo a fasi alterne, e una volta a casa chi si è visto si è visto.

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