Sono passati nove anni dal 17 febbraio del 2008, quando il Kosovo si autoproclamò indipendente dalla Serbia. Dare vita ad uno nuovo paese partendo da zero non è di certo una missione semplice, e difatti il piccolo Stato balcanico ha incontrato diverse difficoltà nel suo percorso. Il campo nel quale sono arrivate le migliori soddisfazioni è stato sicuramente lo sport, con l’anno che si è appena concluso da considerarsi memorabile. A Maggio sono arrivati i riconoscimenti da parte dell’UEFA e della FIFA e nel mese di Agosto la judoka Majlinda Kelmendi ha conquistato la prima storica medaglia d’oro, permettendo alla bandiera del Kosovo di sventolare sopra il gradino più alto del podio olimpico. Un mese dopo questo incredibile traguardo, la nazionale di calcio kosovara ha fatto il suo esordio ufficiale in una competizione FIFA, disputando la sua prima partita nel girone I per le qualificazioni ai prossimi mondiali di Russia 2018.
La gara si è giocata a Turku contro la Finlandia, e si è conclusa con il risultato di uno a uno. Dopo la rete subita nel primo tempo, i kosovari hanno raggiunto il pareggio grazie al rigore siglato da Valon Berisha. Altro momento da consegnare agli annali. Parlando del Kosovo è necessario qualche appunto di storia e geografia, per comprendere perché l’esistenza di questo piccolo Stato è ancora oggi oggetto di numerose contestazioni. Critiche che arrivano soprattutto dalla Serbia, che non riconosce il Kosovo e non perde occasione per mostrare la scritta “Kosovo is Serbia”. Sono necessari diversi passi indietro nella storia, fino al 15 giugno del 1389, quando il principe di Serbia Lazar venne ucciso durante la battaglia della Piana dei Merli contro l’esercito ottomano. La Piana dei Merli è un tipo di dolina carsica, situata nella città di Fushë Kosovë (per gli albanesi) Kosovo Polje (per i serbi). I serbi vennero sconfitti, ma ciò nonostante essi hanno sempre considerato quella battaglia come l’atto fondante della loro nazione. Nel 1445 il condottiero Gjergj Kastrioti Skënderbeu liberò Kosovo e Albania dall’invasione ottomana nella battaglia di Prizren e da quel momento iniziò una dicotomia che si è trascinata fino ai giorni nostri. Il motivo è la coabitazione nel territorio kosovaro tra albanesi – in netta maggioranza, più del 90% della popolazione – e serbi, in netta minoranza. Insieme alla Vojvodina, durante l’era di Tito, il Kosovo era una delle due regioni autonome, alle quali erano riconosciuti importanti poteri di autonomia. La situazione cambiò con la salita al potere di Slobodan Milosevic, che coincise con la revoca dell’autonomia costituzionale e l’avvio di una politica di assimilazione obbligata.

Una sciarpa prima di andare a tifare. Qui, prima di Kosovo - Croazia, nell'Ottobre del 2016

Una sciarpa per identificarsi. Qui prima di Kosovo – Croazia, nell’Ottobre del 2016

Belgrado ha sempre considerato il Kosovo come parte integrante e fondativa della propria nazione, facendo di tutto per conquistarlo. L’ultimo tentativo in ordine di tempo – dei conflitti che portarono alla dissoluzione della Jugoslavia – è stata la guerra in Kosovo negli anni 1998-99, per la fine della quale risultò decisivo l’intervento statunitense. Nonostante siano passati quasi vent’anni dalla fine della lotta armata, scontri e asti si ripetono ancora oggi, causando l’acuirsi delle tensioni, come accaduto nel mese di Gennaio, a causa del treno (adornato con la scritta “Kosovo is Serbia” in venti diverse lingue e immagini raffiguranti la religione ortodossa) che la Serbia ha tentato di far entrare nel territorio kosovaro (le autorità di Prishtina hanno però impedito al mezzo di varcare il confine). Momenti nei quali si è pensato che il peggio potesse ripetersi di nuovo. La storia della nazionale kosovara si può suddividere in tre periodi. Il primo è quello dei match non ufficiali. La prima apparizione del Kosovo risale al Febbraio del 1993, quando sfidò l’Albania in amichevole a Tirana, perdendo per tre a uno. Le gare ripresero nel 2002, ancora contro l’Albania, ma anche contro altre nazionali, come quella del Cipro del Nord, Sàpmi, Monaco e Arabia Saudita. Il secondo intervallo comprende gli anni dal 2014 al 2016, nel quale la nazionale kosovara disputò una serie di gare riconosciute dalla FIFA contro Haiti, Turchia (contro la quale arrivò il primo gol kosovaro siglato da Albert Bunjaku), Senegal, Oman, Guinea e Albania. Il tre Giugno del 2016 è iniziata l’esperienza ufficiale kosovara con l’amichevole contro le Isole Far Oer Dopo la prima partita contro la Finlandia la nazionale guidata da Albert Bunjaku ha subito quattro sconfitte contro le più blasonate Croazia, Turchia, Ucraina e Islanda. I problemi che il piccolo Stato balcanico sta affrontando non sono pochi. Dopo il riconoscimento da parte della UEFA, la federazione serba ha presentato ricorso al Tribunale Arbitrale per lo Sport (TAS) contro l’ammissione del Kosovo basandosi sull’articolo 5, secondo cui: «L’ammissione alla UEFA è aperta alle associazioni calcistiche nazionali situate nel continente europeo, basate in un paese che sia riconosciuto dalle Nazioni Unite come uno stato indipendente, e che siano responsabili dell’organizzazione e implementazione delle questioni legate al calcio nel territorio del loro paese». Il nodo centrale della polemica era la frase “riconosciuto dalle Nazioni Unite come uno stato indipendente”. Il TAS ha interpretato l’articolo in questione nel senso in cui il territorio nel quale la Federcalcio è situata debba essere riconosciuto dalla maggioranza degli stati membri ONU come “stato indipendente”. Condizione considerata rispettata dalla Federcalcio kosovara, confermando quindi il Kosovo come membro della UEFA.

Il Kosovo riconosciuto dalla UEFA, il 3 Maggio del 2016

Il Kosovo riconosciuto dalla UEFA, il 3 Maggio del 2016

Superato questo grattacapo legale grazie alla convalida dell’organo amministrativo, il Kosovo ha ancora molto lavoro da fare per soddisfare i requisiti imposti da Nyon, a partire dalle infrastrutture, come ha recentemente ricordato Fadil Vokkri, presidente della Federazione calcistica del Kosovo (FKK). La nazionale ha dovuto giocare la sua prima partita casalinga nella città di Shkodër, in Albania, in quanto non ha ancora a disposizione uno stadio appropriato. Motivo per il quale i club kosovari potrebbero essere esclusi dalle competizioni europee anche nella stagione 2017/2018. Si parla del progetto per la costruzione di un nuovo stadio nella capitale Prishtina, che dovrà essere la casa della nazionale e dei possibili match europei dei club kosovari, per un costo che oscilla tra i 40 e i 50 milioni di euro. Passando al terreno da gioco, il commissario tecnico Albert Bunjaku potrebbe schierare calciatori come Xhaka, Shaqiri e Behrami, i quali però sono, e rimarranno, colonne portanti della nazionale svizzera. La FIFA ha infatti impedito a coloro che hanno disputato l’europeo francese di cambiare casacca, nonostante quindi l’evidente impossibilità di giocare per il proprio paese d’origine, molti giocatori sono stati apostrofati come traditori, soprattutto il neo-acquisto dell’Arsenal Granit Xhaka. I dubbi hanno riguardato anche altri calciatori meno noti, i quali fino a poche ore prima del match contro la Finlandia ancora non sapevano se la FIFA li avrebbe autorizzati a scendere in campo. Tra questi il capitano della squadra, Samir Ujkani, attualmente in forza al Pisa di Gattuso, il quale aveva disputato una ventina di partite con la nazionale albanese. La loro situazione era complicata, perché secondo i regolamenti FIFA non è consentito ai giocatori che hanno disputato almeno una partita con una Nazionale, di giocare per una Nazionale diversa. L’organismo tuttavia ha permesso ai giocatori che si sono trovati nella condizione di voler rappresentare la nuova Nazionale, nonostante avessero già vestito un’altra maglia, di chiedere un’autorizzazione. Consenso che è arrivato per tutti. Ujkani ne ha descritto così l’importanza:

“5 giorni senza dormire per lo stress, è stata una vigilia molto particolare. Sempre in attesa del permesso per poter giocare… E quella era la domanda che ci facevano tutti i giornalisti: ‘È arrivato?’. È sempre stato un sogno, soltanto dieci anni fa era impossibile anche solo pensare di essere ammessi a fare le qualificazioni mondiali. Ora, tutto questo è realtà”.

La situazione atipica nella quale si trova il Kosovo si è manifestata nella gara contro l’Ucraina, disputata a Cracovia, in Polonia. Questo perché Kiev non ha riconosciuto lo Stato balcanico, e disputare il match in territorio ucraino sarebbe equivalso ad un riconoscimento. Situazione che vale anche per altri stati, tra i quali la Russia, l’organizzatrice dei prossimi mondiali. Che il Kosovo si qualifichi è praticamente impossibile, ma se la nazionale kosovara riuscisse nel miracolo, che decisione prenderebbero a Mosca? Accetterebbero di far giocare nel proprio territorio la nazionale di uno Stato che per loro non esiste?