L’esplosione del “Gallo” Belotti ha fatto (ri)nascere paragoni indesiderati con grandi punte del nostro calcio. Di ogni epoca. Si sono sprecate le ricerche (le vane parole) sull’antenato tecnico della punta del Torino, da Chinaglia a Vialli per arrivare fino a Vieri. Anche a causa di un infortunio che lo ha tenuto fuori per un mese intero, l’attuale annata di Belotti si sta rivelando, però, tutt’altro che in linea con i grandi progetti che su di lui si era fatta l’Italia calcistica. Pochi gol, poca continuità, forma fisica discutibile che, inevitabilmente, sta mettendo a nudo i limiti strutturali del capitano granata. E proprio dai granata, dal Toro, Vieri inizia a muovere i primi passi nel calcio professionistico. Dal 1990 al 1992, Bobo coltiva con la primavera del Torino il fertile terreno per approdare in prima squadra, con la quale esordisce a 18 anni. Fisico esuberante, personalità da vendere, erede di una famiglia d’arte nel mestiere del pallone. Di Christian Vieri ce ne è uno. Ogni paragone è superfluo.

Unico dentro e fuori dal campo

Unico dentro e fuori dal campo

E’ bene partire dalla nazionale per raccontare Christian Vieri. L’appellativo di “Bobo“, bonario e calzante, contrasta con l’altro, decisamente meno simpatico, di “zingaro del calcio“. La questione è quella del continuo cambio di casacca. Voglia di cambiare, istinto primordiale e follie fuori dal rettangolo verde; Bobone non è fatto per essere una bandiera. Tredici le squadre per cui gioca, ma una spicca su tutte: l’Internazionale di Milano (dal 1999 al 2005). Con la nazionale Belotti non ha ancora dimostrato il suo potenziale, tutt’altro. Con la nazionale, Vieri ha donato tanto senza ricevere nulla in cambio. Di 49 presenze, contiamo 23 gol. Ma di trofei, escluso l’oro all’Europeo Under-21 del 1994, neanche l’ombra. Anzi, se c’è una sua partita in azzurro che tutti ricordiamo è quella di un rimando alla (sportiva) tragedia; Mondiali del 2002, partita contro la Corea del Sud. Suo il gol del momentaneo vantaggio. Il resto è (marcissima) storia. Quattro anni prima, a Francia 98, Vieri si trova al fianco di Roberto Baggio. Con il “divin codino” gioca un gran mondiale. L’Italia uscirà ai quarti di finale, ma quella squadra ha già gettato i semi di una prosperità senza precedenti; prosperità che andrà a germogliare nella favola del 2006. Nomi come Buffon, Cannavaro, Nesta, Totti, Del Piero. Ma non Vieri. Un picco di talento mostruoso Vieri lo vive tra il ’97 e il 2004. Dopo l’esperienza Juventus, passa all’Atletico Madrid. Amato da tutti, scherzoso e irriverente, quando Bobo parla seriamente bisogna drizzare le orecchie. Volare all’Atletico, vivere in Spagna, dice lui, è «stata la cosa migliore che ho fatto da quando gioco a calcio». 29 reti in 31 presenze, 24 gol in 24 partite di Liga. Cifre animalesche. E’ in quella stagione che vince il Trofeo Pichichi, primo e ultimo italiano a riuscirci. Di quell’esperienza si ricorda sopra ogni altra rete quella messa a segno contro il PAOK. 21 ottobre 1997.

La carriera di Vieri inizia, casualmente, nel momento in cui il padre Roberto si avvia verso il ritiro. Dopo aver vinto con Fiorentina e Bologna, ecco che è qui che Christian nasce e muove i primi passi. Ma Bologna non è una città nella quale la famiglia Vieri si manterrà a lungo. Il passaggio di Roberto al Sydney e la fine della carriera calcistica in Australia sembrano anticipare l’esperienza del figlio Christian come nomade del calcio. La prima squadra che si ricorda di Vieri figlio è il Marconi Stallions, nella terra dei canguri. Poi il ritorno in Italia, col padre e la famiglia, nel 1988. Santa Lucia, Prato e Torino, fino all’esordio in Coppa Italia coi granata, nel ’91. Poi Pisa, Ravenna e Venezia per “farsi le ossa” fino al 1995. Vieri ha la sua prima grande, e vera, opportunità di mettersi in mostra passando all’Atalanta in quell’estate. 9 reti in 21 presenze con La Dea, ancora pochino per un bomber di razza come lui, (poi) terzo nella classifica marcatori della nazionale italiana di tutti i tempi dopo Baggio e Paolo Rossi. La Juventus mette gli occhi sul ragazzo, e lo scippa alla concorrenza. Nel ’96 passa alla Vecchia Signora, ma qui non lascia un segno indelebile. Scudetto sì, ma Champions no: la sconfitta contro il Dortmund rimane una delle storiche macchie europee dei bianconeri. Dal 97 al 98, come detto, Vieri va all’Atletico e qui esplode definitivamente. Non è più un ragazzino quando, a 25 anni, passa alla Lazio. Una sola stagione, ma a suo modo storica. Segna il gol del momentaneo 1-0 contro il Mallorca in finale di Coppa delle Coppe; qui sfida quell’Hector Cuper, el Hombre vertical, che ritroverà più tardi all’Inter. Dove c’è Cuper c’è sconfitta. E allora perde il Mallorca, in quella finale. E perderà l’Inter, in quel tragico scudetto datato 5 maggio 2002, proprio sotto la guida di Cuper, con Vieri in campo, contro la Lazio (4-2).

La testa china e il sogno infranto. Un attacco da paura e uno scudetto da incubo

La testa china e il sogno infranto. Un attacco da paura e uno scudetto da incubo

Ma è proprio all’Inter, oltre ogni tragedia sportiva, che si consuma il vero Bobo Vieri. Soltanto in Serie A, con i nerazzurri, Vieri segna 103 gol in 144 partite. Celebre l’esultanza dopo la rete numero cento con la Bauscia. Una corona in finto oro viene riposta sul capo del Re del gol. Tra i cento più forti di sempre lo ha inserito Pelé. Tra i 125 ancora in vita, pure. Da un Re del gol a un altro. Da Pelé a Bobo Vieri, che storia. Vieri segna 22 gol alla prima stagione in quel di Milano, 24 nella seconda. E’ scatenato. In Europa (diremmo meglio: a livello internazionale) continua invece un rapporto complicato; l’Inter esce in semifinale contro il Milan. Gli infortuni lo assillano, ma il popolo è dalla sua. Nel 2005 vince l’unico trofeo in maglia nerazzurra (Coppa Italia), spiccioli per il lavoro prodotto negli anni. Vieri non si è arreso. Non lo ha fatto nel 98, non lo ha fatto nel 2002, dopo il furto di Byron Moreno. Non lo farà nel 2005. Passa al Milan, ma non vince nulla, e anzi segna un solo gol in otto presenze. D’altronde l’affronto era pesante. Da Re in nerazzurro a giullare in rossonero. Via da Milano, via dall’Italia, ancora una volta. Monaco la sua ultima sfida, in Francia. Inizio promettente, subito due reti. Vieri spera ancora nel Mondiale, spera ancora nella convocazione di Lippi, che senz’altro lo convocherebbe se ancora una volta il ginocchio non cedesse. E invece cede. Fuori dai giochi e lontano dal trionfo. Le ultime esperienze con l’Atalanta e la Fiorentina gli fanno assaporare ancora una volta la magia del gol, ma a 36 anni nel calcio non sei più un ragazzino.

Ricordo che con Ronaldo facevamo le cinque o le sei del mattino. Io il giorno dopo però mi allenavo lo stesso, mentre lui dormiva sul lettino dopo aver mangiato cappuccino e brioche. La sera seguente poi era di nuovo sotto casa mia e si attaccava al clacson fin quando non mi vedeva uscire.

Ai danni del “Fenomeno” Vieri può vantare un record non da poco. Ronaldo è infatti il giocatore ad aver segnato (insieme a Miro Klose) il maggior numero di gol in Coppa del Mondo. Ma Vieri ha una media più alta: 1 a partita. Con Ronaldo, Vieri ha condiviso vittorie e infortuni. Festini e nottate milanesi. Scudetti sfumati all’ultimo e gol da pelle d’oca. Ma come di Ronaldo, di Bobo ce ne è uno. Ogni paragone è superfluo.