Rieccoci con l’atto secondo della rubrica Maestri. Dopo il primo episodio, che ha avuto come protagonista Pasolini, abbiamo scelto di proporvi un capitolo de La vita è un pallone rotondo” (Adelphi edizioni) di Vladimir Dimitrijević. Parliamo di uno scrittore, editore e intellettuale serbo, che ha trattato di pallone con una libertà – e incisività – letteralmente fuori dal comune. Il calcio come visione del mondo, partendo dai danni del “calcisticamente corretto” e passando per la “sclerosi democratica” che annichilisce le partite, rendendole noiose perché schiave della paura; il tutto in una continua analisi umana e sociale dei grandi protagonisti di questo mondo e dei processi che governano la fabbrica del pallone, dominata già allora, e sempre di più, da banchieri e uomini d’affari. Oggi vi proponiamo un capitolo intitolato “I colletti bianchi”: ci troverete un paragone scorretto, provocatorio ma terribilmente reale tra Maradona, Pelé – e quelli come lui-, per finire con il Kaiser, Franz Beckenbauer. Buona lettura.

 


 

I colletti bianchi

 

In questi miei ricordi di calcio mi limito a elencare i momenti e i giocatori che mi rimbalzano nella memoria come palloni. Qualcuno si chiederà perché non ho citato certi nomi da cui non si può prescindere, come Pelé, grande regista, cannoniere dalle mille risorse, vincitore di tutti i trofei. È vero, ma Pelé ha cercato il favore dei giornalisti, diventando il beniamino dei media e il trastullo dei politici. Diventerà ministro, presidente, costruttore di stadi, come Platini. Non c’è un viaggio di affari di Havelange, un sorteggio qualunque, un’iniziativa umanitaria senza che sia presente Pelé. Credo che nel suo Paese non si possa diventare presidente se non si può averlo accanto nella tribuna delle autorità. Un colletto bianco, insomma!

 

Tanto meglio per lui. È ricco, è famoso, si è sottratto a tutte le sanzioni e non è mai stato un capro espiatorio. Nel calcio, come in letteratura, preferisco quelli che hanno mantenuto l’impertinenza dei bambini. È un gran bene per la società che ci siano degli adulti, ma io preferisco Maradona. Un mio amico mi dice: “è una canaglia”. Sì, e proprio per questo mi piace. Ha provato tutto, come un bambino che dà qualche tirata a un mozzicone dimenticato acceso. Ha pagato di persona. È stato aggredito, come sono stati aggrediti Sekularac o Garrincha. Le sue magie gli sono costate care! Maradona entra a far parte della Nazionale, e in pochi anni l’Argentina raggiunge i vertici. Va a Napoli e il club partenopeo diventa campione d’Italia e lui un semidio. Mettetela dove volete, gente così, su un campo di calcio, su un prato, in un vicolo, su una spiaggia, e nel giro di dieci minuti si formano capannelli di persone, le casalinghe posano i sacchetti della spesa per contemplare il fenomeno.

 

Intendiamoci: Pelé, Platini, Beckenbauer sono grandi giocatori. Ma per il popolo non sono dei “signori”. La leggenda di Kaiser Franz non mi interessa. Beckenbauer incarna il genere del giocatore perfetto, del professionista, e ho come la sensazione che, se un giorno gli si proponesse di diventare presidente o gran magnate, lui resterebbe in dubbio tra le due carriere. Oggi è presidente di una delle più grandi squadra del mondo; imperturbabile, sempre in cravatta, inforca occhiali d’oro e continua a vivere un’esistenza che non mi appassiona per nulla. È come quei poeti accademici che consultano i rimari, si scelgono temi raffinati e diventano, nel migliore dei casi, epigoni di Paul Valéry. È ammirevole, ma non è niente. Quando Don Diego fa il suo ingresso in un qualsiasi bar, tutti gli vogliono offrire un bicchiere. Ma a Beckenbauer no, aspettano che il giro lo paghi lui.

 


 

Da “La vita è un pallone rotondo” (Adelphi edizioni), di Vladimir Dimitrijević