Il freddo di una mattina uggiosa di dicembre non è facile da combattere, causa anche la pioggia del giorno precedente che aumenta non di poco l’umidità. Le nuvole sopra la mia testa lasciano presagire che di acqua potrebbe caderne ancora. Mentre fantastico sulla situazione meteorologica romana, mi si presenta davanti Carlo Cerasoli, ultimo storico capitano de L’Aquila Rugby. “Ma avrei preferito che dopo di me ce ne fossero stati altri mille”. Un caffè ed un tè ci scaldano tiepidamente mentre iniziamo la nostra chiacchierata

La notte del terremoto tu ed altri tuoi compagni vi siete distinti per aver aiutato l’evacuazione dell’ospedale e, per questo, l’allora Presidente Giorgio Napolitano vi consegnò la medaglia civile. La solidarietà è alla base del rugby, ma anche valore essenziale nell’animo aquilano. 

Sì, l’aquilano è così. Abbiamo il difetto di essere inizialmente chiusi e diffidenti verso l’esterno e ciò che non conosciamo ma abbiamo, allo stesso tempo, un gran cuore. La sera prima del terremoto tornavamo da una trasferta ad Alghero. La notte del 6 aprile mi chiama uno dei tre allenatori della squadra, Massimo Mascioletti, e mi chiede se ce la facessi ad organizzare tempestivamente una squadra di volontari perché la situazione al reparto di geriatria era disperata.


Fortunatamente non ci era accaduto nulla e sono andato subito insieme ad altri, tra cui mio fratello. Poi, mentre eravamo lì, ci arrivò la notizia che Ciccio (Lorenzo Sebastiani, ndr) era rimasto sotto le macerie. Fisicamente aiutavamo quelle persone ad uscire dall’ospedale ma, ovviamente, la testa era da tutt’altra parte. Quando il giorno dopo ci confermarono la scomparsa di Lorenzo fu un trauma. Lo chiamavamo “il pilone scipposo” perché scherzava in continuazione, con tutta l’allegria di un ragazzo di diciannove anni.

Come siete ripartiti?

Ai funerali di Stato c’erano 309 bare. Il dolore era immenso. Abbiamo capito di essere squadra quando, quel giorno, ci siamo ritrovati in circolo attorno alla bara di Ciccio e ci siamo detti: continuiamo. Il campionato era ancora in corso ed eravamo in lotta per i play off, per provare a salire in Serie A. Pochi giorni dopo i funerali, giocammo a San Donà del Piave, un campo da sempre ostico per noi dell’Aquila Rugby. Fu un momento durissimo e carico di emozioni nel ricordo del nostro compagno. Ma, seppur la tragedia si era appena concretizzata, al nostro fianco vi erano trecento aquilani. Mi ricordo che, scesi in campo, uno dell’altra squadra, guardandoci, si rivolse ai suoi e disse: questi oggi ci ammazzano. Avevamo dentro una rabbia che era pronta ad esplodere. Ovviamente era cattiveria agonistica.


Ci tengo a sottolineare la generosa accoglienza che San Donà ci riservò, offrendoci la trasferta ed il pranzo. Ma quel giorno eravamo consapevoli di avere una responsabilità in più. Anche il nostro allenatore ci disse: se oggi aveste giocato contro gli All Blacks non avreste vinto, ma sicuramente gli avreste menato.

Carlo Cerasoli. 

E quel campionato come terminò?

Giocammo sempre per L’Aquila e per il popolo aquilano. Eravamo il loro unico punto di riferimento in quel momento, la loro distrazione. Per ovvi motivi non potevamo giocare le nostre partite al Fattori. Così disputammo la semifinale play off a Roseto degli Abruzzi e sugli spalti erano presenti 5.500 tifosi aquilani. Per farti capire quanti fossero quel giorno, devi calcolare che noi solitamente portavamo allo stadio circa la metà delle persone. L’andata la vincemmo 16-7, poi perdemmo il ritorno ma per differenza reti ci qualificammo per la finale al Flaminio. Quel giorno, contro il Prato, sai quanti aquilani c’erano? Dieci mila.


Quella finale la perdemmo di quattro punti ai supplementari e noi, come squadra, ce la portiamo ancora dentro. Volevamo regalare una gioia a quella gente, un sorriso che li potesse distrarre dal periodo più buio. Ma non ci rimproverarono nulla, anzi. Avevano visto con quale spirito affrontavamo le partite. Però è stata dura da mandar giù.

Adesso L’Aquila Rugby non esiste più, o meglio si chiama Unione Rugby L’Aquila. Gino Troiani, attuale manager della Nazionale, espresse un concetto che mi colpì molto: “A L’Aquila il rugby non finisce. Sarà rappresentata dall’Unione. Rimane una brutta pagina di storia e l’analogo caso del calcio impone una riflessione sullo sport cittadino, che ottiene buoni risultati a livello giovanile ma che poi soffre a livello senior”. Perché accade questo?

Gino ha sofferto quanto se non più di me questo passaggio di consegne. Ovvio, il rugby c’è sempre ma non è più la stessa cosa di prima. Noi dell’Aquila Rugby con questa nuova realtà non abbiamo nulla a che fare. Gino sa cosa voglia dire giocare in quella squadra, fu campione d’Italia nel ’94 contro il Milan, che era molto più potente di noi. Eppure lo battemmo, perché quella squadra era composta da aquilani.

Perché non vi ci ritrovate più, cosa è scomparso?

Si ferma un attimo. Si vede che vuole bene a L’Aquila, città e squadra, e non vorrebbe rivolgerle parole che potrebbero ferirla. Ma questa insofferenza è troppo grande. 

Per me, un assessore allo sport deve avere la passione per lo sport. Invece c’è stato solo menefreghismo totale. Non solo non si è trovata una soluzione ma non c’è stata neanche la voglia di trovarne una. Se all’aquilano avessero detto: ci abbiamo provato ma dobbiamo ripartire da zero, lui avrebbe scosso la tesa ma allo stesso tempo avrebbe capito. Invece si è preferito tenerlo all’oscuro e far fallire la società senza quasi dire nulla. Questo vale per il rugby come per il calcio, eh.


È assurdo che un capoluogo di regione abbia la sua squadra calcistica che fallisce ogni quattro anni (ora si trova in Prima Categoria) e una società storica ed importante come L’Aquila Rugby che fallisce come se nulla fosse. Non c’è stato amore per questa sua storia. Ti porto un esempio pratico: in Italia nella Top 12 ci sono 6 squadre venete. Perché? È vero hanno più soldi, ma hanno anche gente che di rugby ci capisce e sa valutare al meglio le situazioni.

La città de L’Aquila ha ricevuto miliardi per il terremoto, è stato il cantiere più grande d’Europa: perché non investire, anche, nello sport e ripartire proprio da questo? Con il terremoto in Emilia la società calcistica del Carpi ha tratto ogni beneficio possibile ed è riuscito a salire in Serie A, con tutti i vantaggi che questo porta alla città in termini economici e di visibilità.
La situazione è questa, lo sport a L’Aquila sta morendo. C’era un detto in città che diceva: “A L’Aquila la domenica è rugby”. Ora, se avessi un figlio, non saprei dove portarlo la domenica. Alcuni concittadini non si spiegano il perché noi storici dell’Aquila Rugby abbiamo perso lo stimolo di giocare con questa nuova società: io credo che per parlare dell’Aquila Rugby devi aver vissuto L’Aquila Rugby.

Il centro storico de L’Aquila in tutta la sua bellezza.

È un problema politico-sociale quindi, non solo a livello provinciale ma nazionale.

Esatto. La gente aquilana continua a sostenere la squadra, anche a fatica (sono aumentati i prezzi dei biglietti, ndr) e questo fa capire cosa significhi il rugby, ed il calcio, in città. Però è un problema non locale, ma che parte dall’alto. Pochi ragazzi che crescono con il rugby, poca cultura.


La rovina sono state queste accademie: prima si sputava sangue per il club nel quale giocavi e, così, ti meritavi il raduno azzurro. Adesso i ragazzi si allenano quasi sempre con queste accademie e solo la domenica giocano per la loro squadretta. E a volte chiedono all’allenatore di farli giocare meno sennò rischiano l’infortunio e non giocano in nazionale.

Perdona l’ignoranza, però perché in Gran Bretagna i risultati si ottengono? Anche lì il calcio è lo sport principale ma il rugby è seguitissimo e questo binomio va avanti da anni. Solo un fatto di cultura?

No, lì ci sono i college che sono totalmente l’opposto delle accademie, anche se di primo acchitto non sembrerebbe. Lì devi studiare, devi meritartelo quel posto che ti hanno concesso. Non basta saper solo giocare a rugby. Giocare per il tuo college è motivo di orgoglio e nel frattempo si continua a studiare, che è fondamentale perché non costruisci la tua vita solo su un’eventuale carriera. In Italia, invece, investi tutto su quella. Poi magari ti infortuni gravemente e che titolo hai per fare altro?

Concordo in pieno. Secondo te c’è una soluzione?

Se mancano i ragazzi, è difficile tirarne fuori anche dieci all’anno. Si dovrebbe ripartire dalla scuole. A L’Aquila si era portata avanti un’iniziativa, Rugby Experience, che sensibilizzava i ragazzi su questo sport. Prese piede ed adesso ha creato delle categorie che vanno dall’under 8 all’under 18. Potrebbe essere preso a modello.

Torniamo all’importanza che lo sport ha avuto dopo il terremoto. Quanto ha aiutato?

Semplicemente giocando, siamo stati una valvola di sfogo per l’intera città. Adesso, le hanno tolto anche questo.

Mi parlavi anchedella realtà calcistica a L’Aquila. Stessa situazione?

Si chiama Real L’Aquila. Dopo che fallì, decisero di fare una fusione tra L’Aquila e Montereale, un paesino lì vicino.

Sì, lo conosco. Ho origini di quelle parti.

Ecco. Malgrado questa unione, il pubblico la segue tutt’ora. Però si è perso tutto.

L’Aquila Rugby.

Cioè?

Per farti comprendere. Andai a vedere una partita. C’era anche parecchia gente. Quando i giocatori scesero in campo, avevano la maglietta arancio nera. I tifosi aquilani presero striscioni e stendardi e se ne andarono. Non sono i colori della città (nero verde, ndr). Non c’entra niente con questa.

Comprendo perfettamente. E, a proposito, la città attualmente in che condizioni si trova?

Piano piano stanno ricostruendo. L’Aquila è una bomboniera, una città ricca. Il fatto è che attualmente manca lavoro, non un dettaglio. Passeggi per le vie e dici: guarda che bel palazzo. Però dentro è vuoto. Non sarà semplice, ma lentamente torneremo a viverla quotidianamente e non solo qualche giorno sporadico.

Senti ma invece,parlando di te. Sei stato capitano, hai giocato con gente del calibro di LoCicero, hai incontrato giocatori che hanno fatto la storia del rugby, hai lasciato la società per un periodo salvo poi tornare in città. Quindi, che vuol dire giocare per L’Aquila Rugby?

Se prima era rimasto interdetto su cosa dire, ora risponde immediatamente.

Vuol dire vivere in un centro piccolo, con tutti i vantaggi che sa offrirti. Essere aquilano e giocare per L’Aquila Rugby vuol dire scendere in campo per la tua città, dove sei idolatrato. La gente, anche quella che non conosci, ti ferma per strada e ti offre il caffè solo perché giochi per quella squadra. Oppure ti chiede una foto. Giocare al Fattori di fronte alla tua gente è emozionante. Quelli che vengono a giocare da noi e per noi sanno di non trovare uno stipendio che troverebbero in altre società, ma vengono per passione. 


E questo amore verso la squadra l’ha portata ad essere un’istituzione nel rugby italiano. Se vai in qualche centro sportivo in Francia, ad esempio, trovi il gagliardetto dell’Aquila Rugby. Non mi sono mai visto con una maglia diversa da questa. Mai. Cambiare tanto per cambiare, specie rimanendo in Italia, è un qualcosa che non mi appartiene. Adesso sto dando una mano ad un caro amico all’Avezzano e non mi pento, perché a L’Aquila il rugby ha cessato di esistere con il fallimento della società. Dopo il terremoto, la gente ci diceva che eravamo degli eroi, per tutto quello che ti ho detto. Noi rispondevamo che eravamo L’Aquila Rugby.

La squadra ringrazia i sostenitori dopo una vittoria. 


Mentre sono sulla strada di casa, cerco qualche idea su come sviluppare su carta questa chiacchierata. Uno scambio di idee, schietto e sincero. Senza mezze misure. All’aquilana, insomma.  Gente dura, puntigliosa come giustamente li ha definiti Carlo, buona e senza maschera. L’aquilano è così come lo vedi, trasparente. Se una cosa non gli sta bene, te lo dice. Ed, a quanto pare, questo modello di sport non gli piace. Al semaforo mi soffermo nuovamente a guardare il cielo. Non ci sono più nuvole. Scatta il verde. Segnale che tutto prima o poi, riparte.  L’Aquila, però, vuole farlo dal nero verde.