Il DNA fa giri strani. Scherza, irride, illude. Sembra prendere spunto, tante volte, da quelli che dicono che non ci si bagna mai due volte di seguito nello stesso fiume. Per referenze chiedere di Hugo e Lalo Maradona, il cui talento sommato equivale (forse) all’unghia del loro fratellone. Di Jacques Villeneuve, costantemente alla ricerca di un posto lontano dall’ombra del gigantesco padre. Di Axel Merckx, figlio di Eddy, che meriterebbe una storia a parte per essere riuscito a vincere quel che il padre non riuscì mai a portare a casa, ossia una medaglia olimpica (meglio non parlare del resto del curriculum però). Altre volte però fa il giro opposto e si scopre più generoso col passare delle generazioni. È il caso di Jellybean Bryant, padre di sua maestà Kobe.

Se volete si può andare avanti. Nel rugby non mancano casi del genere. Dai nostri Mauro e Mirco Bergamasco, figli di Arturo, meravigliosa terza linea negli anni ’70. A Neville Carter, discreta apertura neozelandese costretta a costruire due pali in giardino per evitare che il figlio Dan distrugga le suppellettili di casa a colpi di tomaia. Certo, non mancano le cosiddette “sole”, vedi il Nathan Mauger (fratello dell’ex All Blacks Aaron) visto e dimenticato in fretta in quel di Treviso, ma a volte le doppie eliche fanno il loro dovere. E decidono di farlo come si deve in una piovosa sera di novembre, a Limerick, Irlanda profonda, anno del Signore 2010. Al Thomond Park sta andando in scena una sfida dal sapore antico, Munster contro Australia. No, non stupitevi, Munster ha giocato spesso contro altre Nazionali nella sua storia. Il match non ha la patina di leggenda che aveva una volta, le finestre internazionali riservano sempre meno spazio per storia e gloria.

Sta di fatto che però il Munster vince il match per 15 a 6 con 4 piazzati e un drop di Paul Warwick, australiano purosangue, e già qui ci sarebbe parecchio da raccontare. No, non ci fermiamo qui oggi. A far compagnia in mediana a Warwick c’è Duncan Williams, ventiquattrenne di Cork. Williams è un discreto numero 9, gioca una partita gagliarda dietro a una mischia tritacarne. Poi nell’ultimo quarto lascia il posto al suo sostituto. Numero 21 sulle spalle, sbarbatello, guance rosse, alto quasi un metro e 90, magro. Occhio sveglio. Tutto sembra, fuorché un mediano di mischia. No, troppo abituati dalla letteratura ovale a vedere dietro alla mischia un piccoletto, carogna ma piccoletto. E però il ragazzino ci sa fare. Qualcuno dei più vecchi dice che gli ricorda un po’ il nonno materno. Stesso nome, innanzitutto, Conor. Stesso fisico. Sì, certo, solo che nonno Conor Roche giocava terza linea tra anni ’40 e ’50. Anche contro l’Australia, abbattuta anche grazie ai suoi famigerati placcaggi. Eh, ma il bimbo non placca mica tanto peggio. E a cattiveria ci siamo. “Eh, questo se fa il bravo diventa come il nonno”.

Conor Murray in azione con la maglia del Munster

Conor Murray in azione con la maglia del Munster

Conor, che prende dal padre il cognome Murray, fa veramente il bravo. Solo che sarà il DNA che fa giri strani, sarà l’alimentazione, sarà che a Limerick e dintorni si respira una discreta aria ovale, sta di fatto che il ragazzino diventa esponenzialmente più bravo del nonno. Quella sera si accorgono in tanti di quel bimbo di 188 centimetri alla prima stagione con la Red Army, e dire che fino a qualche mese prima non aveva nemmeno uno straccio di contratto. E dire che fino a metà del decennio scorso a rugby ci giocava così,giusto per. Prima c’erano calcio gaelico e hurling, un must per ogni ragazzino irlandese che si rispetti. Il rugby meno. Meno male che qualcuno gli ha fatto cambiare idea. Forse la madre, nazionale irlandese di squash, per dire che a casa Murray e Roche se ti piaceva l’origami forse eri tagliato al primo giro. Forse il fatto di rendersi conto che dietro ad una mischia può veramente diventare qualcuno. Sta di fatto che ad agosto 2010 qualcuno ha offerto una chance al ragazzino, giocatore del Garryowen. E, ad oggi, non si è ancora pentito.

Nel giro di 12 mesi diventa titolare nel Munster e viene convocato per la Coppa del Mondo del 2011. È ancora acerbo, per carità, ma già dai primi minuti in campo si vede cosa sa fare il ragazzino: ha un colpo d’occhio felino, sa usare entrambi i piedi ed entrambe le mani. In difesa è praticamente una terza linea aggiunta. E, nonostante leve non propriamente corte, ha una velocità nei primi passi che non è comune. Non è questione di essere forte in tutte le situazioni di gioco, è questione di essere fortissimo in tutte le situazioni di gioco. In molti lo accomunano a Mike Philips, lungagnone mediano del Galles, ma sono due cose diverse: tanto più fisico e poderoso nell’azione il gallese, quanto più completo e sgrezzato Murray, che a soli 22 anni comanda da par suo una mischia di altissimo livello. In breve tempo vince tre tornei del Sei Nazioni, nel 2012, 2013 e nel 2016.

Murray e il richiamo della terra d'Irlanda

Murray e il richiamo della terra d’Irlanda

Nel 2013 inoltre si toglie la soddisfazione di guidare i British & Irish Lions alla vittoria nella serie contro l’Australia. Nel 2016 guida l’Irlanda alla storica prima vittoria di sempre dei verdi contro gli All Blacks. A Chicago segna una meta lasciando sul posto le guardie neozelandesi e in generale fa il von Karajan senza necessità di bacchetta e podio: dirige i suoi in modo magistrale. Si ripeterà, meta e direzione, nel secondo test dei Lions contro gli All Blacks, nel 2017, sotto la pioggia di Wellington. Che sarà pure a migliaia di chilometri da Limerick, ma sulla pelle si fa sentire in maniera del tutto analoga. Le guance sono sempre rosse, gli occhi sono sempre svegli. La barba di due giorni non nasconde un viso forse più giovane dei 27 anni che la carta d’identità gli regala, i 94 chili sono ben distribuiti sull’anima lunga 188 centimetri.

Ricorda un po’ il nonno materno, dicono i meglio informati, che a 88 anni ha passato l’ultimo pallone, non prima di aver visto il nipote in maglia verde, quella che lui mai ha potuto indossare. Stesso nome, Conor. Stesso fisico. Dicono stesso talento nel placcare l’avversario, ma il DNA fa giri strani. Scherza, irride, illude. Sembra prendere spunto, tante volte, da quelli che dicono che non ci si bagna mai due volte di seguito nello stesso fiume. E Conor, nella pioggia di Limerick, in quella di Wellington, in quella di talento e di sudore capitatagli addosso senza che nessuno lo abbia convinto per bene a coprirsi, si è bagnato bene. E sembra non abbia nessuna voglia di tirar fuori alcun ombrello, per il momento.