Corea e Giappone 2002 è il XVII Campionato mondiale di calcio, si gioca per la prima volta in Asia e per la prima volta è organizzato ed ospitato da due nazioni. È l’ultimo mondiale a presentare la magica (…) regola del golden goal, e per la prima volta la corruzione che serpeggia all’interno della FIFA è evidente a tutti. Corea Giappone  2002 è il mondiale del nuovo millennio, della modernità ed è aperitivo del Calcio del futuro. Si gioca in Levante dal 31 maggio al 30 giugno, vi partecipano le ormai 32 squadre, esordiscono Cina, Slovenia, Senegal – che sarà rivelazione – ed Ecuador, che passerà alla storia non per i suoi convocati bensì per un suo arbitro. La Turchia, altra rivelazione, mancava all’appuntamento mondiale da Svizzera ’54, una nobile europea, il Portogallo, ritorna dall’ultima apparizione dell’86. Il fuso asiatico fa tramontare del tutto l’etnocentrismo europeo: per vedere una partita in pomeridiana si prendono ferie, gli uffici vanno in pausa, non come ad USA ’94 dove le ingerenze europee avevano avuto la meglio.

 

L’assegnazione, come sovente accade per la FIFA, è tinta di giallo. Nel ’96 si apre la possibilità di un incredibile scenario: un’organizzazione congiunta tra le due Coree. Pyongyang si dice disponibile, i vertici dell’associazione, incluso Blatter, sono entusiasti date le colossali infrastrutture nordcoreane (il Rungrado, lo stadio del Primo Maggio, è il più grande al mondo). Il despota elvetico condiziona la candidatura ad una formale intesa al 38º parallelo. L’accordo non maturerà mai, si dice non siano neanche partite le trattative, e a sorpresa nel ’96 Tokyo e Seul diventano assegnatarie, per la prima volta per acclamazione, dell’evento, ai danni dell’ingordo Messico che sarebbe giunto, in caso di vittoria, alla terza organizzazione in appena 32 anni.

A pochi mesi dai mondiali esce nella sale un capolavoro del cinema d’animazione giapponese, La città incantata di Hayao Miyazaki.

 

Frequente è il caso che un paese avanzi la propria candidatura per organizzare manifestazioni sportive di portata globale in un momento di espansione economica, di grande fiducia e di generale prosperità. È un atto quasi fisiologico quello di propagandare il successo e/o l’inserimento nello scacchiere mondiale di un paese, un gesto a metà tra la vanità ed una dimostrazione di muscoli. Quasi tutti i mondiali sono stati assegnati risentendo di questo fenomeno. La questione è che passano diversi anni, quasi dieci, tra l’assegnazione e l’effettivo svolgimento. Italia ’90 si giocò conclusi i fantastici anni ottanta, Spagna ’82 a ripresa economica e transizione democratica acquisita, Argentina ’78 a videlismo agli sgoccioli, ma anche ai mondiali brasiliani e sudafricani può essere data questa lettura.

 

Tuttavia, seppur il Giappone del 2002 sia ancora la seconda potenza economica del terra, i sintomi delle sue croniche patologie sono tutti visibili. Società demograficamente vecchia, deflazione e crisi politica si acuiscono nel 1997 quando scoppia la crisi finanziaria asiatica. L’impero cinese sta per sorgere e il Sol levante è all’inizio di una stagnazione che ancora oggi lo accompagna. Gli anni novanta sono per il Giappone, il Decennio Perduto, 失われた十年 Ushinawareta Jūnen in giapponese, l’occasione persa. Allo stesso tempo sono però gli anni del dominio tecnologico, delle consolle per videogiochi, dei cartoni animati, dei manga, di epiche saghe di videogiochi come Final Fantasy, dei Pokémon. Un certo soft power giapponese irradia la cultura infantile e giovanile di tutto il globo. In giapponese la parola ganbarou (頑張る) esprime l’esortazione e la carica a se stessi per un evento, come lo yamato-damashii (大和魂), l’orgoglio e la tenacia tipici dello spirito giapponese dinanzi un pericolo od una sfida.  Ed è con questo approccio che l’arcipelago si appresta ad ospitare una parte dei Mondiali.

 

Dae-jung e Kim Jong Il durante un summit a Pyongyang nel 2000. (Foto: Associated Press).

 

La Corea del Sud viene da un decennio di straordinario sviluppo industriale ed economico che le hanno permesso di recuperare il terreno perduto in passato. La ritrovata stabilità politica della Sesta Repubblica fa diminuire la corruzione mentre il benessere si propaga ovunque, solamente la crisi del ’97 può fermare l’ascesa di una delle quattro Tigri asiatiche. Due anni prima del fischio d’inizio dei mondiali Kim Dae-jung riceve il Nobel per la pace. Oppositore del regime di Syngman Rhee prima e del militare Chun Doo-hwan dopo, Dae è l’uomo che conduce la parte meridionale della penisola verso la democrazia. Mostrarsi al mondo, per la Corea del Sud della fine del secolo, è di vitale importanza. Uno spirito diverso da quello che anima il partner nipponico ma ugualmente combattivo. 

 

A gennaio l’Italia rimane attonita per l’omicidio del piccolo Samuele a Cogne, l’Euro diventa la moneta corrente. L’Argentina entra nella nerissima crisi dei bonos e dichiara bancarotta, l’Afghanistan è ormai invaso. Giubileo d’oro a Londra per Elisabetta II, mentre a L’Aja inizia il processo a Milošević. In Sri Lanka le Tigri Tamil dichiarano cessato il fuoco dopo 30 anni di lotta armata, la Federazione jugoslava viene sostituita dalla Serbia e Montenegro. Il 19 marzo in Italia torna l’incubo terrorismo: a Bologna le nuove BR assassinano a freddo l’economista Marco Biagi, reo di aver promosso la nuova riforma del diritto del lavoro.

 

L’incontro di Pratica di Mare verrà definito da Berlusconi come la “fine della Guerra Fredda”.

 

A fine marzo ha inizio l’operazione israeliana “Muraglia di difesa” nei territori occupati: fino al dicembre 2002 rimarranno uccisi oltre 2.050 palestinesi e 680 israeliani; Badalamenti viene condannato all’ergastolo per l’omicidio di Peppino Impastato, Chavez si dimette a seguito del tentato golpe americano. Il 28 maggio a Pratica di Mare viene istituito il Consiglio a 20. Esce Lose Yourself di Eminem, il Pianista e The Hours nei cinema, A Beautiful Mind vince l’Oscar come miglior film. Il 5 maggio l’Inter perde uno degli scudetti più assurdi di sempre, a Parigi trionfa Costa contro il connazionale Ferrero. Paolo Savoldelli vince il Giro d’Italia a pochi giorni dal 31 maggio, giorno d’inizio del XVII Campionato mondiale di calcio in Giappone e Corea del Sud. Nella partita inaugurale, a Seul, i campioni in carica della Francia sono battuti per 1-0 dal Senegal.

 

 

Lo stemma del Mondiale

 

 

FRAMMENTI NIPPOCOREANI

 

Il calcio d’Oriente

Il Giappone non conosce calcio professionistico fino al 1993, anno in cui viene fondata la J. League, ad oggi la massima competizione nazionale. In realtà forse i giapponesi del calcio si erano inventati uno degli spin off più divertenti, il “non casca mai”. Il kemari (蹴鞠) è un gioco col pallone – fatti di pelle di cervo – diffusosi nell’arcipelago durante il periodo Heian, consistente nel cooperare tra giocatori affinché la palla non cada a terra.

Raffigurazione di una partita di kemari nel XVImo secolo.

Nel 1992 viene chiamato Hans Ooft ad allenare la nazionale, e come altri professori prima di lui, è olandese. La nazionale vincerà la sua prima Coppa d’Asia e il calcio inizierà seriamente a diventare uno dei passatempi preferiti dei nipponici, incalzando il baseball, radicatosi durante l’occupazione americana degli anni quaranta. Negli anni a seguire la J.League necessita di importare giocatori di tradizione per innalzare competitività e rendere il campionato attraente. Nel ’94 approda al Jubilo Iwata, la compagine della Yamaha, niente meno che l’eroe di Italia 90 Totò Schillaci, primo italiano in assoluto in Sol Levante (dopo di lui arriverà Massaro, ingaggiato nel ’95 dallo Shimizu).

 

Nel 93 i Kashima Antlers (già Sumitomo Metals) acquistano i diritti alle prestazioni sportive de O Galinho Zico che viene raggiunto l’anno seguente dal neo campione del mondo Leonardo – alla De Rossi, per intenderci,  il 4 luglio 94 (sic!) rifilò una gomitata allo statunitense Ramos fratturandogli il cranio, sanzionato per quattro gare salta tutto il resto della competizione  – un gesto inspiegabile quanto quello di emigrare in Giappone a soli 24 anni. Nella J.League giocano in quegli anni, tra gli altri, Gary Lineker, il napoletano Careca, il tedesco Littbarski, Dunga, Stojkovic o un giovane allenatore francese, Arsène Wenger.

 

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Totò festeggia uno dei suoi 56 goal con la maglia del Jubilo Iwata.

Se è ragionevole attendersi dai nipponici l’importazione di know how da paesi di più lunga tradizione, è il percorso inverso che sbaraglia le logiche calciofile occidentali. Il primo fu Okudera-san, Yasuhiko all’anagrafe, che nel 1977 viene silenziosamente prelevato dal Colonia. Sarà il primo giapponese ed il primo asiatico a marcare una rete in Coppa dei Campioni, nel 79 contro il Nottingham Forest, prima di far ritorno sette anni più tardi in patria. Dunque Kazuo Ozaki, sempre in Germania negli anni 80 prima di Kazuyoshi Miura, matusalemme classe ’67 tuttora in attività, che il 4 dicembre del 1994 porta in vantaggio il Grifone nel derby della Lanterna.

 

Giocatori di culto come Nakata e Nakamura cambiarono non solo la percezione ma l’idea  stessa del grottesco ed esotico calcio giapponese. Se il primo regala uno scudetto alla Roma, il secondo elargisce pillole di Brunelleschi tra Reggio Calabria, Glasgow e Barcellona.  Poi saranno Yoshida, Muto, Kagawa, Honda, Hasebe, Okazaki ed altri a segnare il calcio europeo, figurarsi quello giapponese. Il Giappone si è guadagnato definitivamente un posto nella geografia del calcio mondiale, l’argomento meriterebbe un trattato di storia sportiva e non può essere qui approfondito.

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Celtic-Nakamura, uno dei binomi più iconici del calcio degli anni duemila.

 

Per il calcio sudcoreano il discorso è poco assimilabile a quello sopra fatto per il Giappone: la Korea League nasce prima dell’omologa giapponese (1983) e le squadre sono tutte di proprietà dei chaebol, i conglomerati industriali riconducibili all’aristocrazia economica del paese (Daewoo, Hyundai, LG, Samsung tra i più celebri), la cui governance è così opaca da far rimpiangere gli splendori del capitalismo familiare italiano. A differenza della J.League però il campionato sudcoreano non vanta ospitate celebri o degne di nota.

 

L’export di capitale umano è più tardivo di quello giapponese ma altrettanto carico di talento. Il primo grande a sbarcare in Europa è il mitico Park Ji Sung, beniamino di Sir Alex Ferguson, che tra PSV e United vince tutto nel calcio che conta. In questi anni una nidiata di giovani talenti sudcoreani è stata ospitata dalla Bundesliga: Joo Ho Park al Dortmund 2, Koo, Wong, e Ho Hong all’Augsburg, Jin Su Kim e  Hyeok Park all’Hoffenheim, Jae Seo al retrocesso Amburgo e Woo Ryu al Bayer Leverkusen. Seungwoo ha collezionato qualche presenza nel Verona di quest’anno, come Chungyong nel Crystal Palace e Sungyueng allo Swansea, Heechan  al Salisburgo. Di Hawn, perugino ingaggiato dal pantagruelico Gaucci, purtroppo leggerete sotto. L’attuale stella è il funambolo Son del Tottenham, ala dotata di sopraffina tecnica ed elevata velocità palla al piede. La nazionale esordisce ad Italia 90, il movimento tutt’oggi consolida la sua crescita con la presenza ai prossimi mondiali di Russia, dopo una finale persa nella Coppa d’Asia del 2015.

 

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Son zittisce i tifosi delle Spurs con le sue giocate.

Il Fevernova

Adidas pensiona la mitologica famiglia dei Tango, ed il mondiale di Giappone e Corea vede la nascita della nuova generazione di palloni. Le trame e l’impostazione grafica del Fevernova, ispirate all’estetica orientale, lo rendono un pallone generazionale per chi è nato a cavallo tra gli 80 e 90. Il telaio a triplo strato, e un poliuretano prodotto dalla Bayer ne fece un pallone resistente ma molto leggero e variabile nelle traiettorie. Fu quindi molto criticato dai giocatori, che lo ritenevano, come Buffon, un palla matta.

 

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Il pallone incriminato.

Gironi, gol, débâcle

Débâcle come quella degli uruguagi che mancano ad un mondiale da Italia 90 ed esordiscono perdendo 2 a 0 contro la modesta Danimarca (doppietta del milanista Tomasson, che chiuderà con 4 reti la manifestazione). Nelle loro file militano El Chino Recoba e Diego Forlàn, ma con soli due pareggi la Celeste deve abbandonare la competizione.

Jon Dahl Tomasson celebra il goal contro l’Uruguay, dietro di lui Paolo Montero (Gary M.Prior/Getty Images).

La Francia deve difendere il titolo conquistato quattro anni prima a Saint-Denis ma inizia il suo percorso perdendo clamorosamente contro l’ex colonia Senegal (v. infra). Alla seconda giornata i transalpini – guidati da Roger Lemerre, l’ex vice di Jacquet e c.t. di Euro 2000 – rimediano l’unico punto del torneo contro l’Uruguay. All’ultima ne prendono altri 3 dalla Danimarca e a sorpresa escono dai mondiali. Zidane, che è reduce dalla Champions vinta a Glasgow contro il Bayer, guida la generazione (l’unica) più vincente della storia del calcio francese alla disfatta. I campioni in carica eliminati al primo turno senza segnare una rete. La Francia si consola vincendo il Campionato mondiale per carcerati svoltosi in Thailandia, battendo il 19 giugno in finale la Nigeria per 7-8 ai rigori.

 

Desailly, Micoud, Petit, Trezeguet e Candela litigano con l’arbitro durante la partita contro l’Uruguay. Paolo Montero li guarda perplessi. (Greg Wood/AFP/Getty Images).

 

Ma sfacelo è anche per gli argentini: l’Albiceleste di una generazione dorata  saluta il mondiale orientale con quattro punti, dopo aver perso anche un capitolo dell’eterna sfida con gli inglesi; a Sapporo segna Becks su rigore, arbitra Collina. Si torna a Buenos Aires dove intanto imperversano inflazione e rivolte sociali.

 

Nel girone B la Spagna passa a punteggio pieno, con secondo classificato il Paraguay di Cesare Maldini e del leggendario Chilavert, portiere da 62 marcature attive in carriera. Un’altra eliminata eccellente è il Portogallo di Figo, sconfitto dalle qualificate Corea e USA e vittorioso, inutilmente, contro la Polonia, prima dei coreani di casa. Nel girone E l’Arabia Saudita si accomiata con zero punti, zero goal fatti e dodici subiti, di cui 8 dai vice campioni. Potrebbe essere la peggior comparsa di sempre se non fosse per gli ospiti, lato Corea, che nel ’54 in Svizzera ne presero 16.

 

El Mono Burgos, secondo portiere della rosa, conforta Pochettino in lacrime. (Odd Andersen/AFP/Getty Images)

 

Diversi sarebbero i goal da premiare ma a meritare più di tutti è la marcatura con cui il Giappone si porta in vantaggio contro il Belgio nella sua prima partita del girone. A Saitama gli ospiti si erano portati avanti al 59mo con un goal di Wilmots, il futuro CT dei Diavoli Rossi, per essere subito raggiunti dal pareggio di Suzuki. Otto minuti più tardi Inamoto fa un break a centrocampo, il pallone arriva a Toda che recapita un filtrante allo stesso Inamoto che a sua volta sterza brusco a sinistra, salta di netto Van Meier, e lascia partire un potente incrociato sul secondo palo.

 

La partita terminerà in pareggio ed il goal è meno bello dell’enfasi con cui è appena stato descritto. Ma Jun’ichi Inamoto, che è reduce da una stagione di zero presenze all’Arsenal, trasmette pura elettricità in questa azione, con quei capelli ossigenati a renderlo un sayan di secondo livello, perfetta epitome di quel Giappone. Jun’ichi in carriera segna pochissimo ma il 9 giugno manda in scena una replica con il goal vittoria contro la Russia, a Yokohama.

 

Uno, due, rete.

Il Senegal del 2002

La selezione senegalese arriva in Oriente da 42ma del ranking FIFA, penultima compagine del Mondiale prima della Cina, e diciotto mesi prima è addirittura fuori dalle prime cento. Il CT è il burbero tedesco Peter Schnittger, autoritario nei confronti dei poco disciplinati giocatori senegalesi, aveva bandito qualsiasi bizzarria nel look – capelli lunghi, catenine e persino cuffie per ascoltare musica – a favore di rigidi costumi e tattiche ultradifensive. Risultato ammutinamento della ciurma di Dakar, minaccia di boicottare il mondiale e restaurazione di una democrazia sessantottina.

 

La Federazione, povera di danari ma non di idee, capisce allora che per domare i Leoni serve un capobranco. Ingaggia dunque l’ex CT della Guinea, Bruno Metsu, autodefinitosi “un bianco col cuore da nero“. Capelli lunghi, prossemica da surfista in pensione, Metsu a fine mondiale si sarà convertito all’Islam (ora Abdul Karim), avrà sposato una senegalese e parlerà un fluente wolof, lingua autoctona. Prima però, porta i Leoni dove gli spetta: finale di Coppa d’Africa contro il Camerun, persa però ai rigori.

Bruno Metsu con l’eroe Fadiga, ad Osaka (Photo by Gunnar Berning/Bongarts/Getty Images).

Al ritiro – che ha luogo sia in Corea che in Giappone – istituisce una sorta di comune autogestita dai calciatori, familiari e, sic, tifosi, in cui vige un’unica regola: fate quello che volete. Danze tribali e banchetti fino a tarda notte sono la normalità in Casa Senegal, sotto i vigili occhi del marabout, lo stregone che accompagna la spedizione. Oggi che sono passati 16 anni, e che purtroppo Metsu è scomparso (nel 2013), se ne può liberamente parlare con toni epici atteso che il Senegal del 2002 è stata una delle migliori africane di sempre.

 

L’esordio è noto, l’ex colonia che uccide la Madre campione del mondo, Diouf per Boupa Diop, 1 a 0 ed eternità garantita. Alla seconda c’è la Danimarca, una di quelle partite che spiega gli esseri umani meglio di un trattato di antropologia. Un gol per parte, Tomasson e Diao, dopo aver corso settanta metri come una gazzella per capitalizzare il contropiede. Alla terza del girone A è thrilling: l’Uruguay recupera 3 reti ma agli ottavi ci vanno gli africani.

Henri Camara (Senegal) festeggia un gol con i compagni. (Stu Forster/Getty Images)

 

Agli ottavi, scherzo del tabellone, ci sono altri scandinavi. Larsson, che all’epoca gioca nel Celtic, porta in vantaggio la Svezia. Camara trova il pareggio con un bel destro ad incrociare da fuori area al 36mo. La partita si incattivisce e le squadre si annullano a vicenda. Al minuto 104 Camara, che gioca con gli operai francesi del Sedan, porta i Leoni in paradiso con un golden goal storico. Dopo il Camerun italiano, e a dodici anni di distanza, una squadra africana torna ai quarti di finale di un mondiale.

 

Il 22 giugno, ad Osaka, il golden goal rappresenterà però la sua nemesi: dopo aver battagliato alla pari con i sorprendenti turchi, ed avendoli anzi sopraffatti tecnicamente, i senegalesi devono arrendersi al 94mo. İlhan Mansız, che finita la carriera diventerà un pattinatore sul ghiaccio professionista, è la punta del Beşiktaş ed in questi mondiali è in stato di grazia. Gli arriva un pallone tagliato da destra, si gira e batte Silva, spedendo i rossi alle semifinali. Il tataro segnerà anche una doppietta nella finalina contro i padroni di casa, corruttori, sudcoreani, per portare incredibilmente gli anatolici al terzo posto di un mondiale.

Ilhan Mansiz celebra il golden goal al Nagai Stadium, di Osaka (Photo by Laurence Griffiths/Getty Images).

Tanti sono i giocatori senegalesi che hanno segnato l’indimenticabile mondiale del 2002: Silva, terzo portiere del Monaco con 18 presenze in carriera fino a quel momento, Boupa Diop – che poi giocherà una onesta carriera tra Premier e Grecia -, Salif Diao, che colleziona 37 presenze con la maglia del Liverpool o il funambolo Fadiga, messo sotto contratto dall’Inter nel 2003 senza però esser mai sceso in campo. Uno su tutti però è tutt’oggi indimenticato: El Hadji Diouf, pallone d’oro africano 2001 e 2002, genio, scapestrato, folle. Talento fino ma testa calda e lingua lunghissima (di recente ha definito Gerrard una “nullità che aveva paura di guardarmi negli occhi“), si è smarrito in un labirinto di eccessi e violenza, sempre un chilometro sopra le righe. Un amor perduto. [1]

 

Miroslav Klose

Gli albori di un mito di solito stanno nel non-tempo, in una dimensione che deve confondere colui cui viene tradotto. Non quello di Klose, invece, che inizia esattamente il 1 giugno 2002 nella fredda Sapporo, isola di Hokkaido. Al 20mo un 24enne di origine polacche – che gioca nel Kaiserslautern, squadra che quattro anni prima si è laureata campione di Germania da neo-promossa – porta in vantaggio gli uomini di Voeller in quella che al 90mo è un’ordalia (l’8 a 0 contro i sauditi già citato). Il ragazzo celebra ogni rete con una serie ragguardevole di capriole. A fine carriera, 12 anni più tardi in Brasile, saranno state 16 nelle fasi finali di un Mondiale. Leggenda.

Miroslav Klose (Germania). (Laurence Griffiths/Getty Images).

 

Gli arbitri

Gamal Al-Ghandour è uno dei migliori arbitri africani di sempre ma il suo nome rimarrà associato a vita al quarto di finale tra Corea del Sud e Spagna. I padroni di casa provengono da un climax di favori arbitrali inestimabili (Portogallo e Italia) e conservano la spocchia tipica di chi percepisce, o forse del tutto sa, di essere protetto. I rossi giocano bene, in quegli anni inizia a prendere forma il tiki-taka, ed impongono tecnica e fraseggio contro il ruvido e dozzinale difensivismo degli asiatici. Agli iberici vengono annullati due goal regolari e Morientes viene fermato davanti alla porta per un fuorigioco inesistente. Ai rigori Joaquín sbaglia, la Corea va in semifinale non prima di un parapiglia tra Helguera ed il guardalinee. Il quotidiano sportivo AS si era beffato degli italiani inferociti per l’arbitraggio della partita degli ottavi, sostenendo fosse una fisima italiana quella di lamentarsi e non accettare le sconfitte. Il giorno seguente l’eliminazione titolerà “¡Italia tenía razón!”.

Il capitano Hierro a muso duro contro l’arbitro egiziano.

Nell’ultimo match dei gironi il Portogallo, reduce dalla sconfitta con gli americani e dal poker rifilato ai polacchi, è costretto a vincere per proseguire il mondiale. Dopo trentotto minuti di gioco è obbligato da una assurda doppia espulsione a giocare in 9. La Corea del Sud stende nel finale i lusitani esausti dall’inferiorità numerica.

 

Dovranno passare tredici anni per comprendere l’entità del progetto ideato per i mondiali del 2002 (v. infra).

 

L’acqua santa, o del cammino degli Azzurri

L’Italia del 2002 è universalmente riconosciuta come una delle selezioni italiane più forti di sempre. Quando si è soliti, ed in questi anni di magra il discorso è ricorrente, rifarsi ad un passato mitico del calcio italiano, il 2002 diventa il paradigma del Calcio italiano, un XI in cui rientrano i migliori difensori del mondo, i fantasisti (i furono trequartisti) ed i centravanti prolifici.

 

La Nazionale viene da un quadriennio infelice ma in cui è maturata una grande consapevolezza dei propri mezzi. Il Calcio italiano sta attraversando quella fase topica successiva il dominio dei club in Europa e la capitalizzazione di un contesto felice per la crescita dei giovani talenti (fase, ahinoi, che terminerà nella seconda metà degli anni duemila). Se i sogni francesi si erano interrotti sulla traversa, due anni dopo lo psicodramma culmina nel golden goal di Trezeguet al 94mo della finale di Rotterdam. A Milanello, due giorni dopo, Berlusconi caustico sentenzia l’inidoneità di Zoff a guidare la nazionale in quanto reo, nelle opinioni del Cavaliere, di non aver catechizzato la squadra riguardo Zidane e le sue giocate. L’ex campione del mondo, per orgoglio, si dimette.

“Zoff è indegno e dilettante” Silvio Berlusconi

La Federazione opta allora per Giovanni Trapattoni, l’allenatore più vincente della storia del calcio italiano. Il girone di qualificazione è agevole, gli Azzurri dapprima pareggiano contro l’Ungheria all’esordio, poi inanellano cinque vittorie consecutive che gli garantiscono un comodo primato. Prima di volare in Oriente l’Italia batte Marocco e Sudafrica in amichevole, pareggia con il Giappone (prima partita con tutte e tre le compagini).

 

Il Grande escluso.

 

Il Trap, è noto, non è persona pavida. Roberto Baggio, altresì, non fu fortunato per tutta la carriera. La stagione 2001-2 inizia in modo scoppiettante per il Divin Codino: 8 gol in 7 giornate. Poi una distorsione al ginocchio, poi un’altra ancora, poi a rottura del legamento crociato anteriore del ginocchio sinistro con lesione del menisco interno, durante la semifinale di Coppa Italia contro il Parma. Si opera il 4 febbraio, dopo 81 giorni entra in campo contro la Fiorentina e in due minuti gonfia la rete, per farlo nuovamente dopo altri dieci. Sembra un miracolo, ed effettivamente lo è. Il Brescia di Mazzone è salvo e l’Italia deve inchinarsi nuovamente al prodigio di Caldogno.

 

Il Trap, è noto, è uomo furbo. Sa perfettamente che nella Nazionale dovrà fronteggiare una rivisitazione della staffetta Mazzola-Rivera. Totti e Del Piero sono amici, si stimano e si rispettano a vicenda. Nel 4-4-2 trappattoniano, la difesa è un castello, il centrocampo una trincea e l’attacco ha poca licenza d’offesa. Per la fantasia, figurarsi, c’è un appalto diretto ai numeri 10. E il Trap sa bene che è meglio un polverone preventivo che curare uno spogliatoio spaccato in 3 fazioni. Quindi, pragmaticamente come esso è, segue la ragion di Stato e non convoca il coniglio bagnato. Un putiferio, alcuni parlamentari di Forza Italia chiedono al ministro dello Sport Urbani di intercedere con il CT, che laconico glissa “ho dovuto fare delle scelte dolorose“.

“Il 2002. Il Mondiale del 2002. Sarebbe stato il quarto e io dovevo esserci. Era giusto, era sacrosanto. Per la carriera che avevo avuto ne avevo diritto. Mi dovevano portare, darmi quell’occasione… Anche se fossi stato in carrozzella mi dovevano portare. E poi avevano appena allargato la rosa dei convocati a ventitré. E l’avevano fatto perché potessimo partecipare anche io e Ronaldo che venivamo da infortuni e potevamo essere un rischio. Un uomo in più, che problema c’era? Invece Ronaldo andò, risorse e vinse. Io, a casa”

Nel ritiro di Sendai – città che reagisce euforica alla presenza degli Azzurri – i giocatori alternano allenamenti a profonde sedute di playstation (Totti dirà “a nostra s’è squagliata!“), Di Livio è il giullare del gruppo, Tommasi l’equilibrio.

Il 3 giugno a Sapporo l’Italia fa il suo esordio nell’inedita sfida contro l’Equador. La vigilia è un vespaio di polemiche all’italiana: il Dome, lo stadio, è dotato di un impianto di copertura (la città è tra le più fredde al mondo), si sospetta scarsa ossigenazione, il pallone non rimbalzerà, si diceva. La vera polemica è successiva, dalla partita con i sudamericani diventa un caso il mancato cantare Fratelli d’Italia. Pronti via, il protagonista è Trap stesso. Scalmanato, si dimena, fischia, urla, sbraita: è il mondiale in cui si certifica definitivamente la sua personalità vivace e si esasperano i suoi tratti folcloristici (l’acqua santa..).

 

Al sesto minuto Vieri si porta avanti il pallone e fallisce un’occasione clamorosa, l’azione prosegue con una palla recuperata a centrocampo e disimpegnata da Tommasi verso Panucci che controlla, alza la testa e lascia partire un lancio per Totti all’altezza della metà d’area di rigore. Il pallone scorre, Totti, senza voltarsi, con gli occhi della nuca, mette dentro per Vieri che arrivato in rimorchio scarica in rete un piattone sinistro. Bobo raddoppia venti minuti più tardi dopo aver controllato un lancio ed essersi diretto da solo contro il portiere. La difesa deve solo tenere, Del Piero entra, scontento, a quindici minuti dalla fine. Totti illumina, Vieri finalizza. Finisce 2 a 0, l’Italia c’è.

Prova a prendermi (GABRIEL BOUYS/AFP/Getty Images).

 

Cinque giorni più tardi gli Azzurri devono sfidare la Croazia. Gli slavi sono orfani dei campioni (Boban, Šuker che è però convocato, su tutti) che gli hanno permesso di prendere il bronzo quattro anni prima in Francia. Sono temibili, orgogliosi ed hanno perso la prima col Messico (1-0). Ad Irabaki, Kashima Stadium, Alessandro Nesta deve pagare nuovamente  dazio con la sorte: secondo mondiale, secondo infortunio. Domina l’equilibrio, poche occasioni ambo le parti. Al termine di una bellissima azione Vieri deposita di testa ma la rete viene annullata per un fuorigioco inesistente. Ad inizio ripresa Doni mette uno spiovente in area, Bobo vola in aria e di testa fa 1-0, gol bellissimo.

 

Poi, italianamente, ci si addormenta sugli allori. I croati alzano le marce, Rapaìc è infuocato. Al 73mo  Panucci si addormenta sull’ala sinistra che mette in mezzo, centrali impalati e un giovane Olic pareggia. Siamo allo sbando, tre minuti dopo Rapaìc mette in rete un pallone sporcato da Materazzi. Reagiamo, si prova l’assalto con Inzaghi. Totti prende un clamoroso palo interno su punizione, con la palla che beffarda esce sfiorando la linea di porta. Minuti dopo Materazzi tenta un lancio verso l’area, la palla attraversa un dedalo di teste e gambe – Inzaghi non la tocca ma vorrebbe – ed entra lentamente in porta. Annullato, anche stavolta, per nessuna valida ragione. Facciamo paura a qualcuno e perdiamo, ingiustamente, 2 a 1.

Il capitano. (David Cannon/Getty Images)

 

La Federazione sembra voler mettere il carico ad una situazione di per se già grave, Carraro provoca nel prepartita con il Messico “se non vinciamo siamo una squadra mediocre“. Si fa pretattica, Trapattoni tace i titolari. Il 13 giugno ad Oita gli Azzurri scendono in campo con la difesa a 3 ed Inzaghi accanto a Vieri, con dietro Totti a suggerire. Indossiamo la maglia bianca, presagio di eventi funesti. Cannavaro viene immotivatamente ammonito dopo 5 minuti, gli arbitri hanno già un indirizzo. Nel primo tempo Totti mette una bellissima palla dentro per Inzaghi che non può far altro che controllare e mettere dentro. Annullato, anche questo, per un fuorigioco che non c’è.

 

Attacchiamo tanto e bene ma non segniamo. Al 32mo comincia un estenuante possesso palla dei messicani, che dopo due minuti si monetizza in un colpo di testa in girata dal primo palo che batte Buffon. L’autore è Jared Borgetti, di ascendenza italiana per mettere sale sulla ferita. Nella ripresa l’Italia sa di essere fuori, attacca, e spreca, El Tricolor tiene duro. Altro gol annullato a Montella, la tensione logora, Totti consegna lampi di prima ma gli attaccanti  sciupano. Il 10 esce per Del Piero, si consuma la staffetta. All’85mo Montella mette dentro, Alex arriva da dietro ed infila il portiere di testa. Pinturicchio si riscatta e l’Italia, seppur a fatica e subendo torti, va avanti.

Alex firma la rete che ci manda agli ottavi. (Laurence Griffiths/Getty Images)

 

Byron Moreno

Se giocare una partita di un Mondiale contro gli ospitanti è cosa dura, a prescindere da chi fronteggi, farlo con un popolo mite per l’occasione livoroso ed accecato dall’ambizione, è oltremodo complicato. A Daejeon, completamente tappezzata di rosso per incitare i beniamini di casa, gli italiani trovano un clima a dir poco ostile. Nello stadio, già dal giorno precedente, vengono segnati i seggiolini della curva che dovranno comporre la coreografia della partita. Again 1966, a caratteri cubitali, enormi. Il riferimento è alla partita del 16 luglio 1966 all’Ayresome Park di Middlesbrough. L’Italia di Mazzola, Bulgarelli, Rivera e Facchetti – che due anni dopo si laurea campione d’Europa – viene clamorosamente eliminata dal mondiale ad opera di Pak Doo Ik, centrocampista di mestiere caporale dell’esercito. Una squadra di dilettanti e di soldati, che all’esordio aveva perso 3 a 0 contro i sovietici, e alla seconda aveva forzato al pareggio il Cile, butta fuori i blasonati europei. I sucoreani del 2002 preferiscono rifarsi a quell’unico precedente, dei fratelli invasori, piuttosto che piegarsi al timore reverenziale nei confronti dell’Italia del Trap. Una provocazione politicamente immatura ma non la deferenza.

L’inquietante coreografia coreana.

 

Il giallo rimediato contro i messicani, si è detto molto severo, costa la squalifica a Cannavaro. Assente anche Nesta, scendiamo in campo con Maldini, Iuliano, Coco e Panucci laterali. In mezzo al campo Zanetti, Tommasi e Zambrotta schierato mezzala, Totti e Del Piero insieme, Vieri davanti, è un 4-3-1-2. Lo stadio è una bolgia rosso sangue, ogni sedia è occupata da un coreano galvanizzato, l’Italia è, per il secondo mondiale di fila, davanti i padroni di casa. Passano centottanta secondi e Coco viene ammonito. Pochi minuti e Byron Moreno, un arbitro equadoregno che fino a quel momento ha arbitrato solo USA-Portogallo, decreta un calcio di rigore a favore dei bianchi di Corea. In area succede tutto e niente, sono strattonate di una sì lieve entità da far ridere alla sola idea di sanzionarle con un penalty. Pizzul alla radiocronaca, ridendo, profetizza “cominciamo bene..“.

 

Sul dischetto si presenta Ahn Jung-hwan, che è un attaccante inspiegabilmente in prestito al Perugia di Gaucci, prende una rincorsa indolente e Buffon para prima che il pallone venga calciato. Al minuto 18 Totti calcia un angolo sul primo palo dove trova pronto Bobo Vieri che insacca, quarto gol personale. La partita è vivace, noi premiamo e non la buttiamo dentro, come sempre. Tommasi si divora un gol, Coco subisce un duro colpo al sopracciglio, sanguina ma l’autore non viene sanzionato.

 

Gli Azzurri esultano dopo il gol di Vieri. (Brian Bahr/Getty Images)

 

Nel secondo tempo ha inizio il crescendo di Moreno. Una serie interminabili di scelte irrazionali, di mancati fischi, di fischi ingiusti, di cartellini sbandierati con una gestualità ed uno sguardo davvero incomprensibili. Malafede od incompetenza, viene da pensare. Ma se la seconda non ha spazio in un mondiale, la suggestione che sia la prima a muovere l’animo dell’arbitro si fa forte. L’Italia, dal canto suo, gioca una partita di spirito, ma non incide mai. Tante, troppe, le occasioni sfumate. Trap in panchina è una furia, scalcia qualsiasi cosa gli capiti a tiro di piedi. Al minuto 88 Panucci tenta in modo maldestro di controllare, la palla arriva a Seol, giocatore dell’Anderlecht, che calcia e pareggia. A due minuti dal novantesimo, siamo in apnea, mentalmente distrutti da una gara inverosimile per l’andamento. La marea rossa risale, lo stadio è letteralmente in campo. Si va ai supplementari con Guus Hiddink, il deus ex machina di questo sport, che aiutato o meno, ne ha combinata un’altra.

 

Ad Hiddink verrà intitolato uno stadio in Corea del Sud, a Gwangju , ove sconfisse anche la Spagna. (Shaun Botterill/Getty Images)

 

Vige, come detto, la regola del golden goal. Chi segna ha vinto. Buffon compie un miracolo su un calcio di punizione innocuo ma che non ha visto partire, i coreani ci credono. Al minuto 103, a due minuti dalla fine del primo tempo supplementare, la sublimazione del Moreno. Il gesto che qualifica l’uomo, l’atto che diventa azione, come per i neoplatonici. Moreno, 33 anni portati male, imbolsito, faccia e mimica di un caudillo sudamericano, sventola a Totti il secondo giallo per simulazione e lo butta fuori. In realtà il capitano della Roma viene toccato vistosamente dal difensore coreano. Gli Azzurri si infuriano, ma l’arbitro rimane impassibile, con gli occhi spiritati, a far appassire la rabbia.

 

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Più di mille parole.

 

Viene annullato il possibile gol partita a Tommasi per un fuorigioco, ça va sans dire, quantomeno dubbio. Ahn Jung-hwan al 117mo spizza di testa e fa cessare le ostilità. Siamo fuori dai mondiali. Smarriti, gli Azzurri, si sentono depredati di un sogno strappato con la violenza di un arbitraggio. Nel dopo partita l’assetto istituzionale del Calcio mondiale traballa. Carraro accusa Matarrese, che a sua volta è considerato il bersaglio dell’ipotetica congiura ordita da Blatter ai danni dell’Italia (come per gli errori contro Croazia e Messico). Il responsabile tecnico della Fifa, Walter Gagg, è basito per l’arbitraggio. Le trame dirette nel mondiale 2002 sono oscure, difficile individuare il confine tra una punizione al calcio italiano ed un estremo favoritismo ai padroni di casa.

 

Se la virtù sta nel mezzo, non si può negare che la reductio ad morenum rappresentò la declinazione di un vizio italiano: ancorarsi ad un alibi, scaricare le responsabilità pur di non ammettere i propri errori. La RAI propinò per settimane la prosopopea di una Italia ferita ed impotente dinanzi le ingiustizie cosmiche, Moreno assurse a totem nazionalpopolare di rappresentazione demoniaca. Non fu però Moreno ad ostacolare il raddoppio, a onor di verità. Candido Cannavò parla di “partita vigliacca” degli Azzurri, Lanfranco Pace, che ha l’animo del provocatore, dalle colonne del Foglio scrisse, nel 2010, “Quell’Italia lì, con il Trap in panchina che pure spargeva intorno a sé acqua benedetta, fu raggiunta all’ultimo secondo regolamentare, sconfitta ai supplementari ed eliminata perché per quattro volte, davanti a una porta vuota, buttammo la palla al cielo. Le chiediamo scusa, signor Byron Moreno, perché questo è lo stile dei campioni“.

 

«Non lo voglio più vedere: ha offeso il Paese che lo ha accolto»

Gaucci, presidente del Perugia, sul proprio calciatore Ahn.

L’esser divenuto il nemico della Nazione, come nemmeno fu Matternich, non impedì a Byron Moreno di essere ospitato a più riprese dalla RAI nei mesi a seguire. Scrisse un libro indirizzato a noi italiani in cui ci paragonò in massa a Mussolini, asserendo che avessimo enormi difficoltà ad accettare le sconfitte. Mentre invitato al Carnevale di Cento non gli fu risparmiato un copioso lancio di uova e monetine. Nel 2006, intervistato da Emilio Marrese in merito alle vicende di Calciopoli, si propose per arbitrare in Italia. Il 21 settembre 2010 fu arrestato all’aeroporto JFK di New York, mentre cercava di entrare negli USA in possesso di circa 6 chili di eroina.

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Byron Moreno con Lory del Santo e Carmen Russo nel programma ultra trash Stupido Hotel.

 

L’inchiesta

Nel 2015 l‘FBI conduce una maxi-inchiesta che porta al totale azzeramento dei vertici FIFA, accusati a più titoli e ragioni di tenere in piedi una organizzazione corrotta capillarmente in tutto il suo organigramma. Nelle more dell’inchiesta fuoriescono dettagli sull’andamento del Mondiale del 2002.  L’agente speciale Erick Martinez, che lavora sul caso, rivela: “l’organizzazione non avrebbe mai consentito l’eliminazione agli ottavi di finale di entrambe le nazionali di casa. Una sarebbe dovuta approdare fino alle semifinali per ragioni economiche“. Il quarto uomo di Italia-Corea è il marocchino Mohammad Guezzaz, uomo di fiducia del demiurgo del calcio africano, Issa Hayatou, collettore dei voti con cui Blatter viene rieletto ininterrottamente. Il Guezzaz avrebbe fatto pressioni non solo a Moreno ma anche ai guardalinee, l’argentino Rattalino (alla faccia delle origini italiane) e l’ungherese Szekely (guardalinee nel Roma-Galatasaray del 13 marzo 2002 in cui succede di tutto). Eliminato, meritatamente, il Giappone dai turchi – arbitra Collina – il coreano Mong Joon Chung, vice presidente FIFA e deputato nel proprio paese, fece pressioni perché una delle due nazionali ospitanti arrivasse almeno in semifinale. Compiuta la missione, i tedeschi poterono batterli.

 

Ronaldo pentacampione

Il Brasile inizia la rassegna asiatica con più affanni del previsto. La Turchia, che incontrerà nuovamente in semifinale, si porta in vantaggio nel match di Ulsan con Hasan Şaş. Ad inizio ripresa O Fenomeno pareggia i conti, ma ci vorrà un rigore all’87mo, trasformato da Rivaldo, per avere la meglio delle stelle crescenti. L’asso del Barcellona è autore, sul finale, di un gesto grottesco: simula un infortunio su una semplice pallonata, per cui verrà multato di 1000 dollariLe altre due gare del girone C sono un semplice allenamento: ne fa 4 ai cinesi e 5 ai costaricani, chiudendo il girone con 3 reti subite e 11 fatte.

 

La sceneggiata di Rivaldo.

 

L’ottavo di finale che si gioca a Kobe contro il Belgio torna a dare apprensioni alla Seleção. Fino al 67 i belgi tengono duro ed imbrigliano i brasiliani, vedendosi annullare anche un regolare goal di Wilmots. Rivaldo apre le marcature con un bel sinistro da fuori, Ronaldo chiude i conti venti minuti più tardi giungendo a quattro reti consecutive.

 

Il gol dell’1 a 0 di Rivaldo contro Belgio (Photo by Ross Kinnaird/Getty Images)

Il 21 giugno a Shizuoka i verdeoro incontrano l’Inghilterra. I Tre Leoni sono in fiducia, sebbene abbiano faticato oltre misura nel girone F, e vengono da un buon 3 a 0 nell’ottavo contro la Danimarca, ove le papere del portiere Sørensen hanno permesso di dilagare. L’inerzia della partita è per i rossi che al 23^ vanno avanti con Owen, che raccoglie il pallone ingenuamente consegnatogli da Lucìo. Al secondo minuto di recupero del primo tempo Ronaldinho inizia una cavalcata di 40 metri in cui sciorina tutto il repertorio: composto di doppi passi, finte, dribbling ritmo samba prima di entrare in area e fornire l’assist per Rivaldo che deve solo incrociare di piatto.

 

Al quinto minuto del secondo tempo c’è una punizione da quasi quaranta metri per il Brasile. Tutto sembra suggerire un campanile in area per cercare un colpo di testa. Ronaldinho vede Seaman, il famoso portiere dell’Arsenal, fuori dalla linea di porta di tre o quattro metri. Allora calcia e segna. Dirà poi che un compagno in allenamento gli aveva fatto notare l’atteggiamento del portiere britannico nei calci piazzati. Nel mondiale di Ronaldo, questa è la partita di Ronaldinho, che viene anche espulso al 57mo per fallo su Rio Ferdinand.

 

La punizione. 

 

La semifinale si gioca a Saitama il 26 giugno, contro i sorprendenti turchi, che hanno eliminato il Senegal (v. retro). Non ci sono apparenti ragioni per dubitare della vittoria verdeoro ma, come già capitato nei primi due scontri ad eliminazione diretta, il Brasile in realtà soffre. Gli anatolici, per cui essere ad una semifinale di Coppa del Mondo è già un risultato storico, hanno tutto sommato una buona squadra, in cui spiccano il parmense Hakan Şükür, l’interista Emre Belözoğlu, Baştürk che gioca nel Leverkusen vice campione d’Europa, il portiere Rüştü, solito farsi segni neri da guerriero sotto gli occhi.

 

Le squadre si equivalgono per larghi tratti di gara, con i sudamericani più pericolosi ma sterili sotto porta. Ad inizio secondo tempo è Luís Nazário de Lima ad archiviare la pratica. Parte dall’estremità dell’area di rigore, accerchiato dai turchi, penetra in area e scarica, di punta, un destro sul secondo palo. Tanto basta per permettere al Brasile di giocarsi la sua terza finale consecutiva, impresa prima riuscita solo alla Germania (82, 86 e 90). La Turchia, d’altra parte, si può togliere la soddisfazione di aver eliminato le due ospiti (di cui una favorita) e di aver spezzato l’incantesimo Senegal. 

 

Roberto Carlos e Basturk. (Emmanuel Dunand/AFP/Getty Images)

La finale si gioca il 30 giugno al Nissan Stadium di Yokohama, ignote le motivazioni per cui  il comitato organizzatore non incluse Tokyo ed il suo stadio Olimpico – sede delle Olimpiadi del 1964, nel mondiale. Alla vigilia Brasile e Germania contano insieme sette vittorie e cinque finali perse ma la sfida giapponese è in assoluto la prima tra le due nazionali in un mondiale. La Germania, che come dice Lineker alla fine vince sempre, arriva a Yokohama dopo un percorso alquanto semplice. Nel girone ha affrontato Arabia Saudita, Irlanda (pareggiando) e Camerun, che la angoscia molto più del previsto. Le eliminatorie sono una metafora di pragmatismo teutonico: tre 1-0 consecutivi, il primo al Paraguay di Cesare Maldini negli ottavi, poi agli USA di Donovan (agli americani manca un rigore netto) e infine nella semifinale contro i coreani di cui si è detto.

 

La Germania del 2002 è una delle ultime selezioni tedesche di marca novecentesca: tranne che in tre casi tutti i convocati giocano in Bundes, non vi sono turco-tedeschi e pare lontano il tempo della Die Mannschaft multi-etnica dei nostri giorni. Michael Ballack, il giovane prodigio dei tedeschi, è assente per squalifica. Rudi Voeller lo sostituisce con Jeremies, l’ossatura della squadra è immutata dalla prima giornata: i vice-campioni d’Europa Ramelow, SchneiderNeuville, i bavaresi Kahn, Linke, Jeremies, i giovani del Brema Frings e Bode, in mezzo al campo Hamann, che gioca nel Liverpool, e davanti Klose.

 

Ronnie festeggia il primo goal. Nel 2017 rivela il misero di questa bizzarra capigliatura, che lo accompagnò per tutta la competizione, ovvero una precisa scelta: distogliere l’attenzione dalla sua condizione fisica. (Photo by Sandra Behne/Bongarts/Getty Images)

La partita è un fenomeno del Fenomeno. Ronaldo la decide letteralmente da solo, allontanando tutti i fantasmi del 5 maggio, delle ginocchia fragili e delle amarezze collezionate negli ultimi anni. Nel primo tempo succede poco oltre una traversa di Kleberson.

 

Al 21^ della ripresa Ronaldo va forte in pressing su Hamann, riconquista il pallone e la scarica a Rivaldo che lascia partire un potente mancino. Kahn, gigante iracondo, non controlla in presa il pallone che finisce nell’orbita di Ronaldo, che indisturbato non può far altro che segnare. Il portiere è disperato, i tedeschi non si risollevano.

 

Lo stesso Collina tenta di rincuorare Kahn (Photo by Gunnar Berning/Bongarts/Getty Images)

 

Dodici minuti è accademia carioca: Kleberson da destra mette un pallone al centro, velo di Rivaldo, a rimorchio arriva Ronaldo che di piatto fa 2. Il resto è solo cronometro, quando Collina fischia è Brasile campione. I ragazzi di Felipão Scolari sono sul tetto del mondo, per la quinta volta nella sua storia, ed è il terzo continente in cui alzano la coppa più ambita.

 

Curiosità: Ballack è al 4^ titolo perso in stagione, la Bundes è andata a poche giornate dalla fine, con la sua ex squadra Kaiserslautern ha perso la Pokal, con il Real la finale di Champions.  (Photo by Sandra Behne/Bongarts/Getty Images)

 

Cafù, il capitano, è alla sua terza finale di un mondiale consecutiva. Scolari dirà “quando guardo le immagini del Brasile e vedo la gioia che c’è per le nostre strade penso: ecco quella è la motivazione più grande“. Il mondiale del 2002 è stato atipico, inquinato dalla corruzione, e per tanti versi obiettivamente brutto. Il Brasile, e Ronaldo, lo hanno però più che meritato. Una generazione brazuka che meritava un riconoscimento, a partire da Emerson che lo ha saltato per un banale incidente in allenamento, passando per Lucio, Roberto Carlos, Gilberto Silva, Roque Junior, ed arrivare a Rivaldo, che sta per chiudere la carriera, e Ronaldinho, che sta per aprirla. I ragazzi del 2002, i Pentacampeões.

Il capitano del Brasile, Cafu, sta per alzare al cielo la Coppa del Mondo. (Shaun Botterill/Getty Images)

 

 

[1] Si ringrazia Storie di Calcio.