Il calcio è un universo in continua espansione. Impossibile stabilirne con esattezza tutte le dinamiche, in una sequenza di variabili che ne regolano il continuo moto. A fine anni ’60 ad esempio il moto dell’universo calcistico italiano era bloccato, sugli stessi binari tattici del decennio precedente: un calcio improntato sul contropiede e sui lanci lunghi, poco fluido e dinamico, sterile dal punto di vista sperimentale. Qualcosa di diverso era venuto da Heriberto Herrera in quello stesso periodo, che a differenza dell’altro Herrera, Helenio che sposò invece una visione del gioco basata su un catenaccio pressante e demotivante, comunque estremamente vincente teorizzava un gioco incentrato sul movimento e sulla partecipazione totale della squadra alla manovra. Un visionario per i tempi che tuttavia, anticipandoli, da un lato non venne compreso, mentre dall’altro si ritrovò a fronteggiare uno spogliatoio di “prime donne” come quello della Juventus, che non vedeva di buon occhio la sua filosofia.

 

La Sampdoria 72-73, che con Heriberto Herrera in panchina espresse un gioco molto dinamico

 

In Europa nel frattempo, specie nel nord, forse anche grazie ad un ambiente più rilassato, si era affacciata una filosofia più aperta al cambiamento, soprattutto nel nuovo corso di Rinus Michels e del totaalvoetbal nel 1965: dall’Ajax al Barcellona passando per la nazionale orange fino al mondiale della consacrazione del 1974, che tuttavia vide gli Olandesi sconfitti malgrado un calcio spettacolare passato alla storia.

 

 

Negli stessi anni però, proprio in Italia qualcuno espresse un gioco così diverso da risultare quasi surreale, proveniente da un contesto insospettabile quale quello di Terni. Lo dicevamo già all’inizio, il calcio è condizionato da variabili. Mettiamo la Terni operaia, definita la Manchester d’Italia, un allenatore giovane ed esperto conoscitore del calcio d’oltremanica, ed un contesto sociale e culturale dove la fantasia, la libertà e la rivoluzione permeavano le menti di moltissimi giovani. Inquadriamo il tutto agli inizi degli anni 70, tra il governo Andreotti e la guerra in Vietnam, la mobilitazione studentesca, Mao, la musica rock e la controcultura hippy. I presupposti vi erano tutti, e la Ternana di Corrado Viciani ne raccolse in qualche modo i frutti.

Le industrie a Terni arrivarono già ad inizio 900, quelle di acciaio e di materiale bellico. Queste caratterizzeranno il tessuto sociale anche nei decenni successivi.

 

Ma chi era questo Viciani? Il libro di Gian Luca Diamanti “II gioco è bello quando è corto” delinea bene la sua figura, quella di un rivoluzionario del pallone che contribuì radicalmente allo svecchiamento del calcio italiano. Tenace e talvolta severo, è il maestro di uno stile di gioco mai visto nel nostro campionato, incentrato sull’inesistenza dei ruoli fissi: a suo parere infatti, tutti i giocatori devono partecipare alle varie fasi della partita, che siano essi schierati in difesa, centrocampo o attacco. Certamente tutto ciò presuppone una preparazione eccellente per via degli elevati ritmi di gioco, nonché una predisposizione psicologica al sacrificio ed al gioco di squadra nel senso più ampio del termine, nell’abbandono della gloria personale e degli egoismi, in un’ottica incentrata sul collettivo: proprio in quegli anni di turbinio sociale, in una Terni proletaria e provinciale.

 

La storia di Viciani con la Ternana iniziò nella stagione ’67-68, in cui le fere centrarono un’importante promozione in cadetteria: il decimo posto della stagione successiva, ’68-69, spinse poi il maestro a lasciare l’Umbria, in cui però tornerà sempre alla guida dei rosso-verdi nell’estate del 1971, dopo aver studiato il calcio europeo dall’interno, osservandone le tattiche e gli sviluppi.

Corrado Viciani intervistato nel fine partita

 

Ma naturalmente non bastava solo questo. Viciani fece di necessità virtù, con una rosa a disposizione non certo di primo livello. Chiariamo una cosa, i vari Geromel, Mastropasqua, Marinai, Jacolino, Cardillo, erano certamente degli ottimi giocatori, ma per esprimere un bel gioco, capace di trainare la squadra nelle zone alte della classifica, serviva altro. La rosa era formata per lo più da giovani e veterani, senza eccelse qualità tecniche o doti eccezionali, che in un certo senso rispecchiava sul terreno di gioco il contesto sociale circostante: spontaneo, umile ed operoso perché, ancor prima, operaio.

 

Date queste premesse, di certo Viciani non poteva architettare chissà quale sistema di gioco: era un Maestro non un mago, ed in quanto tale disegnò sui suoi uomini un abito adatto alle loro mancanze più che alle loro doti.

“Avevo degli asini come giocatori, non potevo permettermi lanci lunghi, invenzioni, fantasie. Bisognava correre, fare passaggetti facili facili, sovrapporsi”  Corrado Viciani intervistato da Repubblica.

Tutto chiaro? In un calcio fatto di recupero palla, cambi di gioco e dribbling liberi, la squadra di Viciani si comporta in maniera totalmente differente. I giocatori rispettano i dettami del maestro, si muovono in maniera sincronizzata, giocano corto (meglio se di prima) ed in maniera semplicissima, passando la palla al compagno più vicino: sembra oggi quasi banale, ma in un’ottica di oltre quarant’anni fa non era assolutamente scontato.

 

Quel campionato fu vinto così, da primi in classifica, portando da Foggia a Palermo, da Genova a Bari, passando per Perugia e Reggio Calabria, un calcio strabiliante, che alla fine faceva tornare a casa gli avversari con qualcosa di nuovo, di diverso: un po’ come ascoltare per la prima volta una nuova sinfonia, una nuova canzone. Dopo la vittoria contro la Lazio – con la quale si contendeva un insperato primato in classifica nel campionato di serie B –, il Messaggero nelle sue pagine sportive datate 21 febbraio 1972 scriveva così:

 

“Il gioco della Ternana dava l’idea di fluire con la semplice naturalezza di una forza della natura.La Ternana sembrava seguire i meccanismi di un orologio svizzero.E’ il gioco corto, tutti attaccanti e tutti difensori, basato sul moto perpetuo d’interminabili triangoli e rapidissimi passaggi di prima. Un modulo che ha questa particolarità: prima ti appisola, poi ti stupisce ed alla fine ti strappa l’applauso”

 

Perdonate l’immagine sfocata, ma era a suo modo necessaria per rendere il clima

 

 

TERNI, LA TERNANA, LA MASSIMA SERIE

 

In alcune storie il sogno è più importante della sua realizzazione. L’apoteosi che caratterizzò Terni è testimoniata nel libro prima citato di Gian Luca Diamanti, che catapulta il lettore direttamente nei caroselli e nei bar di borgata, tra vino e porchetta. Era la serie A, ma soprattutto il fatto di averla raggiunta per primi in Umbria, meglio del Perugia ed attraverso un cammino impronosticabile che aveva visto le fere in testa alla classifica dall’ottava giornata, senza mai rallentare il suo cammino, sino alla gloria del 18 Giugno 1972.

 

Ma era anche la rivalsa di un popolo che «dopo aver timidamente rialzato la testa, cercava di vedere se c’era un posto migliore per lui». Nessuno pensava a quello che sarebbe stato, almeno non quella sera. Nei mesi successivi però, specie nella calda estate del 1972, i giornali non risparmiarono attenzioni a quella che fu definita “la squadra operaia”, e specialmente al suo mister ed al suo sistema di gioco.

 

 

Per quanto venisse giudicato come l’eroe della promozione, Viciani rimase sempre in disparte. Il merito profondo era della squadra, il collettivo era il vero soggetto rivoluzionario, nell’estrema cooperazione e nella pura e semplice distruzione del concetto di solista. Tolti i complimenti, Viciani da vero toscano aveva la lingua molto sciolta, e si prestava alle interviste nelle quali lasciava trapelare la sua personalità fuori dal comune, attraverso dichiarazioni acute e mai banali.

 

Come in occasione della finale di coppa campioni del 1972 tra Ajax ed Inter, prima della quale Viciani augurava apertamente una sonora sconfitta al biscione, poiché solo così il calcio Italiano si sarebbe potuto liberare dal peso del catenaccio e del contropiede: certo esso aveva fatto la fortuna di Juventus, Inter e Milan, ma iniziava ormai a non essere più adatto nel confronto con i progressi tattici provenienti dall’Olanda e che si stavano diffondendo in Europa.

 

Ajax – Inter 2-0, finale coppa campioni 71-72

 

Il maestro ebbe in parte ragione: l’Inter perse, ma non in maniera schiacciante. Era la prova che quello stile di calcio, totale ed eclettico, non aveva ancora tutte le carte in regola per far dimenticare i vecchi modelli. Di questo la Ternana se ne accorse in quella stessa stagione di serie A, in primis fuori dal campo. Viciani a causa delle sue dichiarazioni si conquistò presto l’inimicizia e la diffidenza di molti allenatori che, attraverso i giornali, lo accusarono di plagiare i giocatori con un sistema di gioco che limitava la libertà, la fantasia, prediligendo esclusivamente gli automatismi tattici.

 

“Dicono che ho plagiato i giocatori, che ho fatto di loro tanti soldatini di piombo. A me sembrano tutti allegri e soddisfatti. Non danno l’idea di aver messo il cervello all’ammasso. Forse, anzi, si realizzano più così che stando in qualche altra squadra dove le redini sembrano più lente. A parer mio in una squadra bisogna ragionare con una testa sola, quella dell’allenatore. Sennò è il caos. Dicono anche che io instauro una dittatura. Non è vero, e devo precisare che le dittature non mi spiacciono, anche se preferisco Pericle ad Adolfo Hitler” (Corrado Viciani)

 

L’esordio nella massima serie avviene a fine settembre a Napoli dove, nonostante un’ottima prova, la Ternana torna a casa con una sconfitta per una rete a zero. Il gioco corto si era appena presentato al pubblico italiano che, pur rimanendo scettico, non esitava a sbirciare. Fu però il debutto in casa a sciogliere i dubbi anche dei più restii. Il nuovissimo impianto di Terni, il Liberati, era stracolmo in ogni ordine di posto:non perché la Ternana giocasse contro il Milan di Nereo Rocco, tre anni prima vincitrice della coppa campioni a discapito dell’Ajax, ma per la storica prima partita in A delle casacche rossoverdi.

 

Ternana – Milan nel nuovo impianto sportivo “Liberati”

 

Quella fu una partita a senso unico. Nessuno credeva ai propri occhi: il gioco dei padroni di casa è sin da subito caparbio, la palla corre verticalmente sul manto erboso; i giocatori si apprestano a roteare ed attraverso un’interscambiabilità di ruoli che disorienta completamente i rossoneri che, alla fine del primo tempo, sono completamente in confusione, ancora in partita esclusivamente per demerito offensivo dei ternani.

 

Il secondo tempo non sembra vedere una reazione dei diavoli, e anzi i rossoverdi arrivano più volte vicini alla rete che porterebbe la prima storica vittoria in serie A ai quasi ventimila sostenitori umbri, che tuttavia non arriva. A fine partita Nereo Rocco dirà: «Ci portiamo a casa un pareggio che è pure troppo per noi». Quel Milan non vincerà il campionato per un solo punto perso al Bentegodi, la fatal Verona.

“Il gioco corto è stato trionfatore della giornata. Non v’è stato giocatore milanista il quale una volta in possesso palla non sia stato visto accerchiato da almeno tre avversari. I difensori milanisti sono riusciti a tenere in piedi la baracca, ma non l’avrebbero salvata se la Ternana oltre al gioco avesse avuto anche il tiro”. (Il Messaggero)

 

Ed era questo il vero problema della squadra, di gol non ne arriveranno abbastanza. La prima vittoria arriverà in casa con il Bologna, una diretta rivale per la salvezza, il che lascerà ancora aperta la porta della massima serie. Ma oltre qualche notevole prova – a Genova con la Sampdoria dell’altro Herrera, o in casa contro una Juve che vinse soffrendo moltissimo per 2-3 – la squadra non riuscì a mantenere la serie.

 

Tuttavia anche una stagione come questa, culminata con una retrocessione, può lasciare qualcosa. Forse è il destino di quelle squadre e di quegli allenatori – Viciani o Sarri – che arrivano attraverso un gioco corale e catartico ad un passo dal coronamento di un sogno, ma che alla fine vedono sfuggire per qualche centimetro, per qualche punto, per qualche gol. Come la grande Olanda del 1974.

 

Una squadra che, seppur non mantenne la massima serie, riuscì ad entrare nel cuore di tanti tifosi.

 

Personalità atipiche come quella di Viciani, in un contesto speciale come quello di Terni, mostrano il volto di un calcio completamente diverso. Se da un lato risulta anacronistico rimpiangere quel mondo, quel carattere popolare, aggregativo e spontaneo che colorava il pallone di un tempo, d’altra parte dobbiamo riconoscere come negli anni il calcio si sia trasformato in qualcosa di estremamente differente da ciò che era in origine. Una parte di Viciani lo sapeva, e in qualche modo immaginava già quello che il gioco sarebbe diventato, la deriva economico-finanziaria, il business spietato, l’inconsistenza sentimentale.

 

Può sembrare un paradosso ma anche in questo calcio, in cui certamente non sarebbe stato a suo agio, il ricordo della sua Ternana e di quel gioco si è mantenuto vivo, acceso, in qualche modo utile per chi intende sperimentare modelli tattici nuovi. Piace pensare che se Viciani avesse avuto interpreti diversi forse staremmo parlando di qualcos’altro, qualcosa di più concreto, che avrebbe portato un ricordo indelebile ai più, non ai meno. Il calcio però è una questione di segni lasciati sulla carta più che sul campo, di numeri, di punti e di coppe, più che di passaggi corti e interscambiabilità di ruoli. Ciò che conta anche qui è l’apparire, con buona pace di tutti gli utopisti e i sognatori, che ancora una volta è ben più importante rispetto all’essere.

“E’ il mondo in cui conta l’apparire, non l’essere. Se sei bravo non conta nulla, devi apparire tale. E la cosa peggiore è quel vedere il proprio destino appeso ad un filo d’erba. Lavori giorni, anni: poi basta una zolla, un bitorzolo e la palla non entra in rete. Così tu non riesci ad apparire bravo, ergo non sei bravo. Due giorni dopo la partita nessuno si ricorda più di come una squadra ha giocato. Rimane solo il risultato, che fa testo”.