In un Paese allo sbando come l’Italia degli ultimi dieci anni, in cui numerose aziende (anche storiche e simboli del made in Italy), chiudono o vendono le proprie azioni all’estero, ce n’è una che, dopo un brevissimo periodo di purgatorio, è tornata più forte che mai: la Juventus. Direte: ma come? Una squadra di calcio? Ebbene sì. Una è la parola preponderante nella mentalità juventina: progettazione. Se andate sul sito dell’enciclopedia Treccani e digitate la parola “progettazione” quello che leggerete è la seguente definizione:

“Processo logico volto a realizzare un prodotto che soddisfi in modo ottimale requisiti espliciti vigenti nell’intero ciclo di vita del prodotto, mediante una sequenza di scelte, qualitative e quantitative, basate sulla tecnologia disponibile”

La Juventus ha iniziato a progettare fin dall’insediamento della famiglia Agnelli, nel lontano 1923, quando prese la guida della compagine bianconera l’Avvocato cavalier Edoardo, figlio di Giovanni Agnelli, fondatore della Fiat. Da quel momento nasce l’epopea juventina, ricca di vittorie nel campo nazionale ma non proprio eccelsa in quello internazionale. Dopo il pokerissimo tricolore 1931-34 targato Carlo Carcano, dopo le epoche Trapattoni e Lippi (con i quali sono arrivate le uniche due Coppe dei Campioni/Champions League), e dopo la clamorosa striscia vincente degli ultimi sei anni, la Juventus ha, per prima cosa, rimarcato il dominio nazionale, ma ora punta ogni anno al trofeo più ambito: la Coppa dalle grandi orecchie, sfuggita ben sette volte su nove, ma che mai come in questo momento storico sembra essere alla portata della causa bianconera. Il perché è presto spiegato. La Juventus, tanto per fare un esempio, pur perdendo la finale dell’altra sera ha incassato poco più di 127 milioni di Euro, un vero e proprio record. E i dati sono ancora più clamorosi se si vanno a considerare le partecipazioni bianconere negli ultimi cinque anni nella regina delle competizioni europee. Infatti, la società di Corso Galileo Ferraris, ha raggiunto quota 380 milioni di Euro fra premi UEFA, market pool, incassi dallo stadio e diritti tv, pur non avendo mai vinto la Coppa. (De)Merito delle altre italiane impegnate nella Champions che, non qualificandosi alla fase a gironi – Napoli contro l’Athletic Club nel 2014-15 e Roma contro il Porto quest’anno ai preliminari – hanno permesso alla Juventus la spartizione del denaro della UEFA con una sola squadra italiana (oltretutto mai arrivata ai quarti di finale). Tra i bianconeri e lo stesso Napoli infatti – che da quest’anno ha iniziato anch’esso un percorso di progettazione grazie ad acquisti giovani di primissima qualità, e ad un allenatore a suo modo rivoluzionario – resiste una sproporzione di ricavi enorme. Il fatturato della Vecchia Signora per questa stagione ammonta a 550 milioni di Euro, mentre quello dei partenopei ha raggiunto un picco storico, 300 milioni, che sono comunque poco più della metà rispetto a quello bianconero, con buona pace di Maurizio Sarri. E anche se un vecchio proverbio recita che i soldi non sono tutto, nel mondo ultramilionario del calcio moderno, diciamo che averne aiuta parecchio.

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Questi invece i ricavi delle quattro stagioni precedenti

Ma la questione economica è solo il frutto di quella pianta chiamata “competenza” (competenza che abbraccia molti rami: da quello finanziario a quello puramente tecnico), che la Juventus ha dimostrato negli ultimi dieci anni, ovvero dalla risalita dalla serie B. Sì, perché la stragrande maggioranza del merito di questi risultati è sicuramente della “nuova triade” Agnelli-Marotta-Paratici (con l’aiuto del vicepresidente Pavel Nedved), ma le fondamenta sono state messe già in cadetteria, con l’anonimo presidente Giovanni Cobolli Gigli e con la mente geniale dell’esperto finanziario Jean-Claude Blanc (laureato in International Business a Nizza con Master alla Harvard Business School di Boston), attuale direttore generale del colosso di marketing PSG. È proprio grazie all’allora dirigenza che c’è stata l’accelerata decisiva per la costruzione dello Juventus Stadium, il vero grande protagonista dell’impennata bianconera. Per fare un esempio, solo nella partita di andata contro il Barcellona, la Juventus ha incassato ben 4 milioni di Euro: un record assoluto per il calcio italiano. Questo la dice lunga sull’importanza di avere uno stadio di proprietà, ma mentre le altre società italiane ne discutono in continuazione rimarcandone l’importanza, il botteghino del futuro Allianz Stadium (nuova denominazione dell’impianto) diventa sempre più ricco. Come detto prima, la parola d’ordine in casa Juve è progettazione. Un concetto che si è materializzato anche – e soprattutto – in sede di calciomercato, dove viene formalmente “creata” la squadra. Si parte dalla guida tecnica che è tutto un programma: Antonio Conte, juventino nell’anima e il solo capace di imprimere in ogni calciatore la famosa “mentalità vincente”. Poi, altri acquisti: Pirlo a parametro zero, Barzagli (acquistato nella finestra del mercato invernale dell’anno precedente) a 300.000 Euro, Arturo Vidal, scovato da Fabio Paratici, acquistato per soli 10,5 milioni. E poi, andando avanti, Pogba, forse l’operazione più geniale della storia del calcio (al pari di Zidane), o anche Carlitos Tevez, acquistato con i soldi (12 milioni) versati dal Milan nelle casse juventine per l’acquisto di Alessandro Matri; e poi Khedira, Dybala, Higuain, Pjanic, Dani Alves. Per non parlare della fitta rete di giovani e giovanissimi che controllano i bianconeri: Filippo Romagna, Pol Lirola, Riccardo Orsolini (autore di un vero e proprio show nel mondiale under-20 che si sta disputando in Corea del Sud); oppure i nomi già affermati come Domenico Berardi, Mattia Caldara e Leonardo Spinazzola (due colonne portanti dell’Atalanta rivelazione), per finire con l’esempio per eccellenza, Daniele Rugani. Insomma, la Juventus si dimostra sempre più all’avanguardia nella gestione dell’azienda e dei suoi dipendenti (inteso come calciatori) e molto probabilmente, il merito è da ricercare in una famiglia, gli Agnelli, che prima che “gestori” sono tifosi. Certamente l’amaro in bocca per l’ennesima finale persa resta, però c’è la consapevolezza che ormai la Juventus è entrata a far parte stabilemente di quell’èlite di club che ogni anno si giocano la Champions League. La ruota gira per tutti e, prima o poi, il turno della Vecchia Signora arriverà.

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(di Giuseppe Gerardi)

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Fantacalcio bianconero

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Fino a due giorni fa, nessuno avrebbe osato dire – se non per puro “gioco” – che la Juventus avesse un reale bisogno di acquistare giocatori. O, ancora più marcatamente, di venderne qualcuno. Qui non si sta parlando dell’argomento “rincalzi”, né possiamo soffermarci sul discorso relativo ai ricambi; quello che ieri è apparso evidente è il fiorire (con un poetico ossimoro calcistico) di lacune – non da poco – nel duello tra titolari. Il centrocampo della Juventus può ancora fare la differenza in Italia; in Europa, contro giocatori come Kroos e Modric, vere e proprie leggende viventi, lo scarto da colmare è evidente. E’ pur vero che il cammino della Juventus, e in Italia (dove ha conquistato Scudetto e Coppa Italia) e in Europa (dove ha comunque raggiunto la finale di Champions League), è stato strepitoso. Che le mie parole siano prese col
beneficio della crescita, e non della critica sterile! Per fare questo, occorre una breve ma intensa analisi sui singoli reparti (nel calcio contano i singoli, ma mai detto fu più vero del si vince e si perde in 11). La difesa, nonostante tutto, è intoccabile. Se in una finale si prendono più goal che in tutto l’arco della competizione fino al suo atto conclusivo, è la singola partita a fare da eccezione; la regola rimane intatta, e parla a favore della Juventus. Buffon ha un ultimo anno per poterci provare – parole sue -, e se la carne è debole, lo spirito rimane pronto. Che poi, di carne debole, è forse ingeneroso parlare. I due interventi su Iniesta e Neymar, nell’andata di Torino vinta col Barcellona, rimangono miracoli. E da che calcio è calcio, a grandi ingiustizie, per grandissimi campioni, corrispondono spesso premi gloriosi. Voci di mercato parlano di Szczęsny; ma chi non vede nel portiere polacco, qualora arrivasse in bianconero, un altro posto caldo da occupare in panchina (Neto docet)?

CARDIFF, WALES - JUNE 03: Gianluigi Buffon of Juventus walks past the Champions League trophy after the UEFA Champions League Final between Juventus and Real Madrid at National Stadium of Wales on June 3, 2017 in Cardiff, Wales. (Photo by Matthias Hangst/Getty Images)

La delusione (e la maledizione) di Gigi Buffon

Insomma, sulla porta pochi dubbi: Gigi, fino alla fine. Davanti a lui, Allegri sta pensando a qualcosa. Nella finale col Real Madrid, le certezze di un recente passato ricolmo di successi ha pesato maggiormente sulla sperimentazione. Ma l’allenatore livornese quest’anno ha spesso usato la difesa a quattro. Barzagli si sta lentamente facendo da parte, più per ragioni fisiche che mentali. Se Bonucci e Chiellini rimangono due certezze, l’acquisto di Caldara dall’Atalanta ne rimanda l’esordio alla stagione 18/19, in virtù dell’accordo basato sul prestito. Serve davvero acquistare in quel reparto? Probabilmente si andrà avanti così per un altro anno, magari sperando nell’esplosione definitiva di Daniele Rugani (il fanciullo si dovrà fare uomo). Sugli esterni rimane stabile la situazione del terzino sinistro; Alex Sandro è – marcelisti in sala permetendo –, attualmente, il migliore al mondo in quel ruolo. A destra il discorso cambia. Dani Alves dovrà reggere un altro anno di grande intensità con una candelina in più sulla torta, e Lichtsteiner è vicino all’addio. A 27 anni è arrivato il momento, per Kyle Walker, di consacrarsi nel grande club. Corsa, grinta da vendere, qualità nel gioco palla a terra. Là dove l’esperienza sembra essere il punto debole, la Juventus ne troverebbe la chiave per renderlo completo. A centrocampo potremmo sbizzarrirci. Pjanic è in crescita, anche a livello di personalità (uno dei migliori in campo in finale col Real Madrid); ha bisogno, accanto a lui, o dietro di lui, di un mastino recupera palloni – il quale mastino, magari, sappia anche dare del tu al pallone. Khedira non è più un giovanotto, e il fisico non segue più la mentalità del trascinatore. Ngolo Kantè (ci stiamo solo divertendo!) cambierebbe il centrocampo della Juventus. E’ evidente che un ritorno di Verratti in Italia non avrebbe lido più confortevole di quello juventino; superata la fase “Ora vediamo se sei forte come Pirlo!”, il talentissimo abruzzese potrebbe qui davvero esplodere. Si parla invece, per l’attacco, di un Keita in dirittura di arrivo; acquisto che, nonostante il talento cristallino dell’ex canterano blaugrana, avrebbe sollevato più di un dubbio tra i tifosi juventini. Uno su tuti: E Mandzukic? Cosa farsene del croato? Tenerlo, senza dubbio. Le sue giocate, la sua disponibilità al sacrificio, sono merce rara da trovare in quel ruolo; ma – Sconcerti permettendo – la Juve può trovare di meglio. Il vero dilemma rimane l’attacco puro. Probabilmente Higuain e Dybala hanno solo sbagliato partita. Se nel caso del Pipita il nostro lasciapassare è messo in discussione dalle sue impietose statistiche nelle finali, per la Joya la Juventus può dormire sogni tranquilli; il ragazzo è “bravo”. Aspettando dunque il riscontro efettivo nella realtà del calciomercato, i dubbi che abbiamo sollevato non sono certamente da poco. D’altronde, lo stesso Agnelli – come prima Buffon a caldo – ha voluto precisare un fondamentale (link alle parole di Agnelli) della Vecchia Signora: tutto riparte da questa sconfitta. Chi meglio della Juventus in questo? “Il prossimo anno saremo ancora più cattivi”.

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(di Gianluca Palamidessi)

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La narrazione dell’iperuranio

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Una finale di Coppa dei Campioni non è mai solo una partita. Non si esaurisce nei 90 minuti, ma soprattutto non parte da quelli. Con buona pace degli analisti analitici, dei freddi materialisti e dei maniaci dei numeri, una finale di Champions è come una campagna elettorale: occupa più di un mese, durante il quale si prospettano mondi, si crea un immaginario e si delineano due schieramenti. A Cardiff, il 3 Giugno 2017, la narrazione ha fatto un enorme buco nell’acqua.

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Partiamo da casa nostra: ospite del giorno dopo a Sky Sport 24 Stefano Borghi, esponente della rottamazione nel commento sportivo in Italia, ha individuato la principale ragione del tracollo juventino nel livello del campionato italiano, definito “poco allenante”. Non so quanto sia questo il punto, ma non è fondamentale; ciò che è invece decisivo è il cambio di prospettiva, la diversa angolazione visuale in una narrazione sportiva, quella nostrana, dominata dal provincialismo. A tal proposito, come non citare oggi due tra i più noti commentatori sportivi in Italia, Mario Sconcerti e Massimo Mauro. Il primo così parlava del quattro volte (cinque a breve) pallone d’oro:

La Juve ha i migliori d’Europa, temo che Cristiano Ronaldo a Torino farebbe o il tornante o la riserva”

Il secondo invece, in un vivace dialogo con Zvonimir Boban sul paragone Nainggolan Modric, affermava con sicurezza e un pizzico di arroganza: «Mi tengo tutta la vita Nainggolan… non ricordo di coppette alzate da Modric – pochi mesi dopo la decima, come se oltretutto il belga le avesse vinte – … poi Modric è un po’ spesso infortunato». Il teatrino con Boban (grandissimo uomo ed esperto di calcio, non a caso adesso vicesegretario FIFA) appariva divertente per i telespettatori ma allo stesso deprimente per chi fosse dotato di una vista panoramica sul calcio internazionale; il tocco di classe infine sui continui infortuni di Modric (??), per uscire da un vicolo cieco di ignoranza e pressappochismo nel (s)parlare del centrocampista più forte del mondo. Ronaldo e Modric liquidati così, da chi probabilmente ha visto una decina di partite di Liga negli ultimi quattro/cinque anni. Cristiano Ronaldo e Luka Modric, i due extraterrestri di Cardiff che hanno disintegrato le certezze bianconere consolidate nella patria dei Mauro e degli Sconcerti. Che poi in effetti, senza voler essere troppo severi, in tanti hanno risentito del totalitarismo bianconero negli italici confini: dopo la vittoria con il Barcellona, si parlava addirittura di passaggio di consegne tra Messi e Dybala. La prima pagina del Corriere dello Sport titolava Adesso tocca a lui con tanto di foto di Paulo in smoking con un pallone d’oro in mano, e Messi e Ronaldo delusi/arrabbiati sullo sfondo. Intendiamoci, certamente dopo il trionfo bianconero si poteva parlare di passaggio di consegne, ma tra idee e stili di gioco – dal tiki taka palla sui piedi barcellonista al calcio pragmatico, intenso, fisico della Juventus – non certo tra Messi e Dybala: non scherziamo, per favore. E così si è commesso l’errore di sopravvalutare la Juve, anche a livello di mentalità (e in questo ci uniamo al coro), sottovalutando il Real Madrid, come d’altronde ha onestamente ammesso Gianluca Vialli.

“Credo di aver personalmente sottovalutato un po’ il Real Madrid, pensavo fosse più abbordabile e invece stasera nel secondo tempo è venuto fuori in maniera straordinaria, mentre la Juve è calata moltissimo”

Ci si è dimenticati nell’avvicinamento a questa partita che con gli altri giocava un quattro volte Pallone d’oro, e con lui anche il centrocampista più forte del mondo, accompagnato da Toni Kroos. Ci si è dimenticati di Carvajal, il cui solo accostamento/paragone con Dani Alves sembrava offensivo per il terzino brasiliano. Ci si è dimenticati di Sergio Ramos, un capitano abituato a giocare e vincere queste partite. E ci si è dimenticati anche di Zinedine Zidane: perché alla sconfitta della narrazione si è accompagnata la sconfitta della critica, che per due anni ha trattato l’allenatore francese con disarmante sufficienza e ridicola superficialità. La Juventus era stata incoronata campione ancor prima di essere arrivata a Cardiff, in un atteggiamento tipico di chi non è più abituato a veder vincere le “proprie” squadre. La cornice gallese era quella prescelta per l’esportazione di mentalità made in Turin: eppure il calo della seconda frazione di gioco è stato certamente fisico, ma soprattutto nervoso. Pensavamo tutti che a livello mentale i bianconeri fossero al livello del Real, anzi addirittura che si trovassero ad un passo di consapevolezza successivo. Abbiamo tutti clamorosamente sbagliato. Con la sicurezza e la forza della tranquillità, il Real Madrid ha dimostrato che in certe partite l’abitudine fa tutta la differenza del mondo.

CARDIFF, WALES - JUNE 03: Zinedine Zidane, Manager of Real Madrid poses with the Champions League Trophy after the UEFA Champions League Final between Juventus and Real Madrid at National Stadium of Wales on June 3, 2017 in Cardiff, Wales. (Photo by Matthias Hangst/Getty Images)

L’allenatore più sottovalutato degli ultimi anni, che ha scritto la storia della Champions

Ma chiudiamo il cerchio come lo avevamo aperto, con i maniaci dei numeri. Sì perché effettivamente ci aiuta anche ad uscire dal provincialismo italiano; tra tante parole, che volentieri tutti noi spendiamo in abbondanza, alla resa dei conti spesso fanno fede proprio quei numeri. Non però i numeri statistici della partita a posteriori, ma i numeri delle quote sull’evento a priori: i cosiddetti bookmakers raramente sbagliano, anzi costruiscono le loro fortune con quote il più possibile aderenti alla realtà della situazione; ebbene Sabato si profilava un testa a testa per i maggiori siti di scommesse sportive, ma la Juventus era addirittura data leggermente per favorita. Come è possibile? Passi che in Italia, un po’ per provincialismo un po’ per partigianeria, in tanti eravamo convinti della felice riuscita bianconera. Ma all’estero come si poteva pensare che los galacticos, campioni di Spagna, d’Europa e del Mondo, partissero da sfavoriti? La questione è di difficile risoluzione, evidentemente si intravedevano segnali differenti rispetto a due anni fa, e si pensava che la Vecchia Signora fosse definitivamente pronta a vincere a cospetto di un Madrid sazio e con minori motivazioni. Così, mentre la spaesatezza è diventata in tarda serata destino mondiale (o quasi), Massimo Mauro e Mario Sconcerti hanno potuto dormire sonni tranquilli, assolti e in buona compagnia. In attesa però che la globalizzazione giornalistico-sportiva, che ci piaccia o no, li releghi insieme a tanti altri al Bar dello Sport, con diretta gol Serie A ed un buon bicchiere di Lambrusco.

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(di Andrea Antonioli)