Marco Ballestracci è nato in Svizzera nel 1962, ma vive in Veneto praticamente da sempre. Nel corso della sua vita ha fatto (e scritto) di tutto. I suoi libri, intimi e originali, hanno avuto e hanno ancora oggi molto successo. Nel 2009 ha vinto il premio Selezione Bancarella Sport con A pedate. 11 eroi e 11 leggendarie partite di calcio (Mattioli, 1985 e 2008), ripetendosi nel 2012 con La storia balorda (Instar Libri, 2011). Nel 2016 è arrivato anche il Premio Coni per I guardiani (66th and 2nd, 2016). E poi c’è il ciclismo. Ha pubblicato L’ombra del cannibale (Instar Libri, 2009 e 2013), Imerio. Romanzo di dannate fatiche (Instar Libri, 2012) e Il dio della bicicletta (Instar Libri, 2014). Il 22 marzo scorso è uscito il suo ultimo lavoro, 1961. L’anno in cui vinse il fantasma di Coppi (Ediciclo Editore, 2018).

 

Marco Balestrucci. Così è (se vi pare)

 

Buongiorno, Marco. Partirei dai tuoi inizi, anagrafici prima e professionali poi.

Eh, mica poco. Allora, io nasco in Svizzera nel 1962. Figlio di emigranti, già questo ti dà inevitabilmente un percorso: in qualche modo ti segna, ecco. E pensa che il babbo veniva dalla Toscana, quanti intrecci. Insomma, torniamo in Veneto nel 1967, avevo cinque anni, e ci rimaniamo. Incredibilmente mi sono laureato in Economia e Commercio e da quel momento in poi ho fatto veramente di tutto: barista, musicista, giornalista (musica, però). E anche spettacoli: io racconto storie a pedali e poi c’è chi mi accompagna strumentalmente.

Quando ti sei appassionato al ciclismo? Qual è la prima istantanea che ti viene in mente?

Adriano De Zan. Sono cresciuto con la sua voce e le sue telecronache, per me è il quinto evangelista. Giro e Tour erano le mie corse preferite, quella francese su tutte. E infatti, uno dei momenti al quale sono più legato è la morte di Tom Simpson, il mio primo vero racconto. Sempre stato merckxista finché mio padre non mi ha trasmesso l’amore per Franco Bitossi. Quando perse il mondiale di Gap nel 1972, tifavo per lui da pochissimo tempo.

Nella tua vita, Marco, ci sono anche altri sport? Oppure solo ciclismo?

Guarda, dal mio punto di vista ci sono soltanto tre sport che hanno quell’epicità che li contraddistingue da tutti gli altri: ciclismo, calcio e pugilato. Ho giocato a pallavolo e rugby ma questa componente non ce l’hanno, o perlomeno non è assolutamente sviluppata come lo è nei tre citati poco fa.

Quando ti sei reso conto di aver qualcosa da dire su questo sport?

Un momento preciso probabilmente non c’è. Comunque lo senti, ti accorgi che hai qualche concetto in testa che vuoi tirar fuori. Ed è importante non forzare questo processo, deve venire da sé.

Hai mai preso in considerazione l’idea di dedicarti completamente al ciclismo, magari come giornalista?

Come dicevo prima, in una delle cinque o sei vite che ho vissuto ho fatto il giornalista musicale per alcune testate svizzere. Diciamo che non sarebbe un ambiente totalmente nuovo, per me. E diciamo anche che qualcuno me lo aveva proposto ma poi è tornato sui suoi passi. Comunque, se arrivasse un’offerta, non mi tirerei certo indietro.

Nei tuoi libri unisci storie di ciclismo e storie di vita: quanto è importante, per te, un archivio come la memoria delle persone?

E’ fondamentale. Spesso, le persone non si rendono conto di quante storie può raccontare un anziano. Io invece ci parlo, gliele chiedo e sto ad ascoltarli. Per me rappresentano un bacino fondamentale, sia a livello di ispirazione sia per quanto riguarda informazioni, aneddoti, vicende personali da intrecciare a quelle sportive. Sostanzialmente, io prendo vecchie storie che qualcuno ha già raccontato e le ri-racconto di nuovo.

Dove trovi l’ispirazione per i tuoi lavori?

Può venire in tanti modi diversi: pensando, leggendo, osservando, ascoltando. E’ una domanda alla quale non è mai facile rispondere. Riconosco invece perfettamente il libro che, ciclisticamente parlando, mi ha segnato: “Il giallo e il rosa” di Riccardo Nencini. Racconta la storia del “Leone del Mugello”. Non saprei spiegare perché ma quel libro mi è entrato dentro per poi tirare fuori alcune cose che non credevo nemmeno di possedere. Per me, è un capolavoro.

Cosa ti spinge ad unire sfera umana e sportiva?

Sarà banale, ma quando si dice che lo sport è la miglior metafora della vita si è già detto tutto. Credo che ogni ciclista, ad esempio, possa essere visto come un modello che racchiude in sé una storia del passato, magari quella di un romanzo o di un racconto. Si può parlare di altro servendosi dello sport, direi.

Con Davide De Zan: il padre, Adriano, è stata una figura fondamentale dell’infanzia di Marco.

Quanto sei attaccato alle tue terre, Marco?

Tanto, ma come ho raccontato in apertura, la mia storia mi ha influenzato non poco. Ogni volta che vengo a fare spettacoli in Toscana, ad esempio, penso tantissimo a mio padre. E sono un veneto anomalo: attaccato alla mia terra ma non leghista, per intendersi. Non che lo siano tutti, ci mancherebbe, ma una buona parte senz’altro lo è. Anche i miei personaggi risentono dei loro luoghi, va da sé: essere nati e cresciuti in una terra piuttosto che in un’altra porta con sé un carico di differenze e peculiarità notevole. E poi ce ne sono alcune come il Mont Ventoux o la Casse Déserte dell’Izoard che hanno un’ascendenza incredibile su di me: non ci sono mai stato ma vorrei morirci. E’ un sortilegio strano, no?

Che differenze ci sono tra un libro e un articolo di giornale? Faccio un passo ulteriore, Marco: pensi che i tuoi lavori avrebbero lo stesso impatto se racchiusi in uno spazio minore?

Sicuramente no. Il libro ti dà la possibilità di esprimere e approfondire un concetto o una storia, che l’articolo di giornale non ti dà. E’ una questione di impostazione iniziale, sono proprio diversi a monte, come poesia e canzone. Per entrambi, ci vogliono ispirazione e capacità: il colpo d’ala, non so se mi spiego. Scrivere un libro, però, non è semplice: il tanto spazio a disposizione va saputo riempire bene, e questo molto spesso il giornalista non ce l’ha. Bisogna avere fondo: c’è chi ce l’ha, chi non ce l’ha e chi magari lo acquista col tempo. Pastonesi, in questo, è un maestro. Anch’io, all’inizio, credevo di non averne. Fu il mio primo libro in assoluto, sul blues, a farmi capire che potevo tenere la distanza: era il 2005.

Come sta, per la tua esperienza, l’editoria sportiva italiana?

Per quanto possa contare il mio parere, non molto bene. Mi spiego. In tanti altri paesi, chi scrive lo può fare in maniera assai più tranquilla perché economicamente “becca” abbastanza, è ben pagato insomma. Non è poco, anzi, vuol dire tanto. E poi, in Italia manca una sorta di filtro. Ad esempio, ci sono alcuni libri che sono fantastici e altri invece semplicemente illeggibili, da mani nei capelli. Lavori del genere non dovrebbero essere pubblicati perché squalificano il settore intero, ma in Italia sembriamo non capirlo. Prima di iniziare a scrivere un nuovo libro, io mi faccio le solite domande di prassi: sono pronto? Ho la preparazione adatta? Vale la pena? Non voglio realizzare qualcosa di cui non si sentiva minimamente la mancanza. Se io, oggi, dovessi mettermi a scrivere di nuovo, di cosa potrei parlare? Al momento non ho concetti nuovi o diversi da esprimere, rischierei di fare una copia, magari bella ma pur sempre una copia. Ci vorrebbe una preparazione maggiore e sguardo critico.

Quanto influisce il momento storico che un paese sta attraversando sui risultati dei suoi atleti, squadre, rappresentanti?

Io credo fortemente che sport e società siano estremamente scollati. Non al 100%, ovviamente, ma in gran parte sì. Si vuole dare allo sport questo aspetto fenomenico che secondo me non gli appartiene nella maniera più assoluta. Cioè, quando Bartali ribalta il Tour de France 1948 non salva l’Italia dalla guerra civile e dal caos nato dall’attentato a Togliatti. Nibali che vince la Sanremo non è l’Italia che improvvisamente sta bene o che sa reagire nonostante stia attraversando una fase critica: è Nibali che vince la Sanremo, punto e basta. Parlare di questi eventi sportivi in altri termini evidentemente fa comodo ai media e ai giornali.

Mi vengono in mente due personaggi dei tuoi libri, Marco: Imerio Massignan e Arnaldo Pambianco. Perché proprio loro? Cosa significano, per te? Chi sono i protagonisti dei libri di Ballestracci?

Prima di tutto precisiamo che sono due storie estremamente diverse. Parto da questo presupposto: io ho fatto sport a livello agonistico fino a ventidue anni, quindi conosco bene il sacrificio che esso richiede perché nel mio piccolo mi allenavo come un cane e portavo spesso il mio corpo al limite se non oltre. Ecco, proprio per questo capisco, ad esempio, il dramma di Massignan che al Giro d’Italia del 1960, nella tappa della prima volta in assoluto del Gavia, sbaraglia la concorrenza ma non vince perché fora troppe volte e non ha mai nessuno dietro pronto ad aiutarlo. E’ allucinante, questa storia: non potevo restarne indifferente. Oppure il mondiale perso da Bitossi a Gap. Nei miei spettacoli lo dico spesso: per quanto io possa star male nel corso della mia vita, non arriverò mai a provare il dolore che deve aver provato lui quel giorno. Potrei dirti, quindi, che nei miei libri e racconti ho scelto questi personaggi perché protagonisti di storie incredibili: in momenti del genere, lo sport comprime le emozioni, le fa affiorare nell’arco di qualche secondo appena. E rimangono indelebili. Pambianco, invece, è diverso: lui ce la fa. Succede poche volte, però può succedere. Un ottimo corridore, settimo a Giro e Tour un anno prima, che vive tre settimane perfette e vince la corsa rosa nel 1961 lasciandosi alle spalle corridori come Anquetil, Gaul, Carlesi, Van Looy.

L’ultimo lavoro di Marco Ballestracci: 1961. L’anno in cui vinse il fantasma di Coppi (Ediciclo Editore, 2018).

 

Quanto segui il ciclismo attuale? Con che occhio? Cosa ti piace e cosa, invece, no? C’è qualcuno sul quale che, potenzialmente, potrebbe diventare un personaggio dei tuoi libri?

Sono sincero, non mi intriga per niente. Attenzione, io sono un grande amante del ciclismo, ma non di questo ciclismo. La cosa che mi stupisce è il pubblico, vedere quante persone ancora ci credono e che lo reputano (e fanno si che assurga a) fenomeno popolare. Per dirti, io non ho assolutamente niente contro Nibali ma lui e la sua vittoria alla Sanremo non mi fanno né caldo né freddo. Ho sentito parlare di mito e leggenda: le leggende sono altre, con tutto il rispetto. Per me il ciclismo è morto con Pantani, ero suo grandissimo tifoso. Seguo ancora le corse, probabilmente perché l’ho fatto per tanti anni, ma non lo reputo più uno sport credibile. Mi viene in mente Froome, che in poche stagioni è passato dalla squalifica per traino al Giro alle vittorie al Tour: da una parte capisco che non si possa parlare a vanvera e sparare a zero senza prove, ma dall’altra mi sembra che spesso ci si nasconda dietro a un dito. Come quelli che dicono: i corridori si dopavano anche prima. Certo, ma le anfetamine non le puoi mica prendere tutti i giorni. Cioè, non puoi dirmi che Merckx squalificato per doping al Giro del 1969 (quanti dubbi, tra l’altro) è la stessa cosa di Armstrong. Non sta né in cielo né in terra. Oppure quando leggi le testimonianze di Conconi, che a quasi sessant’anni si sottopone ad un ciclo di autosomministrazione di Epo e scala lo Stelvio impiegando soltanto due minuti in più di Moser che ha sedici anni in meno: ti rendi conto che non è la stessa cosa. Dal mio punto di vista non c’è più fascino o credibilità. Simpson, per me, non è un colpevole ma un martire. L’unico che oggi mi trasmette qualcosa è Aru: è un bel corridore e ha i tratti dei miei personaggi tipici, dei corridori che piacciono a me. Va forte, si danna con tutte le sue forze, vince la Vuelta e quando va al Tour, la corsa che conta più di tutte, sembra sempre lì lì per fare il colpaccio e invece naufraga e prende batoste incredibili.

Come definiresti la tua letteratura ciclistica?

Difficile da dire, soprattutto per me che scrivo. Al massimo, un’etichetta dovrebbe affibbiarmela chi legge. Potrei dirti romanzo storico ma non sarebbe preciso perché nei miei libri parlo di eventi troppo vicini ai giorni nostri, per poter essere definiti storici come la regola letteraria vuole. Diciamo romanzo storico ma, finché è possibile, eviterei qualsiasi etichetta.

Cosa c’è nel tuo futuro, Marco?

Ci sono due strade che mi piacerebbe percorrere: provarmi al di fuori dello sport e la ricerca del capolavoro assoluto, mi viene in mente una biografia romanzata alla “Red or dead” di David Peace, dove vengono raccontate le vicissitudini di Bill Shankly e del suo indimenticabile Liverpool. Un po’ come, in Italia e nel ciclismo, ha fatto Gregori con “Il corno di Orlando”: ecco, questa per me è letteratura senza particolari accezioni, un punto di arrivo. Però c’è il problema della distanza: i miei libri si aggirano sempre sulle duecento pagine, questi invece arrivano a quattrocento o cinquecento. Come dicevo prima, è un discorso di tenuta fisica, nel vero senso della parola.

Perché si scrivono libri di ciclismo? Qual è il motivo vero, profondo?

Allora, ovviamente c’è una componente economica che non può essere dimenticata o scissa dal resto. E poi, scrivere è anche un medicamento psicologico. Imerio, ad esempio, è il racconto della morte di mio padre in anticipo. Me ne sono reso conto soltanto dopo. Scrivere, almeno per me, fa vivere meglio: risana le cicatrici, esorcizza il golem che c’è dietro. Dà una disciplina interiore.

L’ultima domanda, Marco. Esistono eroi nel ciclismo o si tratta soltanto di una questione mediatica e quindi profondamente retorica?

Per me esistono eccome, i protagonisti dei miei libri sono degli eroi. Inconsapevoli, però. Massignan, in più di un’occasione, mi ha confessato quanto secondo lui fosse più dura la vita normale, in fabbrica, rispetto a quella del corridore. Considerando anche l’importanza e il prestigio sociale di cui il ciclismo godeva qualche decennio fa. Oggi, invece, di eroi non ne vedo nella maniera più assoluta. I corridori odierni, spesso e volentieri, mi sembrano degli alieni, completamente estranei e distanti da tutto ciò che li circonda. Il ciclismo, prima, era dettato soltanto dalla passione. Anche oggi ce ne vuole, nessuno lo nega, ma ormai è diventato a tutti gli effetti un lavoro.