La parola fragile è di derivazione latina, fragilis, della stessa radice che ha il verbo frang-ere e frag-mentum. Nell’immaginario comune questo termine è ambivalente: da una parte rimanda alla facilità nel rompersi, dall’altra invece rappresenta un qualcosa di raro, a tal punto che quella poca resistenza che possiede va preservata con estrema cura.

Questo è Philippe Coutinho, un giocatore fragile in entrambe le sue definizioni: esile ma prezioso, a tal punto che nel campionato in cui regna sovrana la forza fisica riesce a prendersi i riflettori grazie alle sue brillanti doti tecniche, senza dare strappi in velocità, talvolta dribblando con classe ma, costantemente, muovendo la palla.

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Coutinho’s bad karma  Quando José Carlos Coutinho mise al mondo il suo terzo figlio non poté immaginarsi quale travagli avrebbe dovuto percorrere per raggiungere la redenzione calcistica. Il primo (di una lunga serie) inizia in una parte del mondo distante dal Brasile, l’Italia, e precisamente nella capitale finanziaria della penisola, Milano. Il rapporto tra Coutinho e l’Inter è monotono: infortunio – cambio allenatore – ripeti. Invertì la rotta nella penisola iberica, forse facilitato dalla lingua (parlata e giocata): libero dalle asfissianti marcature e da un sistema di gioco poco chiaro, il brasiliano fece vedere in sei mesi all’Espanyol tutto quello che non era riuscito nei 18 precedenti. Il traumatico ritorno ad Appiano Gentile non fu l’ultima sventura, ma la cessione in Inghilterra rappresentò un passaggio di consegne: dall’adolescente riccioluto all’uomo con un taglio decisamente british. Liverpool si innamorò di lui e ci mise poco a trovargli un soprannome (uno dei tanti):The Kid, riferimento non casuale al fisico fragile e alla rarità del talento.

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Un Coutinho quasi ragazzino e ancora riccioluto ai tempi del Vasco

Sotto la sapiente guida di Brendan Rodgers Coutinho divenne un diamante: brillava lui, faceva lo stesso la squadra. Dettava i tempi, disegnava traiettorie, prendeva in mano un centrocampo in cui era presente sua maestà Steven Gerrard; ma (ed è un ma enorme) la dea bendata gli voltò nuovamente le spalle. Nel momento migliore della sua carriera (gol decisivo nel 3-2 al Manchester City primo in classifica, con tanto di sorpasso) il brasiliano vide scivolargli dalle mani (e Gerrard sotto i piedi) il titolo della Premier League a causa di quel dannato pomeriggio di Anfield, contro il Chelsea.

Via Rodgers, dentro Klopp. Il tecnico tedesco ha spostato il raggio di azione del sudamericano e donato l’ambiente di una carica emotiva elettrica, riassumibile nel gol vittoria segnato da Lovren contro il Borussia Dortmund all’ultimo secondo: in quell’istante sembrava che il karma negativo avesse abbandonato Coutinho. Sembrava: la finale di Europa League è l’ultima tappa (per ora) del travagliato viaggio fatto da Cou, nel frattempo diventato Little Magician. I Reds giocarono un primo tempo sensazionale lasciando al Siviglia di Emery solo le briciole, tuttavia si dimenticarono di tornare in campo dopo l’intervallo e furono surclassati dagli spagnoli. The Kid spera di avere saldato il suo conto con il destino ed è pronto a vincere ad Anfield; o almeno il rinnovo appena firmato dice questo.

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La delusione di Coutinho nella finale di Basilea

Il fragile rapporto con la Seleção  Dopo aver vinto il mondiale under 20 nel 2011 Coutinho è sparito dai radar della nazionale verdeoro per lungo tempo. Ci è tornato in pianta stabile solamente nel 2016, quando l’ormai ex CT Dunga capì che il buon Kakà non fosse più nel suo ‘prime’ . In questo senso convocare un giocatore come il 10 dei Reds non poteva che portare beneficio ad una selezione in crisi mistica, in seguito alla cocente eliminazione nel mondiale casalingo. Il sottile filo che lega Coutinho e la Seleção è curioso: troppo spesso costretto a vedere dal divano di casa le avventure della sua nazionale, l’ex Vasco da Gama non è mai stato preso veramente in considerazione, non ha mai potuto dimostrare quella leadership che invece espone fiero ad Anfield. Un rapporto troppo fragile che Tite sta cercando di saldare a tutti i costi, avendo capito che uno come Phil non capita tutti i giorni e che potrebbe fare al suo caso per alzare al cielo una coppa che manca da ormai 15 anni.

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È giunto il tempo di prendersi anche la Selecao

La lavagna tattica  Non è casuale che Brendan Rodgers prima e Klopp poi, abbiano fatto della stella brasiliana il punto fermo del loro Liverpool, anche spostandolo in diverse zone del campo: sotto la guida del tecnico nord-irlandese (quando i Reds hanno sfiorato la vittoria del titolo) Coutinho ha spesso giocato da mezz’ala sinistra in un centrocampo a tre cucito su misura per lui con un attacco devastante (Sturridge-Suarez-Sterling) costantemente ispirato dalla sua fantasia. L’idea di calcio del discepolo di Mourinho è assai diversa da quella del tedesco: meno dispendio fisico e più possesso palla destinato a liberare o l’estro dei tre giocatori offensivi, o spazi per il tiro dalla distanza proprio del 10 dei Reds e di capitan Henderson. L’allenatore ex-Dortmund, invece, non è un grande amante del possesso palla e predilige l’utilizzo del pressing a tutto campo (compreso il gegen-pressing sul rinvio del portiere). Il trio di centrocampisti deve quindi coprire rapidamente ampie zone di campo e partecipare ad entrambe le fasi. Caratteristiche non proprie di un giocatore come Coutinho che, infatti, ha abbandonato il ruolo di mezz’ala ed è andato ad occupare quello di esterno offensivo nella corsia di sinistra con risultati comunque esaltanti (nonostante la flessione dell’ultimo periodo): è leggermente cambiato il suo stile di gioco, adesso predilige maggiormente il dribbling e trova con più facilità le sue conclusioni preferite, destro a giro sul secondo palo. Quest’ultime hanno regalato diverse gioie ai suoi coach. Ormai il brasiliano è diventato un fantasista con il vizio del gol, e quando prende palla nella sua zolla viene costantemente raddoppiato: ciò nonostante continua a deliziare tifosi e appassionati con traiettorie telecomandate all’incrocio dei pali, come quella di ieri (01 Aprile 2017) nel sentitissimo Derby della Merseyside.

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In meri termini statistici – che non rappresenteranno la verità assoluta ma ci danno una grande mano per capirla – lo spostamento in fascia ha cambiato, anche se non poi così tanto, Philippe Coutinho (questo perché il brasiliano è un giocatore che ha delle sue certezze, e non è disposto a farne a meno). I dati a cui andrete incontro più avanti fanno riferimento alla Premier League 2013-14 e a quella attuale, e sono tutte presi da whoscored.com. Per quanto riguarda l’aspetto difensivo ha dimezzato il numero di tackle riusciti per partita (da 2.2 a 1.1) ed è anche naturale che sia così: giocare in mezzo al campo porta, per forza di cose, ad avere più opportunità di sradicare il pallone dalle gambe degli avversari; per la stessa causa le volte in cui il nazionale verde-oro viene dribblato a partita sono calate da 1.7 a 1.3. Anche in fase di costruzione il fantasista ha modificato il suo modo di giocare: ha realizzato cinque assist contro i sette della stagione 2014-15, ma con 13 sfide in meno; ha aumentato il numero di passaggi chiave (1.7 – 2.1) e quasi raddoppiato quello dei cross (0.8 – 1.2). In fase offensiva, infine, sono aumentati i tiri per partita (da 2.8 a 3.3, 1.9 dei quali da fuori area).

 

Cosa manca a Coutinho per diventare un All-Star  Gradino dopo gradino Coutinho sta percorrendo la scalinata che porta all’Olimpo, ciò nonostante serve un ulteriore salto di qualità per finire in quella ristretta cerchia. Banalmente verrebbe da dire una vittoria finale in campionato, o un trionfo in Champions League, ma ci sono aspetti del suo modo di giocare che vanno oltre i successi, che deve per forza di cose modificare se vuole raggiungere l’ultimo step. Innanzitutto deve capire cosa vorrà fare da grande. Troppo esile per giocare a centrocampo, non così resistente per stare sulla fascia, l’urgenza di cercare una collocazione permanente si impone per chi rischia di finire nel limbo della duttilità, arma di successo per chi fa della quantità il suo cavallo di battaglia ma non per uno qualitativo come l’ex Inter. Ultimamente è il brasiliano stesso a cercare la posizione perfetta e sembra la stia trovando: resta sempre sulla sinistra ma ha spostato il suo baricentro verso la parte centrale del campo di almeno cinque metri, quasi come fosse una seconda punta (così matura il gol di ieri nel derby, se notate). In secondo luogo deve trovare costanza all’interno della stessa partita: è capace di uccidere il match con due bombe in rapida successione ma capita, alle volte, che si perda nel suo fantastico universo fatto di finte di corpo e sterzate, belle ma fini a loro stesse.

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Il ragazzo baciato dal talento non può più nascondersi

In conclusione, alla domanda “Coutinho può diventare un fuoriclasse?” la risposta è vaga: in quello che sa fare è al di sopra di ogni classifica, in quello che potrà fare un’incognita. Se il karma dovesse ridargli quanto tolto e lui elevasse ulteriormente il suo gioco saremmo di fronte ad un unicum, e quella ristretta élite precedentemente citata potrebbe accogliere un talento meraviglioso. Tenendo però sempre a mente l’assunto di partenza: maneggiare con cautela, è fragile.