Mentre le lancette dell’orologio indicano l’approssimarsi dello scadere del tempo di recupero, il pubblico rimasto sulle gradinate del Tardini, in un gelido pomeriggio di gennaio, mastica amaro le conseguenze di una partita maledetta. Il Parma è rimasto in nove ed è sotto per 1-0 contro la Juventus, dopo le espulsioni di Torrisi e Dino Baggio. Per raddrizzare il match non serve un’impresa sportiva, serve un miracolo. Chiunque sia restato, invece di imboccare l’uscita, lo ha fatto solo per un motivo. Perché basterebbe un solo pallone buttato in area disperatamente, per cercare un Re Mida argentino pronto a trasformarlo in oro.

 

A un certo punto la palla arriva all’altezza del centrocampo dove Walem apre subito in profondità per Crespo che, dal vertice sinistro dell’area, entra senza paura puntando Ciro Ferrara per sfidarlo a duello. Valdanito temporeggia, finge di accentrarsi per tirare di destro, ma con la grazia di un ballerino di tango esegue una sterzata che stordisce il difensore bianconero per poi fulminare Van Der Sar, con un sinistro chirurgico che va a infilarsi in rete. Il Tardini è una bolgia, tutta la panchina del Parma si riversa in campo, con mister Malesani in testa al gruppo. Solo l’eleganza del fuoriclasse argentino poteva trasformare una domenica da dimenticare in un regalo prezioso da custodire, per sempre, nel cuore di ogni tifoso gialloblu.

 

“Credo che il gol che il tifoso parmigiano ed io teniamo dentro, che non è valso un titolo, non è valso niente, è valso soltanto un punto, è quello contro la Juve in nove. […] Credo sia stata la prima e ultima volta che ho pianto per un gol”.

 

Un’emozione indescrivibile

Durante l’adolescenza, il futuro signore di Parma si faceva le ossa con tanta panchina nelle file del River Plate, alla faccia del predestinato. Poi il ragazzo che assomigliava a Jorge Valdano e originario di Florida, cittadina a nord di Buenos Aires, esplodeva nei Millonarios allenati da Ramón Diaz, vecchia conoscenza del calcio italiano. La doppietta realizzata nella finale di ritorno della Copa Libertadores 1996, contro i colombiani dell’América de Cali, valeva la conquista del trofeo e l’ingresso di Crespo nell’Olimpo delle leggende dell’Estadio Monumental.

 

Qualche mese prima, a gennaio, avveniva il primo contatto di Hernán con Giorgio Pedraneschi e Riccardo Sogliano, i dirigenti del Parma in missione in Sudamerica, durante un impegno del giocatore con la selezione olimpica albiceleste. La società emiliana faceva appena in tempo a mettere gli occhi su Crespo prima della sua definitiva consacrazione, che avrebbe reso il trasferimento indigesto a molti, persino al presidente dell’Argentina Carlos Menem, tifosissimo del River Plate.

 

L’esultanza dopo il gol in finale di Libertadores

 

Hernán sbarca in Italia la vigilia di Ferragosto e trova una Parma deserta. Nulla di strano se non fosse che per un ragazzo dell’emisfero australe quella è una normale giornata di lavoro. Ignaro del tutto, Valdanito passa un paio di giorni chiedendosi se debba davvero vivere in un posto così. Anche l’impatto con il calcio italiano non è dei più teneri perché un infortunio posticiperà il suo debutto verso fine ottobre. Il suo nuovo allenatore è un reggiano di nome Carlo Ancelotti, che ha l’arduo compito di sostituire Nevio Scala, l’artefice della prima storica promozione in Serie A dei ducali e della loro scalata nelle gerarchie del calcio italiano e continentale.

 

A San Siro, una settimana dopo il suo esordio, Crespo segna il primo gol in campionato, ma per la seconda rete bisognerà aspettare marzo. Sono mesi difficili, ma Hernán è consapevole che non basta essere un idolo del Monumental per imporsi automaticamente in un altro calcio, serve ripartire da zero per conquistare la tifoseria gialloblu. Ancelotti ha la pazienza di aspettarlo e tra i compagni di squadra c’è il connazionale Sensini, tra i leader dello spogliatoio insieme a Benarrivo e Apolloni, che prendono Valdanito sotto la loro ala protettrice.

 

Crespo in braccio a Cannavaro

 

Quando Hernán si sblocca, i suoi 11 gol in 13 partite tengono il Parma aggrappato ai piani alti della classifica. Quel gruppo formato da futuri campioni del mondo come Buffon, Cannavaro e Thuram, oltre a Dino Baggio ed Enrico Chiesa, è l’avversario principale della Juventus. Una sanguinosa sconfitta interna con l’Udinese e un pareggio nello scontro diretto aumenteranno i rimpianti per il sogno Scudetto infranto, visto che a fine torneo i punti di distacco dai bianconeri saranno soltanto due.

 

La stagione 1997-98 vede il Parma fare il suo ingresso in Champions League, la prima allargata anche alle seconde dei principali campionati. Per Crespo ci sono i primi gol sul palcoscenico europeo, tra cui una firma contro i campioni in carica del Borussia Dortmund, sconfitti al Tardini, ma ciò non basta per evitare l’eliminazione dalla coppa, e con il sesto posto finale in campionato la società decide di non confermare Ancelotti.

 

Dopo un mondiale con pochi minuti giocati, passato all’ombra di Batistuta e Claudio López, l’estate 1998 porta in dote a Hernán Crespo un altro uomo del destino, Alberto Malesani, nuovo tecnico dei gialloblu. Tra i due scatta subito una grande sintonia e l’attaccante argentino sarà la stella polare del progetto dell’istrionico allenatore veronese. Inoltre la rosa dei ducali si arricchisce con gli acquisti a centrocampo di Verón, Fuser, Boghossian e in attacco con Balbo e Asprilla, questi ultimi pronti a entrare in campo in qualità di riserve di lusso.

 

Il Parma più forte della storia

 

Con una squadra così, sognare è il minimo per i tifosi parmigiani. Il terreno di sfida più difficile è quello nostrano, nel pieno di un’epoca in cui si parla delle cosiddette “sette sorelle”, che possono ambire allo Scudetto ed arrivare fino in fondo nelle coppe europee. Crespo è il protagonista assoluto in vittorie di prestigio, vedi la doppietta al Milan nel 4-0 del Tardini, e soprattutto con una tripletta, impreziosita da un sontuoso gol di tacco, nel 4-2 del Delle Alpi che causa le dimissioni di Marcello Lippi dalla panchina bianconera. Non basta però al Parma per reggere la corsa di Milan e Lazio, che si giocheranno fino alla fine uno dei campionati più incerti della storia.

 

Il territorio di caccia per i ragazzi di Malesani sono le coppe, in cui vengono mietuti avversari in una marcia che conduce i gialloblu alle finali di Coppa Italia e di Uefa. Hernán si spartisce il titolo di capocannoniere con Chiesa nei due tornei, il primo lo è in quello nazionale, il secondo in quello europeo. Per il trofeo nazionale va in scena la doppia finale contro la Fiorentina, in cui Valdanito ha la meglio nella sfida con Batistuta, grazie a due gol decisivi, tra cui un altro colpo di tacco che beffa Toldo e il Franchi, nel 2-2 che segue l’uno pari del Tardini, e che riporta la Coppa sulla via Emilia.

 

I festeggiamenti per la Coppa Italia del 99 (foto Allsport UK / Allsport)

 

Il cammino europeo conduce al Lužniki di Mosca dove c’è l’Olympique Marsiglia, che ha già collezionato lo scalpo dei cugini bolognesi in semifinale, negando un epilogo tutto emiliano. Ad aprire le danze è proprio Crespo, che con scaltrezza sfrutta uno sciagurato retropassaggio di testa di Blanc per fulminare i francesi, con un leggiadro tocco a scavalcare il portiere. Poi le reti di Vanoli e Chiesa chiudono un match senza storia e piantano la bandiera gialloblu in terra di Russia. Il Parma è ancora una volta tra le grandi d’Europa, e ad oggi è l’ultima Coppa Uefa conquistata da una squadra italiana.

 

“Se il Parma avesse avuto la forza di mantenere quella squadra, sono convinto che per lo Scudetto ce l’avremmo fatta”.

 

La vittoria della Supercoppa italiana, a San Siro contro il Milan, è la ciliegina sulla torta, nonché terzo trofeo in cento giorni. Nel tabellino, oltre al gol di Boghossian, c’è ancora la firma di Valdanito, ormai signore di Parma. In una squadra che si è privata di molti pezzi pregiati, tra cui Veron e Chiesa, Hernán fa un ulteriore salto di qualità. Sempre in campo, dalla prima all’ultima giornata, e sempre più leader, incrementerà il bottino personale in campionato con 22 centri, dove il più pesante verrà siglato in quel pomeriggio del gennaio 2000.

 

L’abbraccio con mister Malesani (foto ANSA/DANIEL DAL ZENNARO)

 

A 25 anni Crespo è tra gli attaccanti più forti e richiesti al mondo. Il Parma non può più trattenerlo e l’argentino ha voglia di una nuova sfida, in un contesto metropolitano, quindi in estate è il momento dei saluti, che tutti sperano essere un arrivederci. Il trasferimento alla Lazio vale la cifra record di 110 miliardi di lire, prezzo comprensivo delle contropartite Conceição e Almeyda. I campioni d’Italia possono contare su una delle migliori rose nel panorama europeo, alla quale si è aggiunto anche Claudio López.

 

Le attese vengono tradite da una prima parte di stagione deludente, che porta al cambio in panchina, con l’addio di Sven Goran Eriksson che lascia il posto a Dino Zoff. Con il tecnico friulano inizia un nuovo campionato per i biancocelesti, che arrivano a un passo dalla Roma, e sfoderano prestazioni come il 4-1 alla Juve, dove Crespo si fa apprezzare per la sua totalità, sia nell’andare a rete che nel catalizzare su di sé l’intera difesa avversaria per scaricare palloni all’accorrente Nedved. Lo scudetto dei giallorossi però, oscurerà in parte la straordinaria stagione di Valdanito, laureatosi capocannoniere con 26 reti.

 

Crespo con la Lazio nel 2002

 

In un 2001-2002 ancora più travagliato per la Lazio, con un altro cambio di allenatore, Hernán resta il top scorer della squadra e all’Olimpico si possono ammirare gol da urlo come la sforbiciata contro la Fiorentina. Crespo a Roma sta bene e vorrebbe restarci, visto che lì ha appena conosciuto la sua futura moglie. Inoltre lo stadio della capitale gli ricorda il Monumental di Buenos Aires, ma la Lazio, ormai entrata in una crisi societaria, ha bisogno di vendere e si priva di lui e del capitano Alessandro Nesta, entrambi con destinazione Milano. Hernán sulla sponda nerazzurra e Sandro su quella rossonera.

 

A Valdanito è assegnato il compito di sostituire un Ronaldo accasato al Real Madrid nella trattativa che ha sconvolto l’ambiente interista. Nella conferenza di presentazione, Crespo sdrammatizza riguardo al peso della sua nuova maglia numero nove dichiarando: “mi hanno detto che c’è dentro il piombo”. Nonostante la zavorra, l’argentino trascina l’Inter in Champions League, lasciando a Vieri l’incarico per il campionato. Nelle prime due fasi a gironi i gol sono già nove, ma a gennaio uno strappo muscolare rovina tutto, e con l’infortunio di Bobo in aprile, il Biscione resterà ancora a secco di trofei. Hernán entra in una sequenza di infortuni che precludono la successiva esperienza al Chelsea, nel quale passa senza lasciare il segno.

 

“Quando uno è in difficoltà la prima cosa che fa è andare dai suoi genitori. Il mio genitore come allenatore è Carlo Ancelotti”.

 

Con Carletto Ancelotti al Milan

 

Con il prestito al Milan e la reunion con Carletto, Crespo rinasce. Ci vogliono dei mesi per tornare quello che tutti conoscevano, ma il mister lo aspetta, proprio come ai tempi di Parma, e lui ripaga la fiducia con reti pesanti, come nel doppio 1-0 contro il Manchester United agli ottavi di Champions. Nella competizione i rossoneri giocano da favoriti, fino a alla finale, in cui Hernán, con una doppietta, è mattatore nella notte di Istanbul, in un primo tempo chiuso sul 3-0, che ricorda il dominio del Parma a Mosca nel ‘99. Poi, nella ripresa, in quei 6 minuti di follia, il Liverpool rimonterà la finale più assurda nella storia della Coppa dei Campioni, trasformando il sogno in incubo.

 

Rientrato al Chelsea, Valdanito può dare un contributo determinante per la conquista della Premier League, dopo aver aspettato di compiere trentanni per vincere il suo il primo titolo nazionale in Europa, e per guadagnarsi un mondiale da titolare. Nel giugno 2006 infatti è il terminale offensivo dell’Argentina del ct José Pekerman, ma l’orchestra diretta in campo da Juan Román Riquelme si arrende ai rigori contro la Germania padrona di casa, nei quarti di finale. L’ottima esperienza dell’attaccante, che firma tre reti, convince l’Inter a riprenderlo e lui non ci pensa due volte. Hernán ha un conto aperto con il campionato italiano, dato che non l’ha mai vinto, e rifiuta l’offerta di rinnovo dei blues, che restano increduli di fronte al suo no.

 

“La vita non è soltanto pallone. Ho bisogno dei miei amici, dei miei posti”.

 

All’Inter

 

Nella colonia argentina di Appiano Gentile l’obiettivo non è di vincere lo Scudetto, ma di stravincerlo, per dimostrare la vera forza della squadra, in un torneo privo della Juventus e su cui si è abbattuta la mannaia delle penalizzazioni dopo Calciopoli. Crespo con 20 reti nelle varie competizioni è il capocannoniere nerazzurro, nella stagione record delle 17 vittorie consecutive in Serie A, nella quale il Biscione conquista un tricolore sul campo dopo 18 anni.

 

Nei due anni successivi Hernán è relegato a guardare molte partite dalla panchina. Come partner di Ibrahimovic, Mancini spesso preferisce Julio Cruz o Suazo, oltre a un giovanissimo Mario Balotelli in rampa di lancio. Lo stesso farà Mourinho dando più spazio ad Adriano, per un ultimo tentativo di salvataggio dell’ormai fu Imperatore. Per Valdanito le luci della ribalta si fanno sempre più episodiche e i tifosi nerazzurri possono ammirare il suo ultimo gol a San Siro nel marzo 2009, dove con un’incornata imperiosa, che trafigge la Roma, si rivede per un attimo il Crespo degli anni d’oro.

 

“Nella mia vita ho baciato solo due maglie: quella dell’Argentina e quella del Parma”.

 

Con l’Albiceleste nel 2006 (foto Christof Koepsel/Bongarts/Getty Images)

 

Nel gennaio 2010, dopo una breve parentesi al Genoa, per Crespo è ora di chiudere il cerchio e imboccare la via Emilia che lo riporta a casa. Al Tardini trova ad aspettarlo una maglia crociata bianconera perché quella gialloblu ora viene usata in trasferta, a differenza degli anni ’90, ma l’entusiasmo della gente, quando lo vede materializzarsi, è lo stesso di dieci anni prima. Crespo non è arrivato lì per svernare, ma per mettersi ancora in discussione e nella seguente stagione sarà il miglior marcatore dei ducali, ancora una volta, prima di salutare tutti nel febbraio 2012, quando annuncia l’addio, o meglio l’arrivederci, con una voce rotta dalle lacrime.

 

Appesi gli scarpini al chiodo, Hernán torna a Parma un giorno di dicembre del 2013, in occasione del centenario del club, dove al Teatro Regio viene insignito del titolo di “giocatore del secolo. Una canonizzazione tributatagli da chi è consapevole che uno così, in provincia, passa assai raramente. Proprio una volta ogni cento anni.


 

Illustrazione a cura di Tacchettee.

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