Pasolini, Sartre, Camus, Eliot. Le rare volte in cui si è cercato di intrecciare calcio e letteratura, gli autori approfonditi sono quelli qui citati. In pochi si ricordano di Umberto Poli, da tutti conosciuto e (poco) studiato come Umberto Saba, poeta e scrittore che può essere annoverato tra i grandi della nostra letteratura. Tra le molte poesie e qualche tentativo di prosa romanzesca, Saba fu autore di un ciclo di cinque poesie dedicate al gioco del calcio, e alla festa nell’aria di chi lo viveva – e ancora lo vive – come irrinunciabile appuntamento di laica sacralità. Le liriche vennero inserite nella raccolta Parole, pubblicata nel 1934 e opera forse più sperimentale del poeta triestino. Qui si capisce come è nata la passione di Saba per questo sport: essa infatti non è scoccata in tenera età, sognando i rettangoli verdi e i propri idoli, bensì ha avuto origine quasi per caso. Cresciuto negli anni in cui il calcio ha cominciato a svilupparsi in Italia, lo scrittore nell’adolescenza non rimase per nulla colpito da questo nuovo fenomeno; addirittura non riusciva a comprendere quale scintilla potesse far infiammare i cuori degli appassionati, che per nulla al mondo rinunciavano a trascorrere la domenica al campo sportivo.

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Saba e la pipa, un amore nato certamente prima di quello per il pallone

Tutto ciò andò avanti fino a quando un caro amico del poeta – la leggenda narra grazie a una richiesta della figlia, da quel momento in poi sua fedele compagna di spalti e di tifo – gli regalò un biglietto per una partita della Triestina, squadra della sua città natale. Quasi controvoglia, e solo per esaudire un desiderio della prole, si trascinò allo stadio: è così che scattò il colpo di fulmine. Saba fu immediatamente invaso dalla passione del tifo triestino, trascinato da «un manipolo sparuto che si riscaldava di se stesso», come lo scrittore definisce i tifosi nella poesia Tredicesima partita, la terza del ciclo. Questa lirica, insieme a quella successiva, dal titolo Fanciulli allo stadio, è un inno al tifo appassionato, genuino e condiviso qual era quello dei primi anni del Novecento. Ed ecco che «mentre correvano su e giù le maglie rosse, le maglie bianche, in una luce d’una strana iridata trasparenza», la passione cresce e si scalda nell’animo dei sostenitori, «pochi intirizziti uniti, come ultimi uomini su un monte, a guardare di là l’ultima gara». Il ciclo di poesie è invece aperto dalla lirica Squadra paesana, componimento che segna e trasmette l’immediato impatto emotivo che colpì il poeta alla prima visione di una partita. Saba è palpitante di emozioni, segue “trepido” questo gioco a lui ancora sconosciuto, che stranamente gli provoca una curiosa e inspiegabile angoscia. Ed ecco che i toni si fanno subito epici, dalla “gloria” che “vi dà un sorriso fugace”, agli immediati accenni sociali della stirpe dei protagonisti, «sputati dalla terra natia, da tutto un popolo amati», quando il calcio aveva ancora radici ben legate al territorio d’appartenenza. Indossare determinate divise, essere rosso-alabardati significava giocare per la propria terra e rappresentare la propria gente sui campi d’Italia.

Colpo di fulmine (Triestina stagione 29-30)

La seconda lirica è invece dedicata alle prime scene osservate dallo scrittore una volta varcati i cancelli dello stadio. La frenetica curiosità cresce di minuto in minuto, a partire dall’ingresso in campo e dal successivo saluto alle tribune da parte dei giocatori. Un’emozione che sale sempre di più tra la gente, e per la quale nemmeno il poeta trova espressioni degne di esprimerla: «non è cosa da dirsi, non è cosa ch’abbia un nome». Curiosa, e a tratti divertente, è la descrizione del portiere e dei suoi movimenti, seguiti maniacalmente dallo spaesato narratore. Quindi l’estremo difensore “su e giù cammina come una sentinella. Il pericolo lontano è ancora”; si muove cioè annoiato e fuori dal gioco quando i compagni orchestrano la fase offensiva, ma è pronto e scattante quando ad attaccare sono gli avversari, e come una “giovane fiera si accovaccia e all’erta spia”. Negli ultimi versi della poesia c’è ancora spazio per l’epica legata alla festa del dopo partita. Le vie di Trieste sono invase dal calore del tifo e dello spirito, ed è ancora la gloria la vera protagonista, in particolare quella degli «undici ragazzi che come un fiume d’amore orna Trieste». Arriviamo così all’ultimo componimento della raccolta, intitolato Goal e dedicato – com’è facile intuire – ai momenti salienti della gara e in particolare a quello più gioioso ed emozionante, ovvero la rete segnata. Il goal che provoca gioia e tristezza allo stesso momento, emozioni impersonate dai due portieri, ancora una volta protagonisti. Da una parte il padrone dei pali “caduto alla difesa ultima vana” si copre la faccia per non mostrare i suoi occhi pieni di lacrime a causa delle rete subita. Dall’altra il collega dalla diversa divisa la cui gioia è incontenibile, quasi ebbra, e si rivela in una “capriola” che sancisce l’esultanza senza freni.

Sfogliando con tedio notizie di Mino Raiola e Wanda Nara, di auto sfasciate e orologi costosi, di fallimenti e investimenti dalle terre del Levante e dell’Estremo Oriente, rileggere il ciclo di poesie sul calcio di Saba è una boccata d’ossigeno per non soffocare di frivolezza. Si torna all’origine, a respirare a pieni polmoni l’aria popolare, strapaesana e genuina di questo sport, ormai confinata nel ricordo e asfissiata dalle logiche del presente.