A guardarlo bene uno così, si capisce subito che c’è qualcosa in lui che va al di fuori dei binari dell’ordinario, rispetto alla quasi totalità dei suoi colleghi in calzoncini. Ieri come oggi. Si tratta di una serie di piccoli dettagli (perché sono i particolari a trasmettere agli altri ciò che siamo meglio di qualunque altra cosa) che rivelano l’autenticità della figura di Damiano Tommasi. Chioma riccioluta, sguardo sincero e fisico da mediano “con i piedi buoni”, Tommasi è stato il classico calciatore che non conosce limiti spaziali: il suo modo di intendere il futbol è stato senza tempo, spendibile dieci anni fa così come ai tempi di Meazza, cioè quando il calcio avanzava perlopiù a marce ridotte, perché forte di un visione euclidea del rettangolo di gioco. Una caratteristica che – assieme a una dedizione al sacrificio tipica di chi come lui è stato temprato dalle montagne, in Lessinia – gli ha permesso di amministrare le mediane dei club di mezza Europa; non è un segreto, d’altronde, che Tommasi sia stato uno degli uomini di fiducia di “don” Fabio Capello, durante la storica stagione dell’ultimo scudetto giallorosso. Tuttavia, al di là dei meriti prettamente sportivi, l’eccezionalità del personaggio travalica il calcio quale semplice insieme di gesti tecnici: tant’è che Quique Peinado, ottima penna spagnola, ha dedicato un breve ma intenso paragrafo del suo Calciatori di sinistra (Isbn Edizioni, 2013) alla parabola di Tommasi, descrivendola come un connubio, quanto mai atipico, di socialismo, calcio e religione. Già, la religione, quella fede che il Damiano calciatore ha tramutato il più delle volte in italica scaramanzia indossando quella maglia numero diciassette, divenuta ormai un talismano dalle parti di Trigoria. Il Damiano uomo, invece, non si limita ai semplici riti propiziatori: nell’arco della sua carriera, Tommasi non ha mai fatto segreti circa le sue convinzioni; il suo essersi dichiarato obiettore di coscienza, il pacifismo sincero da lui propugnato a più riprese così come la discussa posizione a proposto del tabù dell’omosessualità nel calcio, sono state solamente alcune delle idee tommasiane che, come fossero singole battute di un dattiloscritto, sono andate a comporre i caratteri del suo epiteto da stadio, quell’anima candida che nelle domeniche romane dei primi anni Duemila, veniva scandito con orgoglio dalla torcida giallorossa.

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Tommasi ha giocato alla Roma per dieci stagioni (1996-2006), con 263 presenze e 14 reti

Accantonata la dimensione “confessionale” di Tommasi, seguendo sempre le linee direttrici della tripartizione offerta da Peinado, vi è poi il lato più attivo dal punto di vista sociale, quello dell’impegno che, appesi gli scarpini al chiodo, è stato sublimato dal ruolo assunto ai vertici dell’AIC. Tale propensione, tuttavia, contraddistinse Tommasi sin dagli anni della giovinezza romanista: celeberrimo ormai l’episodio dei 1500 euro”, quando l’allora ventiquattrenne mediano giallorosso, infortunatosi gravemente al ginocchio destro, decise di sua spontanea volontà di ridursi lo stipendio al minimo sindacale, una cifra che, parafrasando lo stesso Tommasi, gli garantiva una “vita più che dignitosa”. Tale provvedimento, si protrasse per l’intera durata del periodo di recupero indicatogli dall’equipe medica: Tommasi continuò ad allenarsi, senza vedere il campo, per oltre un anno percependo un compenso sì abituale, ma non nel mondo milionario della Serie A. Scelte come queste non possono non essere accompagnate da un pensiero autentico e coriaceo, specie quando ad avanzarle è un parvenu del calcio, per di più nel fior degli anni. Episodi, questi come altri, tipici di chi ha fatto di un semplice gioco una filosofia di vita: un percorso svolto al riparo dalle luci abbacinanti dei riflettori e ben più incline alla schiettezza del calcio di periferia; non a caso, le ultime giocate del Damiano calciatore hanno avuto come cornice i manti, non proprio erbosi, del Sant’Anna d’Alfaedo – club militante nella seconda categoria veneta – là dove il calcio diviene il più della volte un modo per esorcizzare le turbe che la vita ti mette dinanzi, conservando, ad ogni modo, un quid dello sport povero che conquistò mezzo mondo.

“Nella vita c’è di meglio che fare il calciatore” (Damiano Tommasi)

Nel variegato palmerès dell’ex mediano giallorosso, oltre alle peregrinazioni in Spagna, Inghilterra e Cina, spicca anche l’esperienza con la maglia gialloblù de La Fiorita, il team di San Marino, intrapresa a ben quarantun anni e già divenuta storia: già, perché l’unica rete realizzata dalla squadra sammarinese in una competizione europea è stata messa a segno proprio da Tommasi in un Vaduz-La Fiorita, valevole per i preliminari di Europa League, terminato col risultato di 4-1. Appare dunque evidente che, al netto di quanto esperito in carriera, una tale dedizione per questo sport, non può certo esaurirsi seguendo una ventennale parabola d’attività, comune ad ogni altro  calciatore. La seconda vita di Tommasi, difatti, seppure – per ovvi limiti anagrafrici – non prevede più panchine e scarpini, procede oggi sulla falsa riga di quanto dimostrato in campo: dal 9 maggio 2011, infatti, Damiano Tommasi è divenuto il punto di riferimento dei giocatori professionisti per quel che riguarda le spinose querelle sindacali, succedendo a Sergio Campana, storico presidente – nonché fondatore –  dell’Associazione italiana calciatori. Un ruolo, quello di presidente dell’AIC, di certo non privo di responsabilità in un mondo, quello del calcio odierno, ove la mercificazione del gioco, sempre più ebbro di denaro, è ormai fattuale; così come il completo disancoraggio tra valore tecnico e costo del cartellino del giocatore. Damiano però ha sempre nuotato controcorrente, per questo il calcio italiano ha trovato in lui il profilo giusto per ricoprire tale incarico.