Vent’anni e sentirli tutti. Perché guardarsi indietro oggi fa un effetto strano e non solo a Bologna, ma a tutto il basket italiano. Quando eravamo re, il mondo sembrava completamente diverso e la pallacanestro lo era veramente. Altre regole, tanti soldi. Per far intendere che si parlasse del capoluogo emiliano bastava dire Basket City. Con questa espressione ti capivano anche all’estero.  La Bologna del 1998 è il centro nevralgico della palla a spicchi italiana e un bel pezzo di quella europea. Quasi una vita fa, se si pensa alla cruda attualità: la Virtus spettatrice dei playoff scudetto, la Fortitudo costretta a dover rimontare due gare a Casale Monferrato per tenere vivi i sogni promozione in quell’A1 che al tempo dei fatti era suo habitat naturale. Eppure è tutto vero, nonostante riavvolgere il nastro dei ricordi possa far spuntare un sorriso amaro.

 

Carlton Myers osteggiato da Predrag Danilovic, Antoine Rigaudeau e Radoslav Nesterovic della Kinder. (foto Roberto Serra / Iguana Press)

 

In un mondo che ora vive senza derby, il passato racconta invece che nella stagione ‘97/’98 se ne giocarono addirittura 6. Neanche una singola manifestazione si salvò dalla stracittadina più bella d’Italia. Virtus Bologna-Fortitudo era il biglietto da visita di un Paese che nel basket poteva vincolare capitali freschi e sponsor pesanti. Addirittura trasmesso da due piattaforme televisive, con le partite trasmesse sia dalla Rai che da quella Tele+ che neanche dieci anni più tardi sarebbe stata una delle due metà da cui avrebbe preso vita Sky. Tanto per essere chiari: il mondo dei canestri, allora come ora, veniva dopo il calcio, nei gusti dell’italiano. Viveva però di un proprio folto movimento, tra tifosi e semplici appassionati; gruppi ultrasnel pieno del loro splendore, palazzetti pieni e presidenti senza difficoltàad assicurarsi contratti di sponsorizzazione con tanti zeri da assicurare mercati importanti. Ma a trainare un intero movimento in salute c’è proprio la Bologna dalle due anime così distanti. La più nobile per antonomasia è quella bianconera, orami divenuta per tutti Kinder, per effetto dei quattrini che la famiglia Ferrero ha versato nelle casse del presidente Alfredo Cazzola per assicurarsi la possibilità di piazzare il proprio marchio sulle casacche virtussine. Sono capitali importanti, in un’estate, quella del 1997, dove in casa Virtus si sta progettando il riscatto. Le ultime due stagioni, infatti, hanno portato in bacheca solamente una Coppa Italia. L’era Bucci è terminata senza rancori e si pensa a come tornare grandi, per ridimensionare la fresca ricomparsa di vecchie glorie come Milano e la nuova frontiera rappresentata da quella Treviso che Mike D’Antoni ha finalmente portato a scudetto.

Cazzola pensa in grande e se lo può permettere. Lo aiuta anche la possibilità di sfruttare la neo promulgata Legge Bosmann, che da lì in poi abbatterà ogni barriera anche nel campo dello sport. Per iniziare, il presidente bianconero ha richiamato a Casalecchio Ettore Messina, fresco di medaglia d’argento a EuroBasket ’97, dove si è dovuto arrendere solamente allo strapotere della Jugoslavia di Zoran Savić, che ritroverà proprio per affrontare la seconda avventura bolognese.

 

L’inverso della foto precedente, con Danilovic al tiro.

 

Ma in quella Jugo c’è anche un altro fenomeno pronto a riabbracciare la sponda bianconera di Basket City. Si chiama Predrag Danilović, per tutti semplicemente Sasha. Come Messina è già stato sotto le due torri e ci ha vinto. E tanto: tre scudetti di fila, prima di tentare di avverare il sogno americano. Nel ’95, infatti, Sasha è voltato dall’altra parte del mondo, in Nba, ma ci è rimasto appena due stagioni. Una l’ha vissuta a Miami, l’altra a Dallas. Ma tra Est e Ovest non ha impattato così come in Europa, della quale è probabilmente la massima espressione cestistica. Ora, fresco dell’oro continentale strappato all’amico Ettore, Danilović è pronto a tornare insieme a quel coach col quale vuole ricominciare a vincere sulla stessa metà del campo. A Bologna, i due cavalli di ritorno trovano già i vecchi amichi Savić, Hugo Sconocchini, Picchio Abbio e capitan Binelli. Ma il roster è ancora in fase di definizione e Cazzola lo completa pescando dalla Francia Antoine Rigaudeau e dalla Slovenia Rašo Nesterovič, un poco più che ventenne già rodato dalle esperienze tra Partizan Belgrado, Salonicco e Olimpija Lubiana.

 

 

Bisogna tornare a vincere e non solo perché lo impone la storia. Dalla parte opposta della città, infatti, anche l’altra faccia della medaglia ha iniziato a brillare. A lucidarla ci sta pensando Giorgio Seragnoli, imprenditore facoltoso, poco propenso ad accettare la sconfitta. Per tutti è semplicemente l’Emiro, per via dell’abbronzatura ostentata e impeccabile in ogni giorno dell’anno, oltreché per il vizio di girare circondato dalla sua personale corte. Sulla Fortitudo, Seragnoli ci ha messo le mani nel 1993 e da lì l’anima più popolare di Bologna ha iniziato a trovare la sua quadra, nonostante la Fossa dei Leoni ricordi spesso le proprie origini, con l’eloquente coro

“non abbiamo mai vinto un cazzo”.

Ma alla vittoria dell’essere, Seragnoli preferisce l’essenza del vincere. E infatti inizia a investire.  Sotto la sua presidenza, l’Emiro ha fatto accomodare sulla panchina biancoblù Sergio Scariolo, per poi rimpiazzarlo con Valerio Bianchini. Nell’estate del ’97 conta però ancora le delusioni. Ne ha accumulate due, in altrettante finali scudetto consecutive. La prima però se l’è presa la rediviva Milano di Tanjević, la seconda è volata alla Treviso del folletto Henry Williams. Arrivato così vicino al sole da toccarlo, ora l’Emiro vuole finalmente bruciarsi con la vittoria e se la Virtus ha staccato assegni da allestire una corazzata, lui non è da meno. Valerio Bianchini si vede recapitare a Piazzale Azzarita Dominique Wilkins, prelevato da San Antonio e già reduce da un’esperienza europea con il Panathinaikos, con cui ha vinto campionato e Coppa dei Campioni. Statunitense è anche il passaporto di David Rivers, che la Fortitudo ha invece dirottato su Bologna direttamente dall’Olympiakos, dove ha vinto l’ultima Eurolega alle dipendenze di Dušan Ivković. In più, dalla Grecia sono stati riportati in patria i muscoli di Roberto Chiacig e da Milano è arrivato un fresco vice campione europeo come Gregor Fučka.

 

Gragor Fučka.

 

Sul parquet di Bologna, intanto, si riscalda già uno dei primi colpi dell’era Seragnoli: Carlton Myers. Ha nome e cognome stranieri perché nato a Londra da padre caraibico, ma mastica l’accento adriatico di chi a 9 anni si è trasferito in riviera con la madre. A Rimini Carlton si è messo in mostra, a Pesaro ha trovato la propria consacrazione. Seragnoli l’ha portato a Bologna nel ’95 e lui è da subito entrato in perfetta sintonia con l’ambiente fortitudino. Perché Myers non solo è forte, ma detesta perdere. L’ha già fatto due volte e vuole smettere. Cos’altro? Conosce bene quei due che sono da poco tornati sull’altra sponda felsinea. A Messina ha dato punti e qualità in Nazionale, tra i Giochi del Mediterraneo del 1993 e l’Europeo da poco concluso. Con Danilović invece si è già scontrato, prima in Serie A e poi in Nazionale. In comune hanno la stoffa del campione e la leadership a tratti tracimante. Forse sono più uguali di quanto credano, ma si detestano cordialmente e il fatto si ritrovino l’uno contro l’altro nella stessa città esalta una derby che sarà lungo un anno. Quando il campionato ancora deve partire, tutti pregustano una finale già scritta. Ma prima ci sarà ben altro a gettare benzina sportiva su un focolaio ben alimentato. In stagione regolare le due anime bolognesi guidano l’intera Serie A, ma la prima occasione per sistemare i conti arriva a febbraio. Coppa Italia, casa Virtus a ospitare semifinali e finale. Il derby va in scena al penultimo atto. E se lo prende la Fortitudo, che il giorno dopo completerà l’opera schiantando Treviso e alzando il trofeo. Ora anche l’aquila può dire di aver imparato a volare. Ma è solo l’inizio.

 

Myers a canestro. (Foto Roberto Serra / Iguana Press)

 

Ad aprile, ci pensa l’Europa a rinsaldare una rivalità che si è già snodata lungo la stagione. I quarti di Eurolega sono due derby, in una serie al meglio delle tre. In gara 1 la Kinder legittima il vantaggio nel campo e viaggia saldamente verso la vittoria, quando Fučka non gradisce l’ennesimo contatto di Savić e gli scaglia il pallone addosso. Forse è solo un pretesto, ma la rissa scatta puntuale. Volano le espulsioni e si chiuderà con un 3 conto 2, con Myers squalificato anche per il ritorno, dove la Virtus ultimerà le pratiche. Quando il derby torna, per quella finale scudetto ormai scritta, la Fortitudo ha anche dovuto ingoiare il rospo dei cugini diventati nel frattempo campioni d’Europa.

 

La rissa in Eurolega.

 

Tornato per vincere, Messina il primo punto l’ha centrato. Ma vuole tutto, mentre dall’altra parte Seragnoli non ha digerito l’eliminazione continentale e a un passo dai playoff ha operato col machete più che col bisturi. Via Bianchini, dentro Petar Skansi. La notizia esce l’1 aprile, ma non è decisamente un pesce a cui abboccare. E però la cura slava sembra dare i suoi frutti. La Teamsystem in post season brucia senza problemi Siena e Reggio Emilia. Con qualche perlina di sudore in più la raggiunge anche la Kinder, che si concede il lusso di chiudere in quattro gare sia con Roma che con Varese. Ma derby doveva essere ad agosto e derby effettivamente sarà. La Kinder ha il vantaggio del campo, ma in questa serie si dimostrerà essere più o meno inutile. La Fortitudo si prende infatti gara 1, a Casalecchio, ma a Piazzale Azzarita vincono i bianconeri. Stessa musica nelle altre due partite: i biancoblù sbancano casa Virtus, ma al ritorno davanti la Fossa cedono di appena una manciata di punti. Si va dritti a gara 5 e per come si è trascinata la finale in casa Kinder qualcuno trema.

 

Danilovič vs Mayers

 

Anche perché Messina ha tutti disponibili ma nessuno in perfetta forma fisica. In particolare Danilović: gli fa male una caviglia, seppure provi a non darlo a vedere. Ma si vede, eccome. Lo Zar jugoslavo è presente ma praticamente inefficace. Re Ettore lo tiene in campo solo perché sa quanto possa da un momento all’altro risolvere tutto con una magia. E in parte ci spera, perché la Fortitudo è pressoché padrona della partita: vola addirittura a +11 con meno di sei giri di lancette sul cronometro, tiene botta nonostante la Virtus se la carichi sulle spalle l’Abbio che non ti aspetti, tutto canestri e poca difesa. Si arriva in volata, ma i biancoblù sono ancora avanti. A 27’’ dalla fine Fučka va in lunetta, con i suoi sul +3. Dentro il primo, fuori il secondo. Il vantaggio sale a quattro: ci sono ancora due possessi di distacco, ma c’è anche Danilović. Se la Virtus deve prendersi l’ultimo tiro, tutti sanno che sarà lui a cercarlo.

 

Il tiro da quattro punti di Sasha Danilovič

 

Lo sa anche la difesa della Fortitudo, ma le gambe forse non girano più. Su Sasha c’è Stefano Attruia, che sbatte sui blocchi di Binelli prima ed Abbio poi. Danilović riceve proprio da Picchio e si alza per tirare, oltre l’arco ancora posizionato a 6,25, a distanza per quel tempo buona solo in Nba. Intanto su di lui s’è piazzato Wilkins, che forse sente dentro il peso di un ultimo tiro sbagliato, che in gara 4 avrebbe potuto significare scudetto. Lì deve sventarlo il canestro, ci prova, ma Sasha è già volato. L’americano no, ha provato a fermarlo al momento dello stacco e lo tocca, ingenuamente. Se la curva fortitudina sente il cuore fermarsi nel vedere la retina muoversi, quando il fischio arbitrale assegna anche il fallo il sangue è completamente ghiacciato. A un passo dall’inferno, la Virtus si ritrova nel ben più conosciuto paradiso. Danilović completa l’opera, gli ultimi secondi sono solo errori. Supplementare, ma la Fortitudo ormai non c’è più. Sasha invece è un altro giocatore rispetto a quello visto fino a 27’’ dalla fine. Quando piazza l’ultima tripla, la festa può iniziare. 86-77, Basket City è ancora bianconera.

 

La Virtus campione in Eurolega.

 

La Effe colleziona la terza finale consecutiva persa. Si rifarà parzialmente in Supercoppa, ma dovrà aspettare altre due stagioni per salire sul trono d’Italia. Per la Virtus, invece, i festeggiamenti torneranno nel nuovo millennio, col Grande Slam targato Jaric-Ginobili. Fa effetto pensarci oggi, vent’anni dopo, ma soprattutto due fallimenti più tardi. Ora che quel derby neanche c’è e ieri valeva lo scudetto. Ieri che eravamo re. E chissà se lo torneremo mai.