Rory Smith, giornalista del New York Times, avrà di certo sgranato gli occhi a sentir parlare due membri di spicco del clan De Laurentiis, il papà Aurelio e il figlio Luigi, come fossero due general manager di una franchigia Nba. Del resto, il progetto di un campionato paneuropeo sul modello del basket Usa è sempre stato il sogno proibito di ADL. Ed allora ecco che concetti come marketing, riconoscibilità, audience avranno avuto lo stesso suono di parole magiche alle orecchie della giovane reporter. Che però in realtà è una corrispondente dall’Inghilterra, specializzata in calcio europeo. Conosce bene, dunque, l’organizzazione dei campionati con promozioni/retrocessioni tanto invisa a De Laurentiis e praticamente sconosciuta agli americani. Conosce ancor meglio dello stesso patron azzurro, tra l’altro, l’importanza di un sistema di ripartizione dei diritti televisivi che aiuti ad assottigliare le differenze tra le squadre, non certo ad alimentarle.

 

Nella Premier League inglese, il campionato più ricco del mondo, il rapporto tra quanto percepiscono la prima e l’ultima classificata è di 1,58. La torta, si badi bene, è di quasi 3 miliardi di euro. Più del doppio della nostra Serie A. Ebbene, i tre club retrocessi nel 2018, West Bromwich, Stoke e Swansea, hanno incassato dai 94 ai 98 milioni di sterline. Ben oltre 100 milioni di euro. L’ultima della Premier guadagna più della Juventus. Nonostante in Italia la forbice sia ben più ampia (2,33). Secondo le proiezioni per la stagione in corso, la Signora porterà a casa 85,3 milioni, contro i 36,5 del fanalino di coda Frosinone. Ora, si tengano presente le parole di De Laurentiis:

 

“Finisci primo, prendi 100 milioni di euro, da secondo guadagni 50 milioni e così via. Ma se finisci ultimo, paghi una multa. Club come il Frosinone non attirano fan, né interessi, né emittenti nel campionato. Arrivano, non cercano di competere e tornano indietro. Se finiscono ultimi dovrebbero pagare una multa. Non dovrebbero ricevere denaro per il fallimento. La promozione e la retrocessione sono la più grande idiozia nel calcio”.

 

Aurelio, il piccolo Napoleone

 

I dati appena esposti sarebbero sufficienti per capire come la “multa” che dovrebbe pagare il Frosinone in realtà si traduce già in dei disavanzi mostruosi. Basati su cosa? Su criteri astratti come la “storia” di un club, o i risultati sportivi conseguiti nei 5 anni precedenti, o il numero di tifosi censito chissà come. Criteri che contano parecchio meno a casa della giornalista con cui si è permesso di abbandonarsi alla “cafonata” desichiana. Un marchio di fabbrica, peraltro. In Inghilterra l’unico risultato sportivo che conta è quello della singola stagione, e le altre voci variabili dipendono dalla quantità di passaggi pubblicitari durante le partite trasmesse in diretta. Stop.

 

La lunga premessa è necessaria a delegittimare la sparata dei De Laurentiis nel merito. Quanto al metodo, invece, è bastata la replica, piuttosto contenuta e pacata, del presidente del Frosinone Maurizio Stirpe per far risaltare una totale mancanza di stile.

 

“Io i soldi nel calcio li ho sempre investiti, con quelli che ho ricavato dai diritti tv ci ho costruito uno stadio nuovo. Cosa che De Laurentiis non mi sembra abbia ancora fatto. Non accetto consigli da chi non ha vinto niente negli ultimi anni”.

 

Siccome Stirpe è un gran signore, e non ha interesse né voglia a spostare la discussione sull’unico terreno che l’aziendalista De Laurentiis sembra conoscere, ossia quello del vil denaro, ci pensiamo noi a ricordare al signor cinepanettone un paio di dati interessanti. La Prima Sole Components, che produce componenti in plastica per auto, moto ed elettrodomestici per clienti come Fca, Volkswagen, Mercedes, Bmw, Jaguar, Ford, fattura oltre 300 milioni l’anno e dà lavoro a 2500 persone. Negli anni ’80, quando Maurizio Stirpe ha proseguito l’idea di diversificare il business di famiglia dalle costruzioni aprendolo al settore manifatturiero, inaugurata dal padre Benito, ne contava 12. Ma di dipendenti. Oggi 12 sono gli stabilimenti avviati in tutto il mondo. Sul Frosinone Stirpe ha deciso di investire per via del legame con la sua città e con la sua comunità territoriale, non per sfruttare un colosso malgestito con i libri finiti in Tribunale.

 

Tanto per fare un paragone, nell’esercizio 2016 i ricavi della FilmAuro di De Laurentiis si aggiravano intorno ai 190 milioni. Di questi peraltro be 157 provenivano dalle casse del Napoli Calcio (l’84% del totale) che a sua volta dipende dai diritti tv tanto cari ad ADL per quasi il 50% del totale. I buoni risultati sportivi degli ultimi due anni e le cessioni eccellenti come quella di Higuain alla Juve hanno fatto lievitare il fatturato intorno ai 300 milioni. Ma hanno pure scatenato le ire dei tifosi partenopei che da sempre accusano De Laurentiis di speculare sulla loro passione. Il Napoli, è bene ricordarlo, è stato rilevato dal produttore cinematografico nel 2004, grazie a un investimento di 16 milioni e un prestito da 31 da parte di Unicredit restituito grazie al flusso di cassa del club in meno di 3 anni. Quei 16 milioni iniziali, invece, sono stati ampiamente recuperati dagli stipendi. Perché se è vero che il De Laurentiis azionista non riscuote dividendi, è altresì vero che i compensi del Cda della SSC Napoli sono parecchio generosi.

 

 

Maurizio Stirpe, patron frusinate

 

Compensi che restano “in famiglia”, perché la maggior parte degli amministratori del club sono tutti consanguinei. Fino al 2014, infatti, il Cda era formato, oltre che dal patron (che è anche amministratore delegato), da i figli Edoardo (vicepresidente) e Valentina, da sua moglie Jacqueline (vicepresidente) e da Andrea Chiavelli, braccio destro del presidentissimo azzurro e ufficialmente consigliere delegato. Non bastasse dal 2015 è entrato a far parte della gestione sportiva anche il terzo figlio Luigi, lo stesso che ora si occupa del Bari, operazione fotocopia a quella dell’acquisto del Napoli realizzata con circa 3 milioni di investimento (in Serie D i tifosi hanno staccato 8mila abbonamenti). Lo scorso anno il “clan” si è spartito 4,4 milioni di stipendi.

 

Tutte operazioni legittime, per carità. Che però a loro volta non legittimano affatto l’atteggiamento intransigente nei confronti di chi l’attitudine del caimano non ce l’ha, e che il calcio lo concepisce come passione. Ancora. Quattro anni fa, al momento della prima storica conquista della Serie A con la squadra canarina, Stirpe spiegò a Repubblica:

“I proprietari del club sono i tifosi, che pagano il biglietto allo stadio e gli abbonamenti a Sky per vedere le partite, sono le loro risorse che consentono alla squadra di esistere. Il mio investimento nel calcio è nato dalla passione, dalla necessità di far parlare del territorio in termini più lusinghieri e di restituire al territorio quello che il territorio ci ha dato”.

 

Con i soldi della Serie A, come ha sottolineato, Stirpe lo stadio di proprietà l’ha costruito davvero, assieme a un centro sportivo per gli allenamenti nel comune ciociaro di Ferentino. L’impianto, che in città attendevano da decenni, è intitolato al papà Benito, amato in tutta la Ciociaria tanto quanto il figlio, che sebbene non stia raccogliendo i frutti sperati in termini di risultati sportivi ha condotto la squadra alla sua seconda partecipazione nella massima serie. Qualcosa che non può più essere più considerato casuale.

 

Ultima postilla: il Frosinone si trova dopo 48 mesi a dover affrontare di nuovo delle stilettate da parte di alcuni big del nostro calcio. Il primo a farlo era stato Claudio Lotito, secondo cui la promozione di club di provincia come quello gialloblù non fossero salutari per massimizzare i ricavi dai diritti tv. Parole sorprendentemente simili a quelle ripetute oggi da De Laurentiis. Così come simile è la vicenda che ha portato Lotito in sella a un club storico del nostro calcio, la Lazio, e a trasformare la gestione della società in core business familiare. Con particolare attenzione, non a caso, proprio all’aumento dei ricavi dai diritti televisivi. Curioso come anche a livello di politica calcistica sia Lotito che De Laurentiis abbiano ricoperto ruoli di potere all’interno delle istituzioni. Come consiglieri federali o di Lega. Incarichi che avrebbero potuto e dovuto utilizzare per portare avanti le loro idee di riforma dei campionati (visto che sono quelle le sedi preposte, non le pagine dei quotidiani) e che invece si sono tradotti in pochi e tutt’altro che lungimiranti provvedimenti.

 

Una bella coppia

 

Su pressione di Lotito, ad esempio, nel 2015 il consiglio Figc approvò all’unanimità le nuove norme per l’acquisizione di almeno il 10% dei club professionistici e riguardano tutti i soggetti che devono soddisfare requisiti di onorabilità e di solidità finanziaria. Si tratta di provvedimenti ideati per scongiurare nuovi “casi Parma”, con l’introduzione di criteri come verifiche antimafia, accertamenti sulla solidità economica e limiti all’indebitamento. Tutti giusti, sulla carta. Ma il risultato? Scene grottesche come l’acquisto del Milan da parte del misterioso Li, o del Como da parte di Lady Essien (poi sparita nel nulla) nonché fallimenti di 26 club di diverse categorie negli ultimi 4 anni. Alcuni prestigiosi e dotati dei “criteria” esposti da De Laurentiis come Cesena, Monza, Venezia, Modena e lo stesso Bari.

 

Se le norme non costringono le società alla gestione virtuosa, i grandi club scompaiono, e gli slot in categorie di primo livello come Serie A e Serie B vengono occupati da chi, con senso d’appartenenza, visione, progettualità e romanticismo riesce ad emergere dalle sabbie mobili la colpa non è di Maurizio Stirpe. O di Stefano Bonacini del Carpi. O di Oreste Vigorito del Benevento. Lode, anzi, a chi antepone la passione al business di famiglia, a chi viene acclamato dalle comunità locali e a chi contribuisce all’aggregazione territoriale intorno a quanto di originale rappresenta una squadra di calcio di provincia. Se proprio ci fosse da imitare i modelli anglosassoni, lo si faccia nel modo giusto.