Almeno fino a qualche anno fa i pratesi più anziani ancora se lo ricordavano, Enzo Vieri, quando al Lungobisenzio, l’impianto che ancora oggi ospita le partite casalinghe della squadra locale, entrava in campo col pacchetto di sigarette da appoggiare per terra, dietro il palo. Erano gli anni Quaranta, e il Prato rispetto alla Fiorentina poteva vantare la primogenitura (era stato fondato vent’anni prima) e pochissimo altro. Enzo, capostipite della dinastia Vieri (scomparso nel 2011), nella Fiorentina non giocò mai (poi fu anche in serie B, a guardia della porta della Pistoiese non allontanandosi mai dalla Toscana), come del resto la gloria calcistica pratese per eccellenza, Paolo Rossi detto “Pablito”. Ma Rossi, che nel Santa Lucia (la squadra locale da cui sarebbe partito molti anni dopo un altro bomber d’eccezione, Christian Vieri) da ragazzo giocava col 7 e tifava la Fiorentina di Hamrin detto “uccellino” (per leggerezza, velocità e senso del gol), è stato un’eccezione.

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Nonno Enzo e Bobo, un legame profondo

La distanza ridicola (almeno in termini di chilometri) tra Firenze e Prato è tale da rendere praticamente impossibile che il capoluogo non entri a gamba più o meno tesa nella storia di ogni famiglia di quell’industriosa città diventata a suon di guadagni provincia, anche se da quelle parti, come quasi dappertutto in Toscana, il tifo è a trazione bianconera. In effetti, anche Roberto, il figlio di Enzo che giocava mezzala nei pulcini del Prato e con la palla faceva quel che voleva (e perfino con le arance, dicevano), fu lì lì per trasferirsi ancora adolescente a Torino. A “parare” il trasferimento fu proprio il babbo Enzo, cui le 700mila lira offerte dalla Juventus sembrarono troppo poche. Così l’approdo alla Fiorentina, dopo qualche passaggio alla Primavera di altre squadre, divenne quasi scontato.

A Firenze erano anni felici, si sentiva l’impronta tattica dell’ungherese Hidegkuti (l’inventore di quello che ora la barcellonite acuta fa chiamare il falso nueve) e la bonomia di Chiappella, l’allenatore che stava mettendo insieme la squadra giovane che di lì a un paio d’anni avrebbe vinto, in mano al “petisso” Pesaola, il suo secondo (e ultimo) scudetto. A Roberto, detto Bob, il talento non mancava di certo. Per estro e calzettoni calati assomigliava a Sivori, ma a Chiappella non bastava. Bob non era un contestatore politico come Boranga o Sollier, non portava a guinzaglio le galline come Meroni, ma come Sivori e come tanti altri a quei tempi aveva poca voglia di correre; non aveva, per dir così, uno spiccato senso della disciplina. La Fiorentina di quei secondi anni Sessanta è piena di giovani, è una famiglia ye ye che viaggia a gonfie vele, ma lui il posto non lo trova. Non gli resta che tornare a Prato, salvo poi essere richiamato a fine campionato e mandato in campo nella finale estiva di Mitropa Cup, dove i tifosi viola possono finalmente ammirarlo: proprio grazie a un suo tiro, un rasoterra molto angolato da fuori area, la Fiorentina si aggiudica l’edizione del 1966, stesso anno della Coppa Italia, vinta in finale (ai supplementari) contro il Catanzaro all’Olimpico di Roma.

Famiglia Vieri al completo

La Dinastia Vieri al completo: partendo da sinistra il capostipite Enzo, poi i nipoti Massimiliano e Christian, infine il figlio Roberto

L’aggancio con la serie A passa da Genova, versante Sampdoria, dove con un allenatore visionario molto, troppo in anticipo sui tempi di nome Fulvio Bernardini, il giovane Vieri fa furore, al punto che dopo la promozione in serie A per il regista offensivo più promettente del momento torna a bussare la Juve. Questa volta l’affare va in porto: 400 milioni più la proprietà di un giocatore di belle speranze, Romeo Benetti. L’idillio atteso, però, non scoppia e l’anno dopo, nell’estate 1970, Vieri è protagonista di un altro scambio storico, destinato a rimanere a lungo indigesto ai romanisti: insieme al saggio ma già in là con gli anni Luis Del Sol, al molto meno saggio Gianfranco Zigoni (un altro dei grandi lunatici del nostro calcio) e a una manciata di milioni, passa dalla Juventus alla Roma per Capello, Spinosi e Landini.

“Ha quello che non ho mai avuto io. Quel qualcosa che forse poteva farmi diventare Maradona. Coraggio. Carattere. Voglia di farcela a tutti i costi. Non beve, non mangia mai niente fuori pasto, non fa tardi la sera. Testa a posto. Quello che ha oggi se l’è guadagnato tutto. L’ha voluto e se l’è guadagnato»

Così babbo Bob ha detto del figlio Christian detto Bobo, nato a Bologna proprio durante l’ultima fase di una carriera rivelatasi inversamente proporzionale al talento. Zigoni, anche lui padre d’arte, anche lui genio irregolare, avrebbe detto su per giù le stesse cose del suo erede Gianmarco, dichiarando di non capire come possa essere figlio suo uno che si presenta sempre puntuale agli allenamenti. Altro calcio, altro mondo. Gli anni di Meroni, gli anni di Best, gli anni della sregolatezza, delle notti fuori e dei due pacchetti di sigarette al giorno, dei talenti abbandonati a se stessi.

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Gigi Meroni, che amava andare a spasso con una gallina al guinzaglio

In casa Vieri, il passaggio di testimone è di quelli da contrappasso: da un padre virtuoso del pallone a un figlio che compensa con rabbia e volontà la penuria tecnica, con Bob che in Australia (dove nel frattempo la famiglia si era trasferita) non si capacitava nemmeno del fatto che il figlio potesse perfino aver voglia di fare il calciatore. Dopo aver esordito in Australia nella squadra dove aveva giocato il padre, il giovane “Bobo” nel 1988 torna in Italia. E a lanciarlo nel firmamento, dalla solita rampa di lancio pratese chi è? Sì certo, ancora lui, il Vieri più senior di tutti, il nonno Enzo, all’epoca allenatore dei portieri: più di tutti lo incoraggia, più di tutti dimostra di credere nelle sue doti. Lui che da portiere era abituato a vedere (magari tra una sigarettuccia e l’altra) la squadra distendersi sul campo di gioco, da nonno poteva vedere allungarsi la famiglia nel mondo del calcio: se il figlio era stato un poeta per pochi, il nipote si stava rivelando un romanziere per molti.

FRANCE - JUNE 27: WM FRANCE 98 Marseille; ITALIEN - NORWEGEN 1:0 (ITA - NOR); 1:0 TORJUBEL Christian VIERI/ITA - JUBEL - (Photo by Mark Sandten/Bongarts/Getty Images)

Christian esulta a Francia ’98, dopo essersi caricato sulle spalle l’attacco della Nazionale    (Italia v Norvegia 1-0, ottavi di finale)

Col pallone, Christian non è che ci stia troppo a scherzare. A differenza del padre e con più forza del fratello Max, Bobo ha come dote naturale quella di ogni cannoniere di razza: vedere la porta da tutte le parti. Una forza e un’essenzialità che lo dovevano far diventare una specie di Ibrahimovic italiano; se non per eleganza, almeno per concretezza e per voglia di cambiare aria. Non come il padre che l’aria l’aveva cambiata radicalmente innamorandosi della natura australiana e seguendo da un altro continente l’avventura italiana dei due figli, comprati insieme dalla Juve nel 1996. No, nel senso di squadre, ossessivamente cambiate: quasi una ogni anno, in vent’anni di una carriera scandita a suon di gol in Italia, in Francia e in Spagna; e anche da frequentazioni femminili, di cui non disdegna raccontare anche in tv ma che almeno nel suo caso, reti alla mano, hanno inciso poco nel rendimento. Almeno in questo senso Bobo, di cui molti ricorderanno la celebre conferenza stampa in cui col cerchietto in testa pronunciò davanti ai giornalisti la fatidica frase “Sono più uomo io di tutti voi messi insieme” o il reiterato sfoggio di conquiste, si può dire che abbia rispettato la tradizione familiare. E quando qualcuno a Prato glielo faceva notare al nonno Enzo, la sua risposta era sempre la stessa:

Meglio le donne che gli uomini!