Una caratteristica eminente, una peculiarità romanzesca, che contraddistingue il mondiale da ogni altra competizione per club, è quella dell’appartenenza di sangue alla propria terra. Ma l’epoca del relativismo imperante, unico vero criterio subjecti, non ha risparmiato nemmeno il sacro e da noi amatissimo sport del calcio. Se è il soggetto a decidere la propria nazione, la Nazione non esiste.

 

Così, è capitato che da Serbia-Svizzera di ieri sera, finita 1-2 per gli elvetici, si sia levato insieme con la pioggia sferzante di Madre Russia un grido disperato, ma inetto e squallido allo stesso tempo, il grido di Granit Xhaka e Xherdan Shaqiri (vi basterebbero i nomi per capire dov’è il problema che vorremmo sollevare). Il grido di due ragazzi albanesi che agli atti (così è stato deciso) è il grido di due svizzeri. Che cosa significa, alla luce del fatto che i due vestono la maglia crociata, quell’esultanza così polemica e, proprio perché volutamente polemica, poco coraggiosa, codarda e nascosta? E intanto la Serbia ha presentato ricorso.

 

L’esultanza di Shaqiri per il gol del vantaggio (foto Clive Rose/Getty Images)

 

Non significa nulla, se rimaniamo sul piano politico (nulla nel senso che alla fine era solo un’esultanza), moltissimo se dal fatto in sé ne ricaviamo un significato più ampio, quello riguardante l’ormai diffusa e incontrollata libertà, da parte dei calciatori, di scegliere per quale nazione giocare. Un discorso assurdo, che non riguarda i soli casi di Xhaka (il cui fratello, peraltro, gioca per l’Albania) e Shaqiri, ma coinvolge molti calciatori anche più rinomati, attualmente in corsa per il mondiale. Su tutti Boateng (il Boateng della Germania), Ozil e Gundogan, di cui abbiamo già raccontato i trascorsi poco chiari col presidentissimo Erdogan. E ancora, Diego Costa. Lo stesso Keita Balde, spagnolo, gioca per il Senegal.

 

Cambio emblematico: fuori Diego Costa, brasiliano, dentro Rodrigo, brasiliano (foto Richard Heathcote/Getty Images)

 

Guardando fuori dal mondiale, guardando in casa nostra, sono celebri i casi di Eder e Jorginho, brasiliani prestati alla causa della nostra nazionale (non chiamatela nazione, però). L’obiettivo di queste poche righe non è quello di stabilire un criterio di cittadinanza (ahinoi!) valido anche per le nazionali di calcio, ma è sollevare la questione sul marcio fondamento che fa da perno all’intera struttura del discorso: dov’è finito il limite tra club e nazionale? Dove riconosco la nazione se gli stessi giocatori che la rappresentano scelgono di giocarci, come farebbero per un qualunque altro club?

 

Non è difficile immaginare, in una situazione di questo tipo, situazione che andrà peggiorando sempre più, la simpatia che squadre come l’Islanda, l’Uruguay, il Perù, l’Iran e la Croazia possono suscitare nei nostri animi, nazionali ancora legate ad un forte attaccamento patriottico, riconoscibili dal modo di giocare, nel bene e nel male, riconoscibili nella passione NON dei propri tifosi ma della propria gente!

 

Com’è ovvio, l’episodio di Xhaka e Shaqiri è da questo punto di vista quanto di peggio possa accadere in un contesto simile. I due, infatti, non solo non dovrebbero giocare per la Svizzera, ma, una volta inseriti nel contesto elvetico, non mancano di sottolineare, alla prima occasione utile, la loro vera provenienza. Per chi non lo sapesse, le due mani incrociate rimandano al simbolo delle due aquile incrociate presenti sulla bandiera albanese. Svizzero? No, Kosovo.

 


Foto di copertina: Clive Rose/Getty Images