La prima scelta sbagliata della sua carriera Dražen Petrović finì per farla il 7 giugno del 1993. Un anonimo lunedì, poche settimane prima di un Europeo dove tanto per cambiare sarebbe sicuramente stato protagonista. Aveva da poco finito di martoriare la Slovenia, con la sua Croazia argento olimpico in carica. Ne aveva messi 30 Petrović, ma forse aveva chiuso con troppa stanchezza anche per pensare. Lo avesse fatto anche quel giorno, magari staremmo parlando di altro.

 

Petroviz in maglia Blazers

 

Invece Dražen Petrović non c’è più, da ormai venticinque anni. Se l’è portato via un incidente stradale, quando la sua storia cestistica era ancora in divenire, nonostante si fosse già abbondantemente riempita di trofei e giocate. Ad appena ventotto anni si era preso tutto in Europa, tra club e Nazionale. Sarebbe arrivato un altro Europeo forse, magari quel successo che in Nba aveva solo sfiorato. Magari, chissà. Ci siamo dovuti far bastare la storia scritta fin lì. Non che fosse poca, per carità, perché al basket Petrović aveva iniziato a giocarci anche troppo presto. Vizio di famiglia, anche il fratello maggiore, Aza, si esercita a spedire la palla dentro quel cesto. Dražen però lo fa in modo maniacale, si regala almeno cinquecento tiri al giorno, è un tutt’uno con lo sport che si è scelto, anche se vederlo all’opera fa venire in mente che possa essere stata proprio la pallacanestro a volere quel ragazzo come suo profeta. Se ne accorgono presto anche a Šibenik, in quella Croazia ancora Jugo dove Petrović è nato, il 22 ottobre 1964. Appena quindici anni dopo essere venuto al mondo, il club di casa lo ha già tesserato, ma per farlo direttamente giocare con i grandi. Neanche adolescente, Dražen è già uomo. Gioca con una personalità fuori dal comune, perfettamente cosciente del proprio talento e di come convogliarlo sul campo. La scorpacciata di tiri al giorno ne ha affinato la tecnica, su polpastrelli delicati. Sa anche passare, ma ha soprattutto punti per le mani; è una guardia, ma all’occorrenza anche playmaker. Al Šibenik, Dražen diventa la stella che illumina il cammino. Soprattutto quello europeo. Nel 1982, la cavalcata in Coppa Korac è di quelle che valgono una finale. Crollano Aris Salonicco e l’Arrigoni Rieti di Sojourner. In semifinale può poco anche la più quotata Stella Rossa. Si va a Padova, sede dell’ultimo atto. Lì ci sono i francesi del Limonges di una vecchia conoscenza italiana, Irv Kiffin. E non basta neanche Petrović. Finirà 90-84 per i transalpini, con un arrivederci all’anno successivo. Dodici mesi più tardi, sarà ancora quella la finale e l’esito non cambierà. Dražen tiene il Šibenik sulle spalle, ma all’ultima sirena sono nuovamente gli altri a festeggiare. Per vincere manca qualcosa, ma Dražen non può trovarlo a casa sua. Deve cercalo altrove, a Zagabria, dove il Cibona del fratello Aza lo chiama nell’estate dell’84. In panca siede coach Mirko Novosel, più o meno un decano, che oltretutto si alterna tra club e Nazionale. Con Petrović già si conoscono: l’ha convocato proprio per i Giochi Olimpici di Los Angeles e insieme si sono messi al collo una medaglia di bronzo. Gli elementi per scrivere la storia ci sono tutti.

 

Petrovic in azione col Cibona

 

Dražen sale di livello, al pari di un Cibona che trova in quel ventenne già maturo il proprio leader naturale. Al primo anno è già titolo nazionale, ma soprattutto Coppa dei Campioni. La finale di Atene è uno show, contro il Real Madrid di Lolo Sainz. Finirà 87-78, Petrović ne infila addirittura 36, aiutato dai 16 del fratello Aza e Zoran Cutura. La stagione successiva, ecco il bis. Nei gironi paga dazio anche la Milano di Mike D’Antoni, ma l’atto conclusivo offre come avversario lo Žalgiris contro cui il Cibona ha già giocato e anche perso, visti i regolamenti dell’epoca. Il 3 aprile, a Budapest, è l’occasione per regolare i conti. Lo fanno i croati, con Dražen in campo senza mai rifiatare un minuto. Smazza 5 assist, ci mette su 22 punti. Dall’altra parte c’è solo Sabonis, ma 27 non gli bastano per andare a vedere. 94-82, l’Europa cestistica parla ancora slavo.

Per Petrović è più o meno la definitiva consacrazione, mentre per tifosi e giornali è già diventato il Mozart dei canestri. Il suo basket è una melodia, che conosce anche la Scavolini Pesaro nella Coppa delle Coppe ’87: lì lo score chiama 28 e neanche Ario Costa e Walter Magnifico possono qualcosa. Potrebbero invece Nando Gentile e Oscar Schmidt, due anni dopo, ma anche il loro è solo un tentativo. I due si ritrovano Dražen in finale contro la loro Caserta, ancora in Coppa delle Coppe, ma stavolta con la canotta di quel Real Madrid al quale si è accasato solo pochi mesi prima. Sotto la Reggia se la ricordano ancora quella partita. Punto a punto, Nando con la palla della vittoria nel finale. Errore, supplementare. Lì Petrović non lo ferma più nessuno. Alla fine saranno 62 punti personali, più della metà dei 117 con i quali i madridisti si imporranno sui bianconeri. Ormai l’Europa è un vestito troppo stretto in cui stare, la competitività di Petrović ha bisogno di altri stimoli. Potrebbe restare e continuare a dominare, ma sceglie di andare ad esplorare quel mondo oltre Oceano. Giusto per far vedere anche a loro chi sia il più forte. In Nba lo aspetta Portland, che nel 1986 lo ha scelto come terza scelta al Draft ed ora è pronta a prenderselo, in un’estate che vede attraversare il globo anche da altri due che Dražen conosce bene, Dino Radja e Vlade Divac: il primo è come lui croato, ma il secondo è il suo migliore amico. Insieme sono probabilmente una delle migliori espressioni mai avute dal basket jugoslavo, nella grande famiglia ancora unita, che con altri calibri come Savić e Kukoc è andata a medaglia a Seul ’88 e si è presa l’oro europeo in casa propria, nel 1989, sotto la guida di Dušan Ivković.

Divac e Petrovic

C’è sangue serbo e croato in quello spogliatoio, oltre a puro distillato di talento. Caratteri forti, mani di velluto. Si va d’accordo, si gioca insieme. Il basket placa tutto, ma non sempre ci si ama. Tra Petrović e Divac però è diverso, lì è amicizia vera, nonostante il primo sia croato e cattolico, il secondo serbo e ortodosso. Il giorno e la notte che si fondono insieme, tra il Mozart dei canestri e il gigante che divora due pacchetti di Marlboro al giorno.

Mentre Dražen è volato in Oregon, Vlade è finito sulla sponda gialloviola di Los Angeles, scelto al primo giro di Draft. Stessa costa, migliaia di chilometri di distanza. Ma mai come in quel periodo i due si ritrovano a essere fondamentali l’uno per l’altro. Lo è soprattutto Divac per Petrović, perché al di là delle convinzioni con cui è partito, la vita di Mozart non è così morbida da masticare sui parquet di chi la pallacanestro se l’è inventata. L’ex ragazzo di Šibenik plana in uno spogliatoio dove si cambiano Clifford Robinson, Buck Williams, Terry Porter. Parla una lingua cestistica semplicemente diversa, quella statunitense fatica a metabolizzarla. Finisce fin troppo spesso in panchina e alcune volte neanche si alza. Per uno che il campo non lo lasciava mai se non per sfinimento è come ritrovarsi su un altro pianeta. È qui che Divac capisce l’amico. Non passa sera senza che il telefono di Dražen squilli e immancabile si senta salutare dal vocione serbo, che lo rassicura, lo tranquillizza. Arriverà anche il suo momento, come per Vlade in California e Dino a Boston. Sono parole fondamentali. In più Petrović sa che il suo talento verrà fuori. Più tempo passa in panca, più si ferma in palestra alla fine di ogni sessione di allenamento. Anche perché in estate c’è il mondiale in Argentina. Dražen c’è e non potrebbe essere altrimenti. Con lui, l’amico fidato e un’altra bella banda di talenti. Vincere è quasi un diktat, anche se nel girone la Jugoslavia si lascia superare da Porto Rico, arriva seconda e in semifinale trova gli Stati Uniti di Mike Krzyzewski. Contro Team Usa Divac non è al meglio e Mozart fa gli straordinari: ne piazza 31 sui 99 totali della squadra. Si vola in finale. Lì neanche l’Urss riesce a tenere la forza d’urto slava. Finisce 92-75. Una Nazione che sta morendo è sul tetto del Mondo. La Jugoslavia si ritrova unita per una delle ultime volte. Sarà invece l’ultima per Dražen e Vlad. Mentre vanno sul podio, un tifoso croato allunga verso Divac la bandiera del proprio paese. Il gigante la allontana, ricorda che quella è la Jugo, non la Croazia. Petrović la prende male. Dopo la coppa, non gli rivolgerà più la parola.

 

Il rifiuto di Vlade

 

Dražen torna in America con una medaglia in più e un migliore amico in meno. Ai giornalisti che lo incalzano sul tema risponde a mezza bocca, ma sul parquet iniziano a far parlare le sue prestazione. Non a Portland però, ma nel New Jersey, dove i Blazers lo hanno lasciato andare senza battere ciglio. Ma è proprio nei Nets che Petrović rinasce. Coach Bill Fitch gli concede finalmente fiducia, Dražen immancabilmente la ripaga con oltre 20 punti di media in stagione. Gli americani forse non lo amano, ma iniziano a rispettarlo, grazie a prestazione come quelle contro gli Houston Rockets di Vernon Maxwell, che aveva osato provocarlo.

“Deve ancora nascere un europeo bianco che mi faccia il culo”. Per tutta risposta, Mozart gliene suonerà 44.

Ne riconosceranno ancora di più il carattere nel ’92, a Barcellona. Giochi Olimpici, gli Usa decidono di giocarsi la carta Dream Team. Il Mondo ormai era cambiato, Petrović per la prima volta è un croato che gioca per la Croazia, al servizio di coach Petar Skansi. Ne piazza 28 in semifinale, 24 in un atto conclusivo quanto mai così scontato, ma dove lui non abbassa la testa neanche davanti Michael Jordan e la sua squadra cade in piedi, per 117-85. Contro i migliori mai visti, era un distacco da festeggiare.

 

Dražen vs MJ

Quando torna negli States, la carriera di Dražen sembra ormai una discesa. La media punti aumenta e la leadership pure. Non solo diventa il primo europeo a venire inserito in uno dei tre migliori quintetti stagionali, ma a fine stagione decide pure di rimanere Free Agent. Senza contratto, vuole una squadra da titolo. E se la meriterebbe.

Forse pensa proprio a questo, quando si mette in macchina quel 7 giugno, a Slovenia triturata e Europei in vista. O all’oro che potrebbe rivincere, o ha semplicemente sonno. Molla il volante alla ragazza, leva la cintura. Si addormenta.

E ancora sogna.