In tempi di vacche magre, tutto fa brodo. Nella notte tra sabato e domenica scorsa, Sam Querrey è tornato ad essere lo Zio dell’America tennistica battendo Rafael Nadal nella finale dell’ATP 500 di Acapulco. Un successo del tutto inatteso e giunto al termine di una tra le migliori settimane nella carriera del 29enne di San Francisco. Classe 1987 come Murray e Djokovic, Sam è un tipo a cui la modestia non fa certo difetto. Quando, l’anno scorso, sconfisse Novak Djokovic a Wimbledon, provò a minimizzare l’accaduto definendosi solo un buon giocatore e niente più. Eppure aveva appena eliminato il dominatore del circuito, il primo uomo dopo oltre 45 anni a detenere contemporaneamente i quattro titoli maggiori del tennis: Wimbledon e US Open (2015), Australian Open e Internazionali di Francia (2016). Una vittoria che ha rimesso un tennista americano al centro dell’attenzione mediatica come non accadeva da tempo. Sì perché i numeri parlano chiaro e sono impietosi con la nazione che, fino alle soglie del nuovo millennio, aveva monopolizzato a più riprese, per qualità e quantità, la classifica mondiale maschile.

Lo Zio Sam sa come affossare i giganti

Lo Zio Sam sa come affossare i giganti

Quando Roddick, nel 2003, vinse gli US Open e diventò n°1 del mondo, nessuno pensava che quello sarebbe stato a tutt’oggi l’ultimo slam maschile a stelle e strisce. Se non bastasse, eccezion fatta per lo stesso “A-Rod” che perderà qualche finale (clamorosa quella di Wimbledon 2009 contro Federer, 16-14 al quinto set), nessun americano ci si è più nemmeno avvicinato. Nell’ultima classifica ATP sono otto gli statunitensi tra i primi 100 e ben quattro tra i primi 30 ma l’età media è piuttosto alta (oltre i 25 anni) e nel breve-medio termine non sembrano esserci elementi in grado di potersi insediare nelle zone alte della graduatoria. Ecco allora che vedere Sam Querrey con tanto di sombrero in testa e trofeo a forma di pera tra le mani ha fatto rispuntare il sorriso ad un ambiente un po’ depresso che non riesce a trovare la maniera di tornare in cima alla montagna. La settimana messicana di “Uncle Sam” non è stata certo all’insegna degli sconti. Eccezion fatta per il britannico Kyle Edmund, sconfitto all’esordio in tre partite, Querrey ha dovuto affrontare tutte teste di serie. La prima di queste è stato il belga David Goffin, recente finalista a Rotterdam, a cui il nostro ha lasciato cinque giochi (6-2, 6-3). Poi è stata la volta dell’austriaco Dominic Thiem che, d’accordo, gioca troppo ma è pur sempre il n°9 del mondo: 6-1, 7-5 e semifinale dove ad attenderlo non c’è Novak Djokovic bensì il suo giustiziere, Nick Kyrgios. L’australiano è favorito, non fosse altro perché ha già battuto Querrey nell’unico precedente e per come si è disimpegnato contro il serbo. Kyrgios domina il primo set (6-3), si mette la solita maschera nel secondo (1-6) e rimanda tutto al terzo, il più equilibrato, in cui Sam è più freddo nel finale e mette a segno il break decisivo (7-5). Querrey è alla finale n°16 in carriera e ha un bilancio lievemente positivo: 8 vinte e 7 perse. Molto probabilmente pareggerà, suo malgrado, il conto perché l’avversario che gli è toccato in sorte è imbattuto ad Acapulco (14 vittorie in altrettanti match disputati e un bilancio terrificante di 28 set a zero, anche se è giusto precisare che in passato si giocava sulla terra rossa) e ha appena annichilito Marin Cilic lasciandogli tre giochi. Tuttavia, nel fondo del suo cuore Sam lo schivo ha un sogno: dopo Murray e Djokovic, vorrebbe battere almeno una volta anche gli altri due “Beatles”. Con Nadal ha perso quattro volte su quattro ma quasi mai nettamente. Insomma, potrebbe esserci partita.

Accoppiata sombrero-pera davvero imbarazzante ma quel sorriso la dice lunga

Accoppiata sombrero-pera non il trionfo dell’estetica, ma il sorriso la dice tutta

Sam sa quel che deve fare: tenere ad ogni costo la propria battuta, rifuggire gli scambi lunghi come i vampiri farebbero con l’aglio e rischiare oltre il dovuto nei turni di risposta. Sa anche, però, che sulla carta sono tutti bravi mentre il campo è ben altra cosa. Quello che invece non sa è che Rafa, a secco di titoli sul duro da Doha 2014, è forse più teso di lui. Dopo i primi sette giochi rapidi e senza sussulti, nell’ottavo all’improvviso si apre uno squarcio: due errori spagnoli e due prodezze americane confezionano il break a zero che di fatto chiude il primo parziale, perché Sam al servizio ha percentuali eccellenti e non trema nemmeno sotto lo striscione (6-3). Nella seconda frazione Querrey realizza di colpo cosa sta succedendo e il pizzicotto sulla guancia ha il potere di svegliarlo dal sogno e spedirlo direttamente nell’incubo di un ottavo gioco in cui concede ben cinque palle-break al maiorchino. Una di queste, la seconda, è un invito a nozze per il passante di Nadal che invece sbaglia clamorosamente e non farà molto meglio nelle successive. Sam si salva, trascina lo spagnolo al tie-break e ne attende gli errori che lo portano al match-point sul 6-3: Nadal sbaglia un altro dritto e consegna allo zio Sam il nono titolo in carriera, secondo di questa rilevanza dopo Memphis 2010.

Querrey non sarà mai McEnroe, Sampras o Agassi ma ha vinto su ogni superficie e continua a inseguire i suoi sogni. Adesso gli manca solo Federer ma è costretto a sbrigarsi perché Roger non giocherà in eterno. Intanto ha messo in bacheca il trofeo messicano. In tempi di vacche magre, tutto fa brodo. Anche una pera.