Ci apprestiamo qui a una grande fatica. O meglio a dover serbare estrema attenzione, come chi rientra a casa nel cuore della notte e misura i passi, per non svegliare nessuno. Se infatti è vero che ormai attaccare il cosiddetto politicamente corretto è diventato passatempo diffuso, quasi uno sparare sulla Croce Rossa, è altresì certo che alcuni presupposti fondamentali della nostra civiltà raramente vengono messi in discussione: primo fra tutti, o giù di lì, la santificazione della pace. E proprio nei giovani – che più di tutti risentono di una propaganda ideologica che si è travestita da natura, da fatto compiuto – il pacifismo appare come un bagaglio imprescindibile e irrevocabile: siamo noi, i giovani, orfani di guerre ma anche di battaglie, la più grande contraddizione di un ordine che si è immobilizzato nella fine della storia.

“Si consuma, ai nostri giorni, il paradosso dei giovani. Storicamente i giovani hanno sempre avuto una propensione alla guerra superiore agli adulti. Non s’erano mai visti, prima d’oggi, dei giovani pacifisti. I giovani sono sempre stati tendenzialmente guerrafondai. Per questioni di vitalità, di esuberanza, di incoscienza. Per quella loro vocazione alla violenza che non è un’invenzione di Sorel. Per l’ansia di assoluto che li caratterizza. Perché é dei giovani, più che degli adulti, accettare di perdere la vita per un’idea. Perché in essi è maggiore il bisogno di prova e di identità” (Massimo Fini)

Ma perché affermiamo tutto ciò? Quale relazione dovrebbe mai avere la guerra, o meglio l’esigenza della guerra, con la materia che trattiamo qui? Ebbene una relazione più profonda di quanto si pensi, profondamente umana, esistenziale. Da sempre infatti è connaturata all’uomo un’aggressività che ha bisogno di sfogo, di forme in cui esprimersi; se millenni or sono queste erano rappresentate dalla guerra ma soprattutto da feste, riti orgiastici, sacrifici umani e via discorrendo, con il passare del tempo e con l’avanzata della civilizzazione l’esigenza di violenza si è sempre più circoscritta, costretta nella rigida forma delle guerre che ogni generazione era bene o male costretta ad affrontare. Protagonista era pur sempre l’uomo con il suo coraggio, il suo valore e la sua intelligenza; fino a meno di un secolo fa, e per millenni, abbiamo avuto forme riconosciute, accettate e legittimate in cui esternare quella volontà di potenza, aggressiva e liberatoria, senza tutti i rischi individuali e sociali di una sua repressione. Dalla fine della seconda guerra mondiale però, con la relativa cortina di ferro e la pace atomica – non abbiamo smesso di fare guerre per un traguardo di civiltà, bensì perché la tecnica ci ha sottratto il primato nel conflitto disumanizzando la vecchia, buona e sacra guerra e lasciando l’uomo nella più radicale impotenza – l’aggressività ha dovuto trovare nuovi canali in cui sgorgare fuori: uno di questi è stato certamente lo sport.

“La Bomba ci ripugna. Perché? Perché essa è la fine della guerra e noi vogliamo fare la guerra, la Bomba… ci priva del gioco decisivo che noi giochiamo da milioni di anni” (Alberto Moravia)

lancers-charge

Boccioni esalta la guerra nel primo conflitto mondiale, durante il quale l’uomo recitava un ruolo da protagonista e non era ancora in balìa della tecnica. (Carica di Lancieri, Umberto Boccioni)

Attenzione, questa genealogica premessa non ha nulla a che vedere con le giustificazioni alla violenza negli stadi, benché meno intende farsi portavoce delle istanze ultras: il punto è un altro. Si parla di esigenza di aggressività come sfogo fisico, che non necessariamente deve assumere caratteri violenti. Lo sport rappresenta a tal riguardo un’esaltazione; un semplice scatto è una ribellione al quotidiano. Una partita di calcio, con tutti i suoi contatti e insulti, è la migliore delle violenze possibili, vissuta senza rancore ma legittimata e giustificata dalla pratica. Raggruppare infatti sotto il termine violenza fenomeni con premesse estremamente diverse, ma simili nella prassi e negli esiti, è l’errore di una modernità perennemente spaesata e timorosa; si finisce così a mettere sullo stesso piano l’esplosione della violenza repressa – che sfocia in forme odiose e raccapriccianti – e la sana e vecchia violenza fisica, scuola di vita, vissuta senza rancore o esigenze di vendetta, senza ribollimenti di frustrati e invidiosi, nel momento, senza premi e punizioni, al di là del bene e del male.

“Voi dite che la buona causa santifica persino la guerra? Io vi dico: è la buona guerra che santifica ogni causa” (Friedrich Nietzsche)

Senza cadere nella filosofia tra l’altro, dove tutto è sanamente relativo, l’inevitabile esplodere della pressione è anche un principio della fisica. Così avviene per la società contemporanea occidentale, in cui è stata estirpata l’idea stessa della violenza e dunque, quando questa si manifesta, assume forme nauseanti e macabre. Un mondo in cui automobilisti nelle loro bare di metallo sono pronti a litigare come cani al guinzaglio per una precedenza, e in cui i telegiornali il giorno dopo l’ennesimo omicidio delle villette a schiera (Guido Ceronetti) ci sommergono di interviste ai vicini di casa, i quali affermano convinti e sconvolti che l’assassino era una brava persona, e “salutava sempre”. Il macabro si rivela laddove l’aggressività sana viene repressa. Sarà una ricostruzione parziale, superficiale se non fuorviante; sta di fatto che negli ultimi decenni l’uomo occidentale ha subito un processo di destrutturazione e sradicamento come mai gli era capitato prima. Bombardato dalle pubblicità, assediato dal progresso, colonizzato nell’immaginario, l’uomo oggi non è più sicuro nemmeno della propria identità sessuale. Tra svirilizzazione, teorie gender e riduzione dei sessi a costrutti sociali l’uomo occidentale, citando Eric Zemmour e Alain De Benoist, si è radicalmente femminilizzato; è diventato ormai solo un uomo sociale, recidendo qualsiasi legame con l’uomo naturale.

“La società unanime sta domandando agli uomini di rivelare la femminilità che è in loro. Con sospetta, morbosa e stupefacente buona volontà gli uomini stanno facendo del loro meglio per mettere in atto questo programma ambizioso: diventare una donna come le altre. In sostanza per superare i propri istinti arcaici. La donna non è più un sesso, è un ideale” (Eric Zemmour)

Ed eccoci arrivare anche alla questione stadi. Anche qui si mette tutto in un unico calderone, dagli scontri ai cori di discriminazione territoriale/razziale. Lo Stadio è (o meglio era) uno degli ultimi baluardi dell’uomo naturale presenti sulla scena, un’esperienza puramente catartica, purificatrice. Non solo un argine all’espressione di aggressività in altre forme, ma anche un’evasione dal quotidiano, dai ritmi meccanici e alienanti di una vita sempre uguale, un’uscita dalla noia, in quello che Malinoski chiama l’imbrigliamento dell’aggressività a opera della civiltà. E già richiamare tutto ciò è esagerato per evidenziare quanto troppe limitazioni negli stadi siano prive di fondamento, se non dannose: dai Daspo facili alla Tessera del tifoso, dagli ammonimenti per chi alza cori a quella stronzata della discriminazione territoriale. Allo stadio in realtà si insulta l’avversario, e lo si fa con la prima arma di offesa disponibile: credete veramente che le migliaia di tifosi che ululavano a Balotelli in giro per l’Italia fossero convinti della superiorità della “razza” bianca? Anche qui, il recinto costruito intorno al pensiero e all’espressione si stringe: se (forse) si può attaccare la sanzione alle discriminazioni territoriali, frutto di cori che si fanno goldiardicamente fin da ragazzini, guai a toccare i nervi scoperti dell’argomento razzismo. Che si parli almeno di prevenzione, educazione ed esempio, ma per favore che non si abusi di una parola ormai talmente inflazionata da aver perso anche il suo reale significato.

sanpaolo2-GettyImages-508907894

La migliore risposta possibile dei tifosi del Napoli alle discriminazioni: striscione autoironico e maschere di Koulibaly

Il punto qui è che stiamo perdendo il controllo: tra telecamere, moviole e censori stiamo rendendo il calcio uno sport per ballerine, o meglio uno spettacolo. E il problema dello spettacolo è che deve sottostare necessariamente alle leggi dello show business, della prima serata. Deve essere un bene consumabile per più persone possibili, un prodotto accattivante e perfettamente confezionato, un servizio montato sulle note dell’ultima canzone dance in vetta alle classifiche di Mtv. E al di là della sovrastruttura, il nucleo del processo resta economico: la trasformazione degli stadi in teatri, in cui tutti devono stare rigorosamente seduti al proprio posto, senza fare troppo rumore, nasconde un mal celato fine economico. Le idee dominanti sono sempre quelle della classe dominante, diceva Marx: aveva dannatamente ragione. Così gli stadi-teatro si rendono necessari per “riportare le famiglie allo stadio” e per “prevenire violenze”; queste solite frasi, espressioni nauseanti e claustrofobiche del si diceche accogliamo messianicamente come verità incontestabili calate dall’alto. Come se poi gli scontri più gravi negli ultimi anni (quelli in cui purtroppo si sono registrate anche vittime) si fossero registrati all’interno delle strutture sportive e non fuori, dove vige la legge penale e un teppista prima di essere ultras è un delinquente, e come tale va trattato.

“Il fascismo, non è stato sostanzialmente in grado nemmeno di scalfire l’anima del popolo italiano: il nuovo fascismo, attraverso i nuovi mezzi di comunicazione e di informazione – specie la televisione-  non solo l’ha scalfita, ma l’ha lacerata, violata, bruttata per sempre” (Pier Paolo Pasolini)

E qua chiudiamo il cerchio con le responsabilità dei media: perché oggi, per essere liberi intellettualmente, si deve passare prima per un processo di disintossicazione lungo anni. La televisione e i mezzi di comunicazione sono onnipervasivi e ci instillano una certa visione del mondo fin da quando ci troviamo nella culla. Sono ormai vent’anni che servizio dopo servizio, articolo dopo articolo hanno trasformato il calcio in uno spettacolo. Di più, uno spettacolo politicamente corretto. Tra la retorica da top players, schiava di una concezione limitante e individualista dello sport, e la patina scintillante di cui si riveste ogni partita, con mille riprese, spider cam, telecamere negli spogliatoi e interviste post partita, lo spettacolo ha invaso ogni spazio del reale e del simbolico. E come al solito quando si parla di show, di prodotti da vendere e di come venderli, tutto viene dall’America, una nazione senza storia che da ormai un secolo ci insegna come stare al mondo: l’Europa, grondante di storia e tradizioni, svuotata dalla civiltà dell’apparenza. Anche perché passi tutto, ma non la narrazione sportiva: roba che quando noi avevamo Brera, da loro i neri non potevano nemmeno giocare insieme ai bianchi (parlando di razzismo, quello vero). E guarda caso negli USA, che ci indicano la via, il calcio è lo sport della classe medio-alta della popolazione, il passatempo post-borghese a cui i genitori sono estremamente contenti di far dedicare le proprie figlie; negli Stati Uniti infatti, società dell’uguaglianza di cartone, il calcio femminile conta su numeri impressionanti, e recentemente il Senato americano ha decretato la parità di salario tra la Nazionale femminile e quella maschile (una simile assurda rivendicazione, anch’essa accolta, la fanno le tenniste, peccato che la partita femminile in media la vadano a vedere dieci spettatori paganti e la partita maschile cento).

“Gli Statunitensi non si sono mai accorti che il calcio è uno sport da uomini […] La Nasl (North American Soccer League, ndr) cercò di vendere il calcio alle famiglie e ottenne le donne. Si trattava di una strategia commerciale che mancava negli altri sport. Inizialmente, cercarono di vendere il calcio come un gioco “picchiali e sfondali”, e fecero davvero fatica a ottenere risultati. La gente andava allo stadio e diceva: «Certo che non è al pari del football».” (Simon Kuper, Calcio e potere)

Children with their faces painted with the American flag cheer as the United States and Germany women's national teams play in the SheBelieves Cup in Chester, PA, on March 1, 2017. / AFP PHOTO / DOMINICK REUTER (Photo credit should read DOMINICK REUTER/AFP/Getty Images)

C’è qualcosa di peggio del calcio femminile americano: il pubblico del calcio femminile americano

E allora basta con questo perenne senso di colpa. Basta con le donne, l’uguaglianza, l’anti-discriminazione, le chiacchiere infinite e inconcludenti, lo spettacolo patinato e la retorica a ribasso. Basta con la neo-lingua, che prima del linguaggio limita il pensiero. Basta con il respect (ora #EqualGame) della UEFA. E basta con Ilaria D’Amico, Massimo Mauro e con il commentatore di turno che alla prima scaramuccia in campo assume le veci di Catone il Censore, parlando di brutte scene che non fanno onore al calcio. No, onore al calcio non lo fate voi. E avete sanamente rotto i coglioni: voi, le donne, il razzismo e gli Stati Uniti.

“Mi si biasimi pure, ma io sono un uomo e amo la guerra. Non ho l’ipocrisia di dire: “Non amo la guerra”. Io l’amo, come ogni uomo ben nato, sano, coraggioso, forte, ama la guerra, come ogni uomo che non è contento degli uomini, né dei loro misfatti” (Curzio Malaparte)

.

 

Ispirazione umana, letteraria e non solo: Elogio della guerra, di Massimo Fini

.

Foto di copertina: Dinamismo di un Footballer, Umberto Boccioni, 1913.