Nell’immaginario comune si è convinti che la missione di un atleta sia, prima di tutto, la ricerca del gesto tecnico di bellezza superiore. Così non è stato per Emil Zátopek. Il corridore cecoslovacco, nato nel 1922, cominciò a farsi conoscere alle Olimpiadi di Londra 1948 conquistando la medaglia d’argento nei 5.000 m, ma soprattutto vincendo l’oro nei 10.000 m. La sua fama era legata in realtà alla maniera tremendamente sgraziata con la quale correva: il volto contratto in una espressione di dolore e fatica, la testa incassata tra le spalle, il dondolio di braccia e spalle scoordinato e antiestetico. Ma soprattutto quel modo disperato di prendere aria, uno sbuffo pesante che gli valse il soprannome di “locomotiva umana”.

 

Nel fango di Londra, senza grazia ma con caparbietà

Il suo stile forse era dovuto anche al fatto che, prima di quelle Olimpiadi, non aveva mai seguito un programma di allenamenti studiato scientificamente. Si era avvicinato alla disciplina della corsa intorno ai vent’anni quando faceva l’operaio in una fabbrica di scarpe; accadde per caso, dopo un secondo posto nella gara aziendale, che Zátopek scoprì quella sua predisposizione così interessante. Cominciò quindi ad andare a correre nel tempo libero (mattina, sera, notte: dipendeva dai turni della fabbrica). Arruolato durante la Seconda Guerra Mondiale, si imponeva dei programmi di allenamento ai limiti delle capacità umane. Basti pensare che correva su sentieri innevati con i pesanti stivaloni militari d’ordinanza. Zátopek però non era solo testardo e dotato di una forza di volontà fuori dal comune, ma anche un corridore attento, profondo conoscitore di quella macchina fantastica che era il proprio corpo. Con l’esperienza porrà le basi per il cosiddetto “interval-training” che consiste nella serie ripetuta di 400 metri, interrotti da 200 metri di recupero: una tecnica ancora utilizzata negli allenamenti dei mezzofondisti moderni.

 

Con una preparazione di questo genere, e una caparbietà al limite dell’incredibile, non sorprende che – finita la guerra – abbia fatto senza battere ciglio circa 350 chilometri in bicicletta per potere partecipare alla sua prima gara, in quel di Berlino.
La sua definitiva consacrazione però arrivò alle Olimpiadi di Helsinki, nel 1952. Un’Olimpiade alla quale non avrebbe dovuto neppure partecipare. Nella rigida divisione del mondo postbellica, la Cecoslovacchia era finita nell’orbita dell’Urss. La federazione cecoslovacca dell’atletica di conseguenza decise di escludere tutti quegli atleti sospettati di osteggiare il regime comunista allora al potere. Zátopek aveva regolarmente la tessera del Partito Comunista, ma il suo amico e compagno di squadra Sebastian Jungwirth fu estromesso in quanto figlio di un dissidente politico. Zátopek annunciò in tutta risposta di voler rinunciare alla convocazione in segno di protesta per quella decisione, costringendo così il comitato olimpico nazionale a revocare l’esclusione per non rischiare di perdere l’atleta di maggiore spicco.

 

Emil Zátopek in compagnia della moglie Dana Ingrová

Rispettando le attese, Zátopek corse e vinse sia i 5.000 m che i 10.000 m, facendo segnare i nuovi record olimpici per entrambe le discipline. Dopo avere concluso queste due gare prese la decisione che lo portò nella leggenda. Scelse infatti di correre anche la maratona, nonostante non avesse mai gareggiato su quella distanza prima di allora. Il favorito per la medaglia d’oro era l’inglese Jim Peters, il quale da subito cominciò a imprimere un buon ritmo alla corsa. Nei primi dieci chilometri Peters aveva finito per tenere un ritmo così alto da trovarsi in testa alla corsa. In mancanza di esperienza precedente su quella distanza, Emil Zátopek era partito con l’idea di seguire la strategia di gara del campione inglese. Tra il decimo e il quindicesimo chilometro, progressivamente, insieme allo svedese Gustav Jansson, riuscì a raggiungere il corridore britannico.

 

Incuriosito da quel modo di condurre la corsa, a un certo punto Zátopek si affiancò a Peters e gli chiese se – per una gara di quel tipo – era normale tenere una velocità così alta e un ritmo così sostenuto; l’inglese, beffardamente, rispose che in realtà stavano andando perfino troppo piano. Forse l’incedere sgraziato e la smorfia sul volto dell’avversario – che sembrava sempre in procinto di crollare, da un metro all’altro – lo portarono a sottovalutare l’atleta cecoslovacco. Ad ogni modo, Zátopek lo prese in parola, e si mise in testa imprimendo una ulteriore accelerazione. Mantenne quel rinnovato passo di gara, non si fermò mai ai rifornimenti (da mezzofondista, non aveva contemplato quella possibilità) e arrivò a sfiancare i suoi diretti avversari: gli ultimi dieci chilometri li percorse in solitaria, vincendo la medaglia d’oro e segnando il nuovo record olimpico. Non fu più in grado di camminare per una settimana, ma non gli pesò e dichiarò con il suo solito spirito gioviale:

“Se desideri vincere qualcosa puoi correre i cento metri. Se vuoi goderti una vera e propria esperienza corri una maratona”.

Emil Zátopek si ritirò dalle corse pochi anni dopo. Dovette aspettare molto di più per vedere ristabilito il suo nome: la rottura con la federazione non fu che il principio di una spaccatura sempre più ampia tra lui e i vertici sovietici. Nel 1968 si oppose alla Primavera di Praga. L’invasore gliene fece pagare le conseguenze, confinandolo con la moglie sulle montagne e costringendolo a lavorare come spazzino, minatore e addetto alle stazioni di servizio. Dovette aspettare il 1989 per riacquisire lo status di uomo libero.

 

Tra i carri armati nella primavera di Praga 1968

 

Zátopek è morto a Praga il 22 novembre 2000. La moglie Dana Ingrová, a Sports Illustrated, ha raccontato: “Mi ricordo che una domenica mattina corremmo per venti chilometri nella neve del bosco. A metà percorso io crollai a terra sfinita. Tu vai avanti, lasciami morire qui, dissi scherzando a Emil. Ma lui prese una corda e mi legò ai suoi fianchi. Così corse fino a casa trascinandomi nella neve. Alla fine di quella giornata, arrivati a casa, mi disse che si sentiva stanco. Una volta tanto…”.