Montevideo è una città della memoria, del desiderio, dei sogni. Montevideo è una città nascosta, anzi invisibile. Montevideo è una gigantesca metafora. Montevideo non si vede, non è mai dichiarata, lo dicono i suoi figli, i suoi scrittori, è fuori dalla storia, eppure questo suo “non-essere” ansima di un’aria che riabilita il tempo occultato. Le strade, i cortili, i caffè, i teatri, i palazzi, tutto richiama alla città della prima metà del Novecento, “dove tutto è dato a malincuore” diceva Cortázar, restituendo quel particolare sentimento di “pigrizia” di fronte ai destini del mondo e alla coscienza portante delle delusioni.

 

Montevideo dall’alto

 

Montevideo è una città in esilio nel suo continente, Montevideo è più europea che sudamericana, e più ci si allontana dal diaframma di Carlos Gardel e del “Solis”, più si trasforma in una città fatta di interni. Di alloggi chiusi, allagati dalla luce o dall’ombra, abitati da donne dai sorrisi ingialliti e ragazzine di nome Nilda o Adelina, i cui genitori in salotto hanno appeso la fotografia dei bisnonni italiani. Si sente la lentezza delle ore, la foschia, lo sferragliare dei tram, perfino l’ansia trattenuta di una partita a carte e l’indolenza delle foglie morte sui marciapiedi. Nei quartieri al limitare del centro la città è percepita in due sensi unici, alto o basso. Da un sottoscala, da dove si vedono le gambe dei passanti o da un balcone dal quale osservare esistenze appese alla speranza come un rosario al capezzale del letto mentre nugoli di bambini giocano con un pallone consunto dall’esito di mille traiettorie su un lembo di terra dimenticato perfino dal silenzio. Ma al silenzio piace la musica, ci riflette sopra, è un illusionista, e quelle note di gioia infantile che sembrano un esercizio, divengono improvvisamente una milonga, una dichiarazione d’amore del Barrio.

 

Ci sarà un ragazzino a ridestare il “Capurro”; un ragazzino di quelli timidi, introversi, disinteressati alla gloria perché capaci di vivere il talento alla pari di una qualità qualsiasi, qualcosa che si porta come il colore degli occhi o un lato sgradevole del nostro essere, qualcosa che è meglio intravedere che vedere. Enzo Francescoli è stato la normalità del talento, o l’umiltà del talento, colui che non vuole darne sfoggio e forse, se non avesse avuto fortuna nel calcio, avrebbe comunque serenamente spogliato le albe e i tramonti dai rimpianti. Francescoli è un romanzo disincantato, cortese, privo dell’ostentazione di governare il testo, puoi gettare in aria le pagine, ordinare un “Chivito” e una birra e poi tornare per strada a raccogliere i fogli e accorgerti che pure senza badare alla numerazione delle pagine il senso sarà lo stesso compiuto in un’escatologia apparsa chiara dalla genesi.

 

Francescoli in un’intervista, con la maglia dell’albiceleste

 

La cronologia dei fatti andrà rispettata per pura formalità ma in fondo dire che il ragazzino era gracile, e che sopperiva con l’intelligenza al deficit fisico, aggiunge solo retorica allo stereotipo snervante del piccoletto inadatto alle randellate e al gioco duro, con l’aggiunta dell’offeso sentimento familiare, da sempre vicino al Penarol, che si sente defraudato quando Enzo viene scartato al provino. Nessuna appendice, solo una dichiarazione rilasciata nella stanzetta sbreccata del Wanderers Fùtbol Club, una frase epigrafica utile a spezzare agende e taccuini, nuvole e sortilegi:

“Io voglio giocare nel River”.

“Va da se che la Celeste” è pura omissione. La nazionale è una rosa che penzola dalla bocca di Francescoli e sarà la preghiera estrema, la parete del sacello, quasi quindici anni di fioretti e di ex voto nello spazio ovale del “Centenario” dove ogni candela dal 1950 si consuma nell’aspirazione al ritorno nell’albo dei grandi del mondo. Ma l’Uruguay della trascendenza “Francescoliana” srotolerà solo la mappa dell’eldorado continentale punteggiata da tre coppe America.

 

In azione contro i verdeoro

Nell’estate del 1983 un delegato bonaerense con una valigia recante 50.000 dollari bussa alle porte del modesto Parque Alfredo Victor Viera e Enzo indossa la maglia con la banda trasversale rossa. Eppure la devozione dovrà sudarsela sul campo, con i capelli al vento, conquistando palmo a palmo qualsivoglia scetticismo nei suoi confronti finché un tecnico, Don Adolfo Pedernera, che ha in testa un River tutto suo, s’inventa Francescoli “nove e mezzo”, incasellandolo definitivamente nel suo modo preferito di intendere la vita e il pallone, nel limbo della dote, eccelsa ma non divina. Al riguardo, commenta lo stesso Enzo: “con Don Alfonso ci incontravamo alla caffetteria del club e subito mi disse: tu hai tutti i mezzi per giocare stabilmente negli ultimi 30 metri di campo, devi essere molto più scardinante di quello che già sei inserendoti come una pedina importante ma velata nella strategia della partita. Aveva ragione, gli sono sempre stato grato per avermi cambiato di ruolo”.

 

Nel 1984 il River arriva quarto, a otto punti dai campioni dell’Argentinos Juniors. Enzo chiude la stagione con 24 goal e diventa il Principe. In ogni casa di Nunez, nelle botteghe dei barbieri, nelle vetrine dei negozi, sulle mensole a specchio dei bar intorno al ribollente Monumental, incomincia il peana; incomincia ad apparire il suo poster, il suo volto, la sua estetica da corte, e ogni “papelitos” che svolazza sul campo è per lui. Spiega Vìctor Hugo Morales:

 

“Il soprannome nasce perché io canticchiavo sempre il tango Principe. Una volta segnò una rete e io ripetei una parte: Prìncipe soy, tengo un amor y es el gol. Peraltro il soprannome gli calzava alla perfezione, perché Enzo aveva un’aria malinconica ma un portamento davvero principesco”.

 

Alle origini della narrazione

Enzo Francescoli è un tutt’uno fra etica ed estetica. Alla grazia manca solo il titolo che il River vince il 9 marzo dell’86, battendo 3 a 0 il Velez al Monumental. Francescoli, fresco di matrimonio con Mariela Yern, trasforma un rigore all’ultimo minuto e festeggia con le braccia in alto davanti alla tribuna salutando il suo pubblico. A questo punto, nel mio personale lirismo sportivo non riesco a vedere Francescoli con un’altra maglia diversa da quella del River Plate, eppure, se bisogna credere in Amleto e non nella corte di Danimarca, succede che il Principe se ne va via destinazione Parigi. Il Matra Racing Parigi l’ha comprato per quattro milioni di dollari, offrendogli un sontuoso contratto, una fiammante Peugeot 205 e una villetta deliziosa.

 

Citiando un verso del Paradiso Perduto di John Milton (ah, mi raccomando quello illustrato da Gustave Doré) possiamo mutuare la frase che dice “ogni mente può fare del paradiso un inferno e viceversa”, e allora Montmartre può diventare la Caienna. Francescoli vive il suo periodo francese stordito dai furiosi litigi con il presidente Lagardère che voleva fare una grande squadra e invece fallirà miseramente. C’è la Juve che fa capolino per il dopo Platini ma Enzo firma per l’ambizioso Olympique Marsiglia. La nuova aria di porto, di fragranze, di carne e sangue, rimette Francescoli sull’altarino. L’Olympique diventa campione, tuttavia qualcosa non quadra. Il presidente Bernard Tapie non lo stima. Tanto grande è la delusione che Enzo decide di fare nuovamente i bagagli. I suoi avi erano partiti per il Sudamerica cent’anni prima da Novara; e Italia sia dunque, solo che il suo pensiero sfugge ai requisiti borghesi e se per i benpensanti del pallone Cagliari e la lotta per non retrocedere possono sembrare un affronto all’estro, nel 1990 tra un novantesimo minuto e una figurina panini Enzo approda sorprendentemente in Sardegna insieme ai connazionali Herrera e Fonseca. Ci resta tre anni divisi fra Claudio Ranieri e Carlo Mazzone e prima di andarsene inchioda Cagliari, orfano dei ricordi sbiaditi di Gigi Riva, sulla bacheca d’iscrizione alla Coppa Uefa.

 

Con i sardi

“Nessuno mi ha fatto sentire fenomeno, ma nessuno mi ha insultato quando stentavo ad ingranare. Capitò nei primi momenti sotto Claudio Ranieri. Giravo a vuoto. Però quell’allenatore attese paziente, lasciando che tirassi avanti tra i titolari. Altrove sarebbe scoppiata la guerra civile e invece, qui, certi malumori se li porta via lo scirocco”.

L’ultimo anno italiano lo gioca al Torino: aria seria, quasi severa, viso affilato, asciutto, occhi un po’ pesti da monaco penitente. Bene ma non benissimo, sente che è arrivato il momento di tornare nel nord di Baires dove risboccia in una seconda giovinezza calcistica che va al di là di qualsiasi logica anagrafica perché attecchisce nel calore incondizionato che la tifoseria del River nutre per lui. E quello che appariva un semplice “buen retiro” si rivelerà addirittura il momento migliore della sua carriera in cui s’infila in tasca quattro campionati argentini e soprattutto regala alla “banda” l’agognata “Libertadores”, sposa e corredo di ogni club dell’America Latina. Emoziona l’esultanza del telecronista al momento del suo ultimo goal e poi le lacrime nella partita d’addio, celebrata il primo agosto del 1999 in un Monumental febbricitante di amore e di lutto.

“Non sarà il calcio a lasciarmi, non mi troverà seduto. Sai che cosa? Quando arriverà quel giorno, l’unica cosa che vorrei è che dicessero: Che gran giocatore sì, ma che bella persona! Perché non esiste solo il calcio. Bisogna preparare la mente per saper dare un consiglio e l’animo per essere una buona persona”.

Honor.