26/5/1989. Ad Anfield va in scena la grande partita: Liverpool contro Arsenal. I londinesi, dopo aver passato gran parte della stagione in vetta alla classifica, si giocano la Premier contro i reds e hanno bisogno di vincere 2 a 0 per classificarsi primi. Non è solo la possibilità di laurearsi campioni d’Inghilterra, ma una questione di vita o di morte, proprio come l’amore di un tifoso per la propria squadra del cuore.

 

Una devozione viscerale che viene splendidamente descritta dalla pellicola di David Evans, tratta dall’omonimo romanzo di Nick Hornby. La storia è ambientata a Londra e ha come protagonista Paul Ashworth (Colin Firth). Un professore che insegna lettere in una scuola superiore, la cui esistenza è caratterizzata da tre punti fermi: l’Arsenal, le partite della squadra composta dai suoi scolari – ai quali fa da allenatore – e le birre al pub con l’amico di sempre. Una quotidianità nella quale non c’è posto per altro che non sia il calcio. Il professore è molto amato dai suoi alunni perché incarna l’ideale di adulto che tutti i ragazzi vorrebbero avere come insegnante; un tipo tranquillo, poco severo e, per la gioia dei maschi, interessato esclusivamente al mondo del pallone.

 

La sofferenza degli spalti

 

La dolce e innocua monotonia del protagonista viene sconvolta dall’arrivo di una nuova insegnante, tale Sarah Hughes (Ruth Gemmel). Una signorina molto rigorosa e precisa, l’esatto opposto del protagonista. La persona giusta con la quale dare vita ad una storia d’amore impossibile. La struttura della narrazione è caratterizzata dall’alternarsi di scene dell’adolescenza e della vita da adulto del protagonista. Il film racconta l’esperienza personale di Paul, un bambino che cresce con i genitori separati, costretto a vedere il padre in pochissime occasioni, dato che quest’ultimo vive in Francia.

 

L’unico motivo che permette ai due maschi della famiglia di avvicinarsi non può che essere quel magico oggetto sferico. Risulta determinante la scelta del genitore di portare il figlio ad Highbury, e per Paul è subito colpo di fulmine. Non potrebbe essere altrimenti. Il contatto con il mondo del pallone cambia letteralmente la vita del fanciullo, tanto da farlo diventare un tifoso sfegatato già dalla tenera età. Tanto da andare contro il volere della propria madre con il rischio di viaggiare da solo, pur di seguire i suoi idoli. La storia parte dalla fine degli anni 70 fino ad arrivare al 1989. I tempi del subbuteo, delle maglie senza i cognomi, delle cassette VHS e degli stadi privi di norme di sicurezza. Il regista mostra anche gli effetti negativi che può avere un tifo insano, inserendo nella narrazione la tragedia dell’Hillsborough, dove persero la vita moltissimi tifosi del Liverpool.

 

Non è facile diventare un tifoso di calcio, ci vogliono anni. Ma se ti applichi ore e ore entri a far parte di una nuova famiglia. In questa famiglia tutti si preoccupano delle stesse persone e sperano le stesse cose. Cosa c’è di infantile in questo?”

 

 

L’arrivo inaspettato di una donna nella sua quotidianità coglie il protagonista impreparato, costringendolo – per la prima volta nella sua vita – a mettere in dubbio il legame nei confronti del suo Arsenal e a domandarsi se valga realmente la pena vivere una vita normale che preveda matrimonio, figli, una casa e che non inizi ad agosto per concludersi a maggio.

 

Paul inizia a viaggiare su due binari, quello di sempre, nel quale l’andamento della sua vita è direttamente dipendente dai risultati dell’Arsenal: un’esistenza caratterizzata da domeniche da trascorrere assolutamente allo stadio, da discorsi che vertono sempre sui risultati dell’ultima giornata di Premier League, dalle statistiche dei propri idoli calciatori da aggiornare e tragitti in macchina nei quali l’unica l’unica stazione radio da ascoltare è quella delle trasmissioni calcistiche.

 

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Poi c’è l’altro binario, quello nuovo: nel quale il protagonista prova ad avere una vita normale, cercando di convincere la sua amata che il pallone non è proprio il suo unico motivo di vita come sembra. Eppure è proprio lei ad accorgersi che oltre all’amore degli alunni, Paul ha conquistato anche quello dei genitori, che fanno la fila per poter parlare con lui ai colloqui scolastici. Il tutto capita nell’anno in cui i Gunners, trascinati dai gol di Adam Smith, danno il meglio di loro, occupando per quasi l’intera stagione il primato in classifica. Facendo sognare a Paul l’agognato titolo che aspetta da diciotto lunghi anni. Un’attesa che avrebbe logorato chiunque, ma non un tifoso di calcio.

 

Sarah: Non penso che lo stato di salute dell’Arsenal sia una base per mettere su famiglia, non credi anche tu?

Paul: No! Non questa stagione!”

 

Febbre a 90° è una commedia british che raggiunge in maniera ottimale il proprio obiettivo. Ovvero quello di descrivere e spiegare, in maniera simpatica e leggera, come viene vissuto l’amore per il calcio da una persona comune e soprattutto come questo attaccamento viscerale venga visto da occhi esterni. Prospettiva, quella esterna, dalla quale risulta impossibile comprendere perché da agosto a maggio dell’anno seguente la concentrazione di un essere umano possa essere così ossessiva verso uno sport.

 

Difficile capire che lo sport è una cosa, mentre il calcio è tutt’altro. David Evans compie un vero e proprio lavoro di indagine sulle motivazioni, riflessioni e comportamenti causati dal forte sentimento che gli appassionati vivono nei confronti del gioco più bello del mondo. La storia di Paul è la storia di tutti noi, cresciuti osservando le gesta dei nostri idoli, giurando amore eterno ai nostri colori, e nonostante lo scorrere inesorabile degli anni ancora oggi incapaci di prestare un’attenzione tale a qualcos’altro che non sia quel meraviglioso oggetto sferico. Un film che ogni tifoso dovrebbe guardare, ma che risulta perfetto per far comprendere ai non appassionati di calcio perché ci ostiniamo a trascorrere la nostra vita guardando un pallone che rotola.