Nell’esegesi millenaria della storia del pensiero, il concetto di eleganza ha affascinato ogni genere di saggio, senza tuttavia giungere a una sua codificazione. A ben pensarci è proprio della sua stessa essenza: l’oggettività lascia inevitabilmente il posto alla soggettività e all’interpretazione, elementi che naturalmente rendono impossibile una definizione di eleganza. Eppure, il tema sul quale tutti i pensatori sembrano concordare è l’essenzialità di un nesso tra estetica e funzionalità, senza il quale l’eleganza non espleterebbe quella peculiare funzione sociale.

 

Declinata nell’applicazione calcistica la teoria trova un rappresentante ben determinato che personifica il concetto stesso di eleganza sportiva: Fernando Carlos Redondo Neri. Se è vero che la genitrice dell’eleganza è l’educazione, non può sorprendere che Redondo sia nato in una famiglia benestante di Buenos Aires, dove l’istruzione e l’amore per Borges e García Marquez hanno sempre accompagnato la sua passione per il gioco. Muovendo i primi passi sul linoleum del calcio a 5, Redondo imparerà ad apprendere la centralità del gioco e affinerà quel suo lieve e morbido tocco di suola sinistra che lo caratterizzerà perpetuamente.

 

Insieme a Seedorf e Savio, al Real Madrid (foto Ben Radford /Allsport)

 

Il passaggio al calcio a 11, tra le fila della fucina di talenti del settore giovanile dell’Argentinos Juniors, ne esalta le qualità cerebrali. Redondo inizia a sviluppare una tale empatia per il gioco che gli consente sin da giovane età di prevedere qualsiasi mossa sul rettangolo verde. La sua capacità di lettura e gestione del corpo gli permettono di sopperire ai suoi limiti dinamici, ma soprattutto di vivere di letture anticipate tali da non costringerlo mai a interventi scomposti. Ecco, così, che le sue condotte immacolate, la divisa sempre linda a fine partita e i capelli ordinati come appena entrato in campo, ispirano la mistica tutta argentina del ‘soprannome’ esaltandone il portamento regale e consegnandolo alla storia come El Principe, erede di un regno che si estenderà da Buenos Aires alle Canarie, dal Manzanarre ai Navigli.

 

Pare che l’eleganza del portamento trovi nella danza la sua espressione più pura, in particolare nel Tango, dove le allusioni sessuali devono essere bilanciate per non scadere nella volgarità. E come un tanguero così tipico della sua terra, il portamento del Principe sembra ignorare l’inutilità folcloristica dei dribbling fumosi, rinnegare le corse perdifiato scomposte, gli interventi scoordinati. Preferisce il respiro caldo del suo gioco, la capacità unica di gestire il pallone senza mai guardarlo, proiettando lo sguardo sempre verso la prossima giocata. Perché in fondo sarebbe estremamente ingiusto astrarre Redondo dal contesto. Il regista argentino è sempre stato il centro emozionale delle squadre in cui ha militato, riferimento costante di ogni trama di gioco. Il suo sinistro è stato per anni il rullante del Madrid tornato grande dopo anni opachi, non a caso portato alla Casa Blanca da un altro grande conoscitore del gioco albiceleste, come Jorge Valdano. Le sue doti tattiche sono state elogiate anche da illustri strateghi come Capello, Del Bosque e addirittura il padre del calcio totale Rinus Michel. Aveva il raro dono del pensiero collettivo, in grado di migliorare le qualità dei compagni, sfruttando anche la straordinaria dote della pausa, rallentando ove il gioco era troppo frenetico, in modo da consentire ai propri compagni di squadra giocate pulite ed elementari. Non stupisce che abbia saputo imporre la ‘leadership della mente’, onorato anche della fascia di capitano delle Merengues, se è vero che i sofisti come Gorgia e Protagora ritenevano che l’eleganza e la bellezza fosse la dote mediante la quale convincere l’Agorà delle proprie idee.

 

Tipico di Redondo: dare indicazioni e, intanto, inventare calcio (foto Clive Mason /Allsport)

Eppure, nell’epopea del Principe, definito da Pekerman come ‘simbolo del calcio argentino’, proprio la maglia albiceleste ha riservato ricordi agrodolci. La vittoria nella Copa America con la 5 cucita addosso, la splendida illusione del Mondiale americano del ’94, interrotto sul più bello dall’efedrina nel sangue di Diego. Ma anche duri contrasti: il rifiuto della convocazione ad Italia ’90 per non perdere la sessione estiva degli esami universitari, ma più verosimilmente l’incompatibilità con la cultura bilardista, così pragmatica e ‘verticale’, così lontana dal culto menottiano del calcio come forma d’arte. Le aspre critiche a Passarella nel ’98, generale di ferro che chiedeva ai giocatori di tagliarsi i capelli ed essere soldati al suo servizio, un servizio che un Principe non avrebbe mai potuto prestare. Per consegnare il suo nome alla storia del calcio, Redondo ha scelto non a caso il teatro dei sogni, dove di solito i Principi vivono.

 

Dopo uno scialbo zero a zero al Bernabeu, il Real Madrid fa visita allo strepitoso Manchester United, campione in carica, per definire la semifinalista della prima Champions League del nuovo millennio. Il Real parte forte e trova addirittura il doppio vantaggio grazie all’autorete di Roy Keane e al sigillo di Raul. L’incanto però va in scena al 53°, quando Redondo si invola insolitamente sulla fascia sinistra, isolato trova l’arcigna copertura di Berg a mordergli le caviglie. E il genio si manifesta nei piedi del Principe immortalando la scena più incredibile dell’anno quando con il suo piede sinistro colpisce con il tacco il pallone lasciando basito il difensore norvegese che viene goffamente aggirato. Come sempre, senza scomporsi, guadagnata la linea di fondo, El Principe alza la testa e serve a Raul il più splendido degli assist, per siglare il decisivo terzo gol della serata blanca.

 

Tutti in piedi, tranne Berg

 

Redondo ha lasciato il calcio scomparendo gradualmente tra la nebbia milanese, a suo modo, sempre senza proclami e senza alzare mai la voce. La sfortuna all’ombra del Duomo lo ha privato di un ginocchio e ci ha sottratto il talento cristallino del centrocampista più forte della sua epoca. Prima però, ha avuto l’occasione di tornare al Bernabeu, dove era stato allontanato contro la sua volontà dal neo presidente Florentino Perez, all’alba dei Galacticos. Si gioca Real Madrid-Milan, valevole per la fase a gironi di Champions League e la favola del Principe si materializza ancora, come non fosse mai finita. Per la prima volta nella storia il Bernabeu osanna un giocatore avversario all’ingresso in campo, regalandogli la standing ovation all’uscita dal rettangolo verde. Soprattutto, a fine partita, lo invoca la curva, dove un emozionato Redondo viene scortato da Raul. Poco prima di giungere sotto il settore il giovane capitano delle merengues si allontana e lascia la scena al numero 5. Redondo applaude, bacia i più fortunati che riescono a entrare in campo, sembra godersi ogni momento, per registrarlo, per mantenerlo impresso nella memoria; un’apoteosi, degno tributo di un fuoriclasse assoluto. È composto, come sempre, e non scaccia nemmeno la commozione che gli riga il volto, perché in fondo l’eleganza è proprio questo: essere perfettamente adeguato alla situazione concreta. E allora sì, anche un Principe può piangere.