Nel ciclismo c’è un particolare momento che attende tifosi e corridori: la Settimana Santa. È l’intervallo che intercorre tra la domenica del Giro delle Fiandre e quella successiva della Parigi-Roubaix. Una volta, quando internet ancora non dominava l’informazione, solo gli appassionati conoscevano nomi di corse come Harelbeke, Dwaars Door Vlaanderen, Het Volk o Scheldeprijs. Chi seguiva il mondo agonistico del velocipede, in maniera meno approfondita drizzava le orecchie quando sentiva nominare la Gand-Wevelgem, la Tre Giorni di La Panne o il Gp Pino Cerami, che vivevano di luce riflessa per il fatto di svolgersi in concomitanza delle due regine delle classiche del nord. La Settimana Santa assumeva così con “Fiandre” e “Roubaix” il momento più atteso della stagione per chi rivedeva nella lotta sul pavè quel fascino antico e perduto durante l’anno dal resto delle corse, grazie a gare capaci di esplodere a 50 o 60 e a volte anche 100 km dal traguardo.

Ai giorni nostri della Campagna del Nord si conosce tutto, si segue ogni pedalata da febbraio ad aprile, lo status di World Tour ha innalzato il prestigio di alcune gare, ma l’attrattiva di queste due corse resta immutata.

La Settimana Santa è detta così anche perché capita che il giorno di Pasqua cada la domenica della Roubaix oppure quella del Fiandre. È il caso ad esempio del Giro delle Fiandre del 1 aprile 2018 fra pochi giorni, è stato il caso del Giro delle Fiandre del 3 aprile del 1994, quando ad alzare le mani sul traguardo, non senza brividi, fu Gianni Bugno. Corridore di classe, completo, schivo e taciturno, Gianni Bugno era un po’ fuori dal tempo con quel tono garbato, capace di guardarti dritto negli occhi oppure di traverso a seconda del suo impulso interiore, ma quando era in giornata poteva vincere ovunque, contro chiunque e su ogni terreno. Una Milano-Sanremo attaccando da lontano, due campionati del mondo battendo Jalabert e Indurain, un Giro d’Italia dominato dal primo all’ultimo giorno, cronometro comprese. Bugno è stato capace di conquistare podi al Tour, maglie tricolori e, in un tripudio pasquale, il Giro delle Fiandre del 1994, davanti al fiammingo Museeuw, idolo in Belgio e all’epoca campione in carica della Ronde Van Vlaanderen, un evento che trasforma la regione belga in una orgasmica festa in technicolor. Un evento che blocca per una domenica un’intera Nazione.

 

Fiandre 2018

La festa sul Kapelmuur, qui con i fuggitivi nel Fiandre 2017. (©BrakeThrough-Media)

 

Nel giorno di Pasqua di 24 anni fa i corridori restano in sella per 268 chilometri, contemplando l’immane fatica sin dai primi passaggi sui celebri muri in pietra. Al mattino partono da Sint Niklaas, vicino Anversa, la città dei diamanti. Una strada, spregevole per le gambe del gruppo e affascinante quanto basta per i tifosi, li porta dopo oltre sei ore verso il piccolo sobborgo di Meerbeke, nelle Fiandre Orientali. Il tracciato è ancora quello tradizionale: dal 2012 invece si arriva a Oudenaarde non più a Meerbeke, il Muur inserito nuovamente solo lo scorso anno dopo qualche anno di assenza, non è più vicino al traguardo, dove invece risulta decisivo ai fini del successo il circuito con Oude Kwaremont e Paterberg da percorrere 2 volte negli ultimi 50 km, e con in mezzo il passaggio su Koppenberg, Kruisberg e Taaienberg. La giornata è tiepida, soleggiata, i corridori limano e si districano in mezzo alle tortuosità del percorso, tra l’odore di birra e wurstel e le urla della gente riversata lungo le stradine e i muri in ciottolato, alcuni così duri da costringere ai meno avvezzi il superamento a piedi.

 

A piedi sul Koppenberg, nel 2016. Foto Cyclingmagazine.ca

 

Manca poco più di una quindicina di chilometri al traguardo quando nel gruppo di testa restano in cinque: due italiani, Gianni Bugno e Franco Ballerini, due atleti di casa di nome Johan, Museeuw e Capiot, e con loro un ucraino, prima sovietico, poi moldavo e successivamente belga, ovvero Andrei Tchmil, uno dei cacciatori di classiche più spietati e vincenti di quegli anni. Il quintetto approccia il Kapelmuur, subito dopo l’abitato di Geerardsbergen: i francesi lo chiamano Grammont, ma è semplicemente De Muur.

Capiot in maglia TVM arranca sin dai primi metri, le sue gambe sono una corda tesa pronta per essere suonata. Nel tratto finale si spezza, alzando definitivamente bandiera bianca.

Bugno resta in compagnia di grandi specialisti del pavè come Museeuw, Tchmil e Ballerini, autore dell’andatura lungo il Muur. La Cappella in cima è ormai alle spalle e segna la linea di demarcazione tra la sofferenza di arti atrofizzati e la strada verso il traguardo. Resta ancora un ultima asperità, il Bosberg, che i quattro affrontano con Bugno in testa a scandire un ritmo tale che da dietro non rientri più nessuno.
Bugno è in cerca di riscatto dopo una stagione – quella  del 1993 – dal magro bottino, nella quale raccoglie solamente qualche vittoria in tono minore e un secondo posto all’Amstel Gold Race, corsa che fino al 1996 non vede nessun italiano vincitore. Il favorito per lo sprint è Johan Museeuw, che diverrà negli anni successivi con tre vittorie, uno dei recordman della corsa sulle pietre fiamminghe. Mancano pochi chilometri, davanti iniziano le schermaglie del caso: allunghi, buchi, qualcuno salta il cambio, più gesti plateali di Museeuw da “se facciamo così ci riprendono”. Tutti si sentono battuti in particolare dal campione uscente che sa di avere l’occasione per fare il bis.

 

Fiandre 1994

La volata del Fiandre 1994, resta una delle immagini iconiche della storia di questa corsa e di tutto il ciclismo. (foto da gazzetta.it)

 

Ballerini, il meno rapido del quartetto, prova ad anticipare, ma viene subito stoppato da Tchmil. Ci prova anche Bugno senza successo, poi di nuovo Ballerini e di nuovo è lesto Thcmil a portarsi sulla sua ruota. Siamo nel rettilineo finale: Bugno controlla in ultima posizione e a duecentocinquanta metri dalla linea del traguardo si sposta tutto verso la sua sinistra anticipando la volata. Potente ed elegante, con la classe che lo contraddistingue, innesta il massimo rapporto e si porta in testa. Gli ultimi 30 metri tirano leggermente all’insù, il brianzolo ex campione del mondo vede la linea, sente il leggero vantaggio su Museeuw, l’odore del trionfo gli riempie le narici, poi lo assale come un formicolio che gli satura ogni senso. Smette di pedalare e alza le braccia per esultare. Museeuw grazie ad un perfetto colpo di reni affinato negli sprint, sbanda per l’eccessiva potenza, ma gli è a ridosso. Un successo che a 50 metri dal traguardo non sembrava più in discussione viene messo in dubbio dalla troppa sicurezza. Gli attimi prima della decisione sono eterni, il cielo delle Fiandre dapprima clemente, come avesse stretto con i corridori un patto blasfemo, si trasforma in piombo. Di piombo sono le gambe dei corridori, tranne quelle di Gianni Bugno. Gianni siede tranquillo sul palco delle premiazioni. È leggero come una piuma trascinata dal vento, ha vinto o non ha vinto sembra quasi disinteressato, forte di quel disincanto che ne ha caratterizzato un’intera carriera. Pregio e difetto di uno dei più forti corridori degli anni ‘90.
Il fotofinishish decreta: la vittoria è di Gianni Bugno per appena sette millimetri. Lo sprint del Giro delle Fiandre 1994, oltre a dimostrare la rara completezza di un corridore capace di competere e vincere su tutti i tirreni, è l’archetipo del suo modo di intendere il ciclismo. 

“La nostra fortuna – dicevano di lui diversi colleghi in gruppo –  è che non sa quanto va forte”. Gianni Bugno lo sapeva solo in parte.

Bugno va ad aggiungersi, in un albo d’oro dominato dai padroni di casa, a un’importante stirpe di connazionali: Fiorenzo Magni, che fece sua la Classica Monumento fiamminga per tre anni di fila tra il 1949 e il 1951 (guadagnandosi l’appellativo di ‘leone delle Fiandre’), Dino Zandegù vincitore nel 1967 e che da quel giorno non ha smesso di cantare e Moreno Argentin nel 1990, corridore dotato di un istinto fatale per le corse di un giorno. Dopo il successo di Bugno arriveranno quelli di  Michele Bartoli nel 1996, Gianluca Bortolami nel 2001, Andrea Tafi nel 2002 e Alessandro Ballan, ultimo vincitore italiano sui muri fiamminghi, nel 2007. Eredi di questa tradizione domenica saranno un pugno di italiani guidati soprattutto dalla freschezza di Gianni Moscon, l’infinita classe di Vincenzo Nibali (al suo esordio in questa corsa), dall’intelligenza di Matteo Trentin e dallo spunto veloce di Sasha Modolo e Sonny Colbrelli. I favoriti assoluti saranno altri. Forse pioverà. Gli ingredienti per un’altra leggenda da tramandare ci sono tutti.

 

Questo articolo è stato scritto con il contributo di Axl Sinoni.

Immagine di copertina ©Sirotti