Dopo aver trafitto con tre gol la porta avversaria e aver esibito ancora una volta, l’ultima, il suo magnifico repertorio al pubblico gigliato, Gabriel Omar Batistuta si stende al suolo, in lacrime. Firenze canzone triste, per dirla con una canzone di Ivan Graziani e per dare un titolo a quel pomeriggio del maggio 2000, all’Artemio Franchi. Il Re Leone ha appena siglato la tripletta che gli consente di rubare lo scettro a Kurt Hamrin, nella classifica dei marcatori della Fiorentina in Serie A. Un freddo dato statistico, se paragonato al dolore di una storia d’amore giunta ai titoli di coda, ma Batigol non ha voluto lasciare nulla al caso per salutare, e ringraziare, la sua gente.

 

“Non è importante cosa ho fatto in una partita particolare con questa maglia, ma come l’ho difesa. Ci ho messo il cuore per una città che mi ha dato il cuore”.

 

1 Nov 1996, Fiorentina v Milan (foto Allsport UK/Allsport)

 

E pensare che nell’infanzia, passata nella tranquilla Reconquista, il calcio non era neanche tra le priorità del piccolo Gabriel, che preferiva la pallacanestro, oppure andare a pescare in riva al Paranà, il più grande tra i fiumi che attraversano la provincia di Santa Fe. Oltre a non rispecchiare il canone del fuoriclasse nato con il pallone tra i piedi, Batistuta viene anche da un contesto lontano da quello del proletariato urbano, comune a molti campioni del Sudamerica. La sua è una famiglia del ceto medio, lui va bene a scuola, e vive in una delle zone più ricche d’Argentina. Lassù nel nord del paese, anche il paesaggio tra Reconquista e la natìa Avellaneda è ben diverso dalla metropoli. Cresciuto in un’area immersa nella regione del Gran Chaco, il ragazzo si rivelerà refrattario alle luci e ai lussi della città, e ogni volta che ne avrà l’occasione, tornerà a casa per ricaricarsi.

 

Il salto tra i professionisti avviene con l’ingaggio nel Newell’s Old Boys, ad opera dello scopritore di talenti Jorge Griffa, che porta a Rosario il giocatore per darlo in mano a mister Marcelo Bielsa. L’esperienza del diciottenne Batistuta però non sarà delle migliori, anche perché il ragazzo ha problemi nel mantenere il peso forma. Le cose non andranno meglio neppure con il suo trasferimento nella capitale, dove, con la maglia del River Plate, verrà messo fuori rosa da un mostro sacro del fútbol argentino come Daniel Passarella.

 

Con l’Albiceleste nel 98 (foto Mark Sandten/Bongarts/Getty Images)

 

La svolta arriva con il passaggio nell’altra parte della barricata di Buenos Aires, nel quartiere de La Boca, quando Oscar Washington Tabarez si siede sulla panchina degli Xeneizes, nel 1991. El Maestro piazza Gabriel Omar nel ruolo di centravanti puro, mai più costretto a giocare attaccante esterno, e i gol iniziano a fioccare, insieme alla conquista del Campionato di Clausura, che precede la convocazione per la Copa América da giocare in Cile.

 

Colui che ormai è conosciuto come Batigol trascina la selezione albiceleste alla vittoria, diventando capocannoniere della competizione con 6 reti, e scatenando su di sé un’asta che coinvolge varie big europee. A spuntarla però è la Fiorentina, guidata da Mario Cecchi Gori. Il presidente e produttore cinematografico si incarica così di regalare alla tifoseria viola, ancora ferita per la cessione di Baggio alla Juventus dell’anno precedente, un nuovo diamante grezzo da raffinare in riva all’Arno.

 

“Adesso però la gente mi deve ringraziare con gli abbonamenti”. (Mario Cecchi Gori)

 

Batigol in azione con la Fiorentina (foto Mandatory Credit: Allsport UK/Allsport)

 

Dopo un avvio difficoltoso, dovuto all’ambientamento e ai problemi della squadra che portano all’esonero dell’allenatore brasiliano Lazaroni, sostituito dal navigato Gigi Radice, Firenze s’innamora in una domenica del gennaio ’92, quando vede il ragazzo dalla folta chioma bionda correre a perdifiato sotto una Curva Fiesole in estasi. Il pallone appena insaccato in rete, con un’incornata, ha trafitto gli acerrimi avversari bianconeri, in quella che per il popolo gigliato è la partita.

 

Alla fine della prima stagione, Batistuta è il miglior goleador della squadra, con 13 reti, e in quella successiva farà ancora meglio, anche se tutto verrà vanificato dalla retrocessione della Fiorentina, che in seguito all’esonero di Radice, cacciato mentre la squadra si trova al sesto posto, ha un ruolino di marcia disastroso. I vertici del club trattengono tutti i migliori giocatori con l’obiettivo di una pronta risalita e affidano la panchina a Claudio Ranieri. Nella stagione in cadetteria, l’ambiente verrà poi scosso dalla scomparsa di Marione Cecchi Gori, che lascerà il timone della società al figlio Vittorio, con il quale Batistuta avrà sempre un rapporto tormentato.

 

La presentazione di Gabriel Omar Batistuta

 

Nel frattempo, il centravanti, ormai un punto fermo dell’Argentina del ct Alfio Basile, conquista la Copa América anche nel 1993, firmando la finale, giocata contro il Messico, con una doppietta, in quello che, ad oggi, è l’ultimo trofeo alzato dalla selezione albiceleste. La spedizione per il Mondiale negli Stati Uniti, nell’anno successivo, partirà con i migliori propositi, vedi la tripletta di Batistuta contro la Grecia, nel match che verrà consegnato ai posteri per l’ultimo gol, con annesso urlo, di Maradona in un campionato del Mondo. La squalifica del Pibe de Oro però, segnerà l’intero clan argentino che abbandonerà anzitempo la competizione, mestamente eliminato dalla Romania agli ottavi.

 

Con il ritorno della Viola nella massima serie, per Gabriel scatta la definitiva consacrazione. Innanzitutto per la sua personale partenza, col botto, che significa andare a rete per undici giornate consecutive e frantumare l’ultratrentennale record dell’ala Ezio Pascutti. A fine campionato gli scalpi collezionati saranno 26 e varranno il titolo di capocannoniere. Oltre ai numeri, questa è la stagione in cui Batistuta inizia a indossare la fascia da capitano della Fiorentina e ad entrare nell’iconografia del calcio anni ’90, anche per il suo modo di esultare, come correre alla bandierina del corner dopo un gol o andare sotto la Curva Fiesole per fare un inchino, in segno di riverenza ai tifosi.

 

“Questo record mi consente di entrare nella storia del calcio italiano. Magari tra vent’anni verrete a cercarmi nella mia fazenda a Reconquista perché ci sarà un nuovo Batistuta che cercherà di migliorare il mio primato”.

 

Con fascia di capitano (foto Allsport UK/Allsport)

 

Dopo un anno di assestamento, nel 95-96 la Fiorentina di Ranieri è pronta per il salto di qualità. Oltre alla certezza del Re Leone, ormai ambito da mezza Europa, il gruppo può contare sulla classe sopraffina di Manuel Rui Costa, su Ciccio Baiano come spalla ideale dell’argentino e su Francesco Toldo a presidiare la porta. La Viola, in campionato, arriva al terzo posto, ma la maggior soddisfazione sarà la Coppa Italia. Il mattatore della competizione sarà sempre Batigol, che rifilerà quattro reti all’Inter in semifinale e timbrerà, sia all’andata che al ritorno, la doppia finale contro l’Atalanta, regalando al popolo gigliato un trofeo atteso per più di vent’anni.

 

In agosto, la Supercoppa italiana, vinta contro il Milan, va a ingrossare il bottino viola di pochi mesi prima. A San Siro, anche se risulta ridondante ripeterlo, il protagonista tout court della serata è Gabriel Omar, con una doppietta, comprensiva di sombrero a Franco Baresi e una sontuosa punizione. La sua corsa davanti alla telecamera, dopo il secondo gol, per dedicare alla moglie un “Irina te amo!”, va ad arricchire l’inventario dell’icona pop Batistuta, ormai un idolo non solo per i tifosi della Fiorentina. Nella stessa stagione, il bomber argentino si prenderà anche il lusso di zittire una cattedrale come il Camp Nou, nella semifinale d’andata di Coppa delle Coppe. Poco importa se la Viola verrà poi eliminata dal Barcellona, perché il gesto rimarrà a simbolo di un’epoca in cui anche le piccole italiane hanno saputo sfidare le nobili d’Europa, a testa alta.

 

27 ottobre 1999: la celebre esultanza dopo il gol all’Arsenal a Wembley, in Champions (foto Gary Prior/Allsport)

 

Con Alberto Malesani in panchina, che rappresenta la scommessa di Cecchi Gori dell’estate ‘97, i gigliati adottano uno stile di gioco iper offensivo. Il mister veronese, per valorizzare ancora di più Batigol, gli affianca giocatori estrosi come Luís Oliveira e Morfeo, a cui si aggiunge Edmundo nel mercato di gennaio. L’apoteosi di quella elettrizzante Fiorentina viene toccata nel febbraio ’98, nel 3-0 perentorio inflitto alla Juventus, che da solo basterebbe per garantire la permanenza di Malesani a Firenze, ma a causa di un pessimo rapporto col presidente, l’allenatore non verrà confermato.

 

Batistuta inizia ad averne abbastanza delle scelte societarie e a fine stagione pensa seriamente di cambiare aria. Intanto però, prima di prendere decisioni definitive, c’è l’appuntamento ai mondiali di Francia, dove paradossalmente Gabriel non era neanche certo di presenziare. Il ct Passarella, che non stravede per l’attaccante dai tempi del River, gli ha imposto un embargo e lo ha lasciato a casa dalla Copa América del ‘97, per poi capire che l’Argentina non può proprio fare a meno del suo più forte giocatore, che prima dell’esclusione era già diventato il recordman di reti della nazionale, davanti a un certo Diego Armando Maradona.

 

“Per me non esiste e non esisterà un altro numero nove come Batistuta”. (Diego Armando Maradona)

 

La Serie A più bella di sempre (foto Allsport UK/Allsport)

 

Nonostante Batigol la butti dentro per cinque volte, il sogno di diventare campione del Mondo sfuma un’altra volta, stavolta ai quarti contro l’Olanda. Arrivato il momento di decidere cosa fare, dopo i Mondiali, Gabriel sceglie di restare nel capoluogo toscano, convinto dal nuovo tecnico Giovanni Trapattoni, che gli promette una Fiorentina da Scudetto. La parola e la mano date dall’esperto Trap portano frutti sperati, perché la Viola incanta tutti e il Re Leone è più motivato che mai nel caricarsi la squadra sulle spalle. A proposito di iconografia, ora il suo segno distintivo, nelle esultanze, è la mitraglia e lo sarà fino al termine della carriera, e oltre. La sua furia spazza via chiunque si presenti sulla sua strada, come il Milan, abbattuto al Meazza da un colpo tremendo, sparato sulla linea dell’area piccola, dopo una punizione a due.

 

Una sera di dicembre, Al Franchi si tocca il cielo con un dito quando Batistuta insacca in rete il pallone contro la Vecchia Signora, perché oltre al vanto di battere la rivale di sempre, la Fiorentina è in testa alla classifica. Al giro di boa del campionato, la mitraglia ha sparato per diciassette volte in diciassette partite. Dopo trentanni d’attesa, la pazza idea di riportare il tricolore sotto la Cupola del Brunelleschi sembra meno folle con un leone argentino su cui vengono riposti i sogni di una città intera.

 

Quella terribile partita contro il Milan

 

L’incantesimo si rompe alla terza di ritorno contro il Milan, mentre Gabriel si accascia al suolo, toccandosi la gamba. Il gelo cala sul Franchi, il pubblico trattiene il fiato e quando vede il suo idolo portato via in barella capisce che il sogno sfuma in quel grigio pomeriggio di febbraio. A rendere la Viola ancora più depotenziata, sarebbe seguita, l’indomani, la partenza di Edmundo da Firenze con destinazione Rio de Janeiro, per le celebrazioni del carnevale carioca. In quella giornata dai destini incrociati, saranno proprio i rossoneri a trarre il maggior vantaggio, con una clamorosa rimonta che li vedrà sorpassare prima i gigliati, in caduta libera, e poi la Lazio.

 

Nell’ultima stagione di Batigol in riva all’Arno, c’è il tempo per regalare ulteriori emozioni ai tifosi viola, anche nel palcoscenico della Champions League. Su tutte la bordata che elimina l’Arsenal dalla prima fase, nel match giocato, in quell’occasione, a Wembley. E poi la rete e l’assist a Balbo, nel 2-0 al Manchester United campione d’Europa, nel novembre ’99, in una notte storica per la Fiorentina.

 

“Avrei vinto il Pallone d’Oro se fossi stato nel Barcellona o nel Manchester United, ma volevo vincere con la Fiorentina. Volevo conquistare il campionato con una piccola squadra ed entrare nella storia”.

 

C’era una volta

 

Finita l’euforia per la coppa europea, a marzo, si avvicina il momento dei saluti. A trentun anni, per Gabriel è giunto il momento di una nuova avventura, per tentare di chiudere la carriera senza il rimpianto di lasciare la casella degli scudetti vinti a quota zero, ché sarebbe una bestemmia per il centravanti più forte della sua generazione. L’ultimo treno da prendere sarà la Roma di Franco Sensi, che per averlo sborserà 70 miliardi di lire, battendo la concorrenza di Inter e Lazio.

 

Anche lontano da Firenze e con il numero diciotto sulle spalle, visto che il nove è di Montella, Batistuta non perde nulla della sua ferocia davanti alla porta avversaria, anzi, nel magico tridente formato insieme all’aeroplanino e a Francesco Totti, ne risulta rafforzato. La squadra allenata da Fabio Capello, inoltre, può contare su altri acquisti come Samuel in difesa ed Emerson a centrocampo, che la rendono una delle favorite per il titolo, ora sulle maglie dei cugini biancocelesti.

 

A Scudetto acquisito (foto Grazia Neri/ALLSPORT)

 

I giallorossi non tradiscono le aspettative e, nonostante due cadute a San Siro, alla fine del girone d’andata prendono il largo. La partita più sentita dal Re Leone è ovviamente contro la Fiorentina, decisa proprio da una cannonata delle sue. Quello sarà l’unico dei suoi venti gol non accompagnato dalla mitraglia, perché il suo sentimento verso quella maglia, e quella città, non si è ancora spento e mai si spegnerà.

 

Dopo un leggera flessione primaverile, che fa avvicinare Juventus e Lazio, oltre a risvegliare vecchi incubi ai tifosi romanisti, il primato viene salvato con il pareggio in extremis al Delle Alpi, dove il protagonista è il giapponese Nakata, in un match che vedeva la Roma sotto 2-0 a un quarto d’ora dal termine. Scacciati i fantasmi, il 17 giugno 2001 è la data che segna la fine del digiuno sia per la Roma che per Batigol, il quale siglerà il terzo gol al Parma, preceduto dalle reti di Totti e Montella, a coronare la straordinaria intesa di quel leggendario  tridente, capace di riportare uno Scudetto sulla sponda giallorossa della capitale, dopo diciotto anni.

 

Il giorno dello Scudetto

 

Missione compiuta appena in tempo, perché la stagione 2000-2001 è l’ultima giocata al top da Batistuta che, nonostante un crollo realizzativo nella nuova annata, otterrà la fiducia del ct Bielsa per i mondiali nippocoreani. Il suo primo allenatore della carriera lo schiererà ancora titolare, al posto di un Crespo all’apice della condizione. A parte un gol nella prima giornata, contro la Nigeria, la scelta si rivelerà controproducente per un’Argentina clamorosamente eliminata nella fase a gironi.

 

Dopo più di un decennio con il piede sull’acceleratore, il Re Leone ha dato tutto. I suoi ultimi mesi in Italia saranno con la maglia dell’Inter, arrivato in prestito da una Roma in cui è ormai considerato un peso. Chiusa la sbiadita parentesi nerazzurra, e la carriera nel grande calcio, Gabriel giocherà ancora un anno in Qatar, prima di ritirarsi e tornare nella sua Reconquista, anche per occuparsi dell’allevamento delle mandrie nei terreni di famiglia, nella pampa argentina.

 

“Per me era impossibile accettare di stare fermo per un infortunio. Forse se tornassi indietro starei più attento a me stesso, ma alla fine neanche troppo. Mi piaceva segnare, sentire il boato del pubblico”.

 

Appesi gli scarpini al chiodo, il conto presentato a Batistuta è davvero salato, dato che non riesce più a reggersi in piedi, tanto è il dolore provocato dalle sue caviglie letteralmente distrutte, senza più cartilagini, come gli dice il medico. Una volta operato, riuscirà almeno a tornare a camminare. Per vederlo correre, invece, bisognerà tornare nell’archivio dei ricordi di Gabriel e in quello dei tanti tifosi innamorati per sempre del ragazzo dalla folta chioma bionda. Non tragga in inganno una bacheca non così ricca di trofei vinti, nell’esperienza italiana del Re Leone. Forse essersi spremuto fino all’ultima goccia, per diventare un’icona di quelle domeniche da romanzo popolare, vale anche qualcosa di più.

 


 

Illustrazione a cura di Tacchettee

 

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