La Germania ospita il XVIII Campionato del mondo di calcio a distanza di trentadue anni dall’edizione del 1974. I tedeschi hanno ottenuto l’organizzazione il 6 luglio del 2000, a Zurigo, fra molte polemiche e velate accuse di corruzione, battendo di un solo voto la concorrenza del Sudafrica, dopo che Marocco e Inghilterra sono state escluse già al primo turno di votazione. Ben 198 Nazionali partecipano alle fasi di qualificazione, per selezionare le 32 squadre che disputano la fase finale. Di queste, cinque sono emanazione del calcio africano (CAF), quattro di quello asiatico (AFC), quattordici dell’Europa (UEFA), quattro del Centro America (CONCAF), una dell’Oceania (OFC) e quattro del Sud America (CONMBOL). Per la prima volta nella storia dei Mondiali la squadra che detiene il titolo, il Brasile, non viene ammessa di diritto ma partecipa anch’essa alla fase di qualificazione. Desta sorpresa la mancata qualificazione dei campioni d’Europa della Grecia, eliminati dall’Ucraina. Anche Turchia e Russia non raggiungono la qualificazione, mentre Francia e Inghilterra ci riescono solo all’ultima giornata. Il torneo si svolge nell’arco di un mese, dal 9 giugno al 9 luglio.

Il logo ufficiale del Mondiale 2006

Il Comitato Organizzatore, guidato da Franz Beckenbauer e Horst Schmidt, cerca di approfittare dell’opportunità offerta del Mondiale per dare impulso alla situazione di stagnazione economica in cui versa il Paese. L’evento produce effetti positivi sia sul PIL, con l’aumento di investimenti, consumi ed esportazioni, sia sul tasso di occupazione, che ha un incremento specie nel settore edilizio, da anni afflitto da una grave crisi. Si approfitta dell’occasione per costruire infrastrutture stradali e ferroviarie, nonché impianti calcistici all’avanguardia, come nel caso del “FIFA World Cup Stadium” di Colonia, della “Veltins-Arena” di Gelsenkirchen, e, soprattutto, della bellissima “Allianz Arena” di Monaco, che prende il posto del vecchio “Olympiastadion” e che costa 340 milioni di Euro, equamente ripartiti fra le due squadre della città, Bayern e TSV 1860, con la presenza all’interno di asili, negozi, ristoranti e con il parcheggio sotterraneo più grande d’Europa, capace di ospitare più di diecimila autovetture; altri impianti oggetto di notevoli ammodernamenti sono l’”Olympiastadion” di Berlino, il “Zentralstadion” di Lipsia e l’”Aol Arena” di Amburgo.

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La commercializzazione del Mondiale produce il record di ricavi per diritti televisivi collegati all’evento: 1,2 miliardi di euro, cifra molto vicina a quella dei passati Giochi olimpici di Atene. I quindici sponsor ufficiali – Adidas, Budweiser, Avaya, Coca Cola, Continental, Deutsche Telekom, Fly Emirates, Fuijfilm, Gillette, Hyundai, Mastercard, McDonald’s, Philips, Toshiba, Yahoo – garantiscono più di 40 milioni di euro ciascuno, per un totale che sfiora i 500 milioni di euro. A tutto ciò vanno aggiunti i ricavi per ticketing e merchandising, dai quali si prevedono introiti stimabili rispettivamente in 150 e 100 milioni di euro.
L’inno ufficiale della manifestazione è The time of our lives, di Toni Braxton. Alla fine delle partite negli stadi vengono diffuse le note di Stand up, di Patrizio Buanne, rifacimento in chiave calcistica di Go west, dei Pet Shop Boys.

L’Allianz Arena colorata di bianco, all’ora del tramonto

Nel mondo

Ancora sconvolti dal disastro provocato dall’uragano Katrina, che nel settembre del 2005 allaga New Orleans mettendo in trappola la popolazione più povera, con le roventi polemiche provocate dalla gestione confusa e militaresca dell’emergenza, il 9 marzo del 2006 gli Stati Uniti chiudono il carcere di Abu Ghraib, a Baghdad, diventato tristemente famoso per lo scandalo delle sevizie ai prigionieri iracheni, in aperto contrasto con la Convenzione contro la Tortura e altre Pene o Trattamenti Crudeli, Inumani e Degradanti, del 1984, e con la Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo, adottata dall’Assemblea Generale delle Nazioni Unite nel 1948, che al suo articolo 5 recita:

“Nessun individuo può essere soggetto a tortura o ad altri trattamenti o punizioni inumane e degradanti”.

In America Latina la socialista Michelle Bachelet è la prima donna a diventare Presidente del Cile, mentre in Bolivia Evo Morales, primo presidente indigeno alla guida della Repubblica, nazionalizza il petrolio e il gas. Muore l’ex presidente della Jugoslavia Slobodan Milosevic, accusato di crimini contro l’umanità. Nel corso dell’anno scompariranno altri due tiranni: l’ex dittatore cileno Augusto Pinochet, e il rais iracheno Saddam Hussein. La tensione fra Danimarca e il mondo arabo, iniziata l’anno prima con la pubblicazione sul quotidiano “Jyllands-Posten” di vignette caricaturali su Maometto, non tende a placarsi. Le ritorsioni culminano con l’uccisione a Trabzon, in Turchia, di un sacerdote italiano, don Andrea Santoro, freddato da un ragazzo islamico al grido di Allah-u-Akbar.

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Trasportato dagli uccelli migratori, arriva in Europa il virus dell’influenza aviaria che, nonostante le misure di sicurezza, minaccia di colpire gli allevamenti avicoli. Mentre il 4 febbraio Mark Zuckerberg apre il sito Facebook anche alle High School, dopo che da due anni il servizio di rete sociale si è diffuso solo a livello universitario, originariamente per gli studenti di Harvard, poi anche per quelli di Stanford e Yale, sta per nascere Twitter, quello che sarà il “cinguettio” più ascoltato del pianeta, il microblogging da 140 caratteri lanciato da Jack Dorsey, perché poi la brevità, da Tacito a Twitter, ha i suoi vantaggi… Siamo agli albori dell’èra social, anni luce rispetto alle derive del narcisismo digitale prossimo venturo. Il premio Nobel per la pace è assegnato a Muhammad Yunus, bengalese, noto come “il banchiere dei poveri”, perché ha istituzionalizzato i piccoli prestiti che hanno consentito, come dice la motivazione del premio, “di creare sviluppo economico e sociale dal basso”. Il Nobel conferito a Muhammad Yunus è l’ideale seguito a quello per l’economia assegnato nel 1998 all’indiano Amartya Sen, che ha enucleato i principi teorici che sono alla base del microcredito di Yunus.

Il premio nobel per la pace

In Italia le elezioni politiche del 9 e 10 aprile sono vinte dall’Unione, la coalizione di centro-sinistra guidata da Romano Prodi, che si afferma al fotofinish sulla Casa della Libertà, la coalizione di centro-destra guidata da Silvio Berlusconi. Il 10 maggio, al quarto scrutinio, viene eletto l’XI Presidente della Repubblica, il senatore a vita Giorgio Napolitano. L’opinione pubblica è sconvolta dalla tragedia del piccolo Tommaso Onofri, di diciotto mesi, rapito il 2 marzo sotto gli occhi dei genitori e trovato cadavere dopo un mese di ricerche. L’11 aprile viene arrestato la “primula rossa” Bernardo Provenzano, da più di quarant’anni il latitante più ricercato del Belpaese, famoso per i suoi “pizzini”, i pezzi di carta su cui impartisce gli ordini e gestisce gli affari di “Cosa nostra”. Se il Festival di Sanremo è vinto da Povia, con Vorrei avere il becco, il panorama musicale degli anni zero vede l’appiattimento del metal e del post punk e una certa resipiscenza del grunge dei “vecchi” Pearl Jam e Alice in Chains, e dei “nuovi” Audioslave e Foo Fighters, mentre continuano a vendere bene i gruppi mainstream: dagli U2 ai Red Hot Chili Pepper, dai R.E.M. al nuovo fenomeno Coldplay.

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Dopo gli anni d’oro dell’Hip Hop, con i rapper di colore nuovi bohémien del nostro tempo, anche un ragazzo bianco entra nel rapper game: si tratta di Eminem, che si guadagna un posto fra i migliori rivaleggiando con 50 Cents, Kayne West e Kendrick Lamar. Due giorni prima della finale di Berlino muore all’età di sessant’anni Syd Barrett, leggendario fondatore e Musa dei Pink Floyd, che nel 1968 abbandona il gruppo e si ritira dalla scena musicale eclissandosi in un universo tutto suo, probabilmente popolato da quelle creature bizzarre che gli avevano ispirato le liriche stralunate del primo periodo psichedelico della band inglese. Il suo genio creativo influenza generazioni di musicisti. “La sua band ha un nome molto originale. Ma chi le ha suggerito il nome Pink Floyd?”, gli chiede un giorno un noto giornalista. “Gli alieni!”, risponde Syd.

Un omaggio a un genio della musica, Syd Barrett

Mentre l’evoluzione della programmazione televisiva degli ultimi anni conferma lo scivolamento dalla “TV verità” alla “trash TV”, fino all’affermarsi del “reality show” (la saga del Grande Fratello è ormai alla sua sesta edizione), è il mezzo comunicativo stesso a subire una metamorfosi tecnologica, grazie all’avvento delle piattaforme digitali, dal satellite al digitale terrestre, con una moltiplicazione esponenziale dei canali. Proprio la piattaforma satellitare Sky acquista per 40 milioni di euro l’esclusiva su tutte le partite del Mondiali, mentre la Rai ha diritto alla trasmissione di 25 match. Per la prima volta un Campionato del mondo di calcio è visibile solo a pagamento, mediante apposito abbonamento alla tv di Rupert Murdoch. Il premio Oscar è vinto dal film Crash, di Paul Haggis, che attualizza tematiche come il razzismo, la rabbia e l’intolleranza, anche alla luce del nuovo clima di guerra fredda post 11 settembre che sta influenzando le produzioni americane, dove sono tornate popolari molte idee conservatrici, con la massa del pubblico che chiede film che non facciano pensare, pieni di effetti, azione e finali edificanti.

Lippi in collegamento con lo studio Sky, fresco di esclusiva mondiale

 

Frammenti tedeschi

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Po popopopopo po

“Sono onorato che gli italiani abbiano adottato questa canzone come loro inno. Niente è più bello di quando la gente abbraccia una melodia per entrare nel mondo della musica pop”. Con queste parole Jack White, del duo di Detroit White Stripes, ringrazia i tifosi italiani che hanno adottato la loro Seven Nation Army, con l’inconfondibile giro di basso iniziale, come una sorta di inno propiziatorio; il coro dei sette “po” di lunghezza diversa – il sesto è il più lungo- sentito cantare dai tifosi del Bruges in occasione di Bruges-Roma del 12 febbraio 2006, viene subito imitato dai tifosi romanisti che lo adottano ufficialmente in occasione del derby con la Lazio. Totti lo introduce in Nazionale. In Germania diventa il coro infinito dei tifosi italiani, sottofondo musicale alle imprese degli Azzurri.

 

Share

Il quattro luglio due Paesi seguono col fiato sospeso davanti ai teleschermi la semifinale Italia-Germania. Oltre che sul terreno di gioco, l’Italia vince anche la sfida dell’audience; alla rete di Del Pero raggiungiamo uno share vicino al 95%, quasi ventisette milioni di spettatori, contro l’88% dei tedeschi.

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L’ex tassista

José Néstor Pékerman è un tipo singolare. Di famiglia modesta, finita anzitempo, complice un grave infortunio, la carriera di calciatore di discreto livello in Colombia, compra la licenza di tassista e alla guida del suo taxi disquisisce dei massimi sistemi di tattica calcistica con gli improvvisati clienti. Durante i mondiali del 1978, mentre l’Albiceleste dà spettacolo, lui sfreccia con la sua Renault 12 per le vie di Buenos Aires e, a tempo perso, serve empanadas in un bar de la Boca, celebre quartiere della capitale. Qualcuno si ricorda di lui e gli propone di allenare la Nazionale Under 20 argentina. Pekerman accetta con entusiasmo e vince tre Mondiali di categoria consecutivi andando a scovare talenti fino in Patagonia; lancia i vari Aimar, Saviola e Cambiasso. Nel 2004 prende il posto di Bielsa come C.T. della Nazionale maggiore guidandola a un’agevole qualificazione nel girone sudamericano. Esclude i senatori Zanetti, Samuel e Veron, e l’Albiceleste mostra il miglior calcio dei Mondiali nelle prime tre partite, ma si deve arrendere alla Germania negli ottavi, tradita dai calci di rigore. Al ritorno in patria, nonostante le insistenze della Federazione argentina, Pékerman si dimette eclissandosi dal mondo del calcio. Ricomparirà anni dopo, per allenare una semisconosciuta squadra messicana.

Josè Pekerman a dirigere l’allenamento dell’albiceleste nel 2006

 

Generazione iPod

Cuffie alle orecchie, musica a tutto volume proveniente dai loro iPod, con le note delle canzoni a fare da ideale barriera protettiva contro tensioni e preoccupazioni: tanti piccoli spot come quelli che vediamo a questo Mondiale, nessuno poteva aspettarseli alla Apple. Con le loro immancabili cuffie alle orecchie, i giocatori escono dai pullman, si preparano negli spogliatoi, oppure provano il terreno di gioco. Steve Jobs, a nome di tutti coloro che lavorano nell’azienda di Cupertino, ringrazia.

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Telecronache d’assalto

Quelle della coppia targata Sky formata da Fabio Caressa e Giusepe Bergomi, un ticket che introduce uno stile comunicativo in salsa rock che manda in pensione la melodia compassata delle telecronache di “mamma Rai”. Partecipazione emotiva, immedesimazione e tecnicizzazione del linguaggio calcistico, caratterizzano un approccio che profuma di intrattenimento e che va oltre il sobrio e ormai antiquato mero commento dell’evento sportivo. Le citazioni iconiche urlate da Fabio Caressa, dal “Cannavarooo” a “Andiamo a Berlino, andiamo a prenderci la coppa!”, per finire con “Campioni del mondo! Abbracciamoci e vogliamoci tanto bene!”, rappresentano un ideale passaggio di consegne tra i commossi commenti dell’epoca analogica dei vari Nando Martellini e Bruno Pizzul, e il nuovo lessico pallonaro dei loro epigoni in “alta definizione”.

Fabio Caressa e Beppe Bergomi, divenute poi due superstar

 

PIL

Secondo alcuni studi fatti dal Ministero dell’Economia e dalla DIHK, la Camera di Commercio tedesca, il giro di affari dei Mondiali si aggira sui 3 miliardi di euro. La Coppa del mondo garantirà la crescita del PIL tedesco dello 0,3%, e creerà sessantamila nuovi posti di lavorio, un terzo dei quali a carattere permanente, anche alla fine della manifestazione intercontinentale.

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Bagarini

Clamorosa debacle del Comitato Organizzatore presieduto da Franz Beckenbauer sul fronte biglietti; i botteghini autorizzati pochi giorni prima l’inizio della manifestazione hanno già esaurito i biglietti a disposizione e sono subissati di richieste che non riescono a evadere. Il mercato nero dei bagarini, spesso con l’aiuto delle Società calcistiche della Bundesliga, si è accaparrato decine di migliaia di preziosissimi tagliandi che ora rivende su internet a prezzo maggiorato del 400%. Si calcola che il mercato ufficiale dei biglietti frutterà agli organizzatori 150 milioni di euro. Analogo l’introito previsto per il mercato nero dei bagarini.

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Isole esotiche

Prima che si qualificassero per i Mondiali, Trinidad e Tobago esistevano per i più solo sull’atlante geografico. Ora, dopo la bella figura nel gruppo B, dove la Nazionale guidata dal C.T. olandese Leo Beenhakker ha pareggiato con la Svezia e perso solo nei minuti finali con l’Inghilterra, anche l’opinione pubblica può abbinare Trinidad e Tobago a qualcosa di più e di differente da un depliant turistico per mete esotiche.

La nazionale-carneade Trinidad e Tobago

 

Lo sponsor

L’Adidas è lo sponsor per antonomasia del Mondiale. L’azienda tedesca fondata nel 1920 da Adolf “Adi” Dassler, che la ribattezzò con le sue iniziali, dal 1982 è fornitore ufficiale della manifestazione e ha investito in maniera massiccia sulla competizione, puntando molto sulla vittoria finale dei padroni di casa. Ovviamente è suo il pallone ufficiale, il Teamgeist (spirito di squadra) che prende il posto del precedente Roteiro, molto criticato ai mondiali del 2002 per la sua eccessiva leggerezza. Il gruppo di Norimberga conta di vendere 10 milioni di esemplari del Teamgeist che, insieme ad abbigliamento e accessori vari, dovrebbero garantire introiti per 1,2 miliardi di euro.

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Passaggio di testimone

Quello fra generazioni. I padri che trentasei anni prima hanno gioito per l’epico 4-3 messicano passano il testimone ai figli che, finalmente, possono comprendere e condividere l’emozione di vincere all’ultimo respiro contro i rivali tedeschi, un popolo che forse stimiamo ma di certo non amiamo. E sono ancora quei trenta minuti, i supplementari, a rappresentare l’inferno teutonico. L’arroganza del Deutschland uber alles che riduce l’Italiener a macchietta abbassa la cresta e lo fa nel salotto di casa propria, uscendo di scena e permettendo alla fantasia e, perché no, alla furbizia italiana, di abboffarsi di pizza nel domicilio altrui, magari rinunciando a innaffiarla con la birra e preferendo del buon Chianti.

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Megaschermi

Il salotto di casa si è trasferito nelle piazze delle città trasformandosi in un enorme salotto pubblico. Centinaia di megaschermi sparsi in tutt’Italia alimentano una nuova forma di intrattenimento, e la condivisione dell’evento sportivo disegna un nuovo spazio geografico di socializzazione in cui si consuma una sorta di rito liberatorio di felicità di massa.

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Il talismano

Come nel 1982, quando suonarono a Torino il giorno dopo la finalissima di Madrid, i Rolling Stones sono il talismano della Nazionale italiana e, proprio come ventiquattro anni prima, Mick Jagger è pronto a indossare la maglia azzurra nell’unica tappa italiana del tour internazionale del gruppo rock britannico, previsto allo stadio “Meazza” l’11 luglio.

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Mascotte

Goleo VI, il leone creato dalla Jim Henson Company, è la mascotte che accompagna i tifosi per tutti i Mondiali. Suo inseparabile amico è Pille, pallone parlante nato dalle menti dei Gum Studios di Colonia.

Per la categoria “I Tedeschi e l’eleganza”, Romeo e Pille

 

Questioni italiane

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Il dominio di Juve e Milan

Dopo lo sfortunato Campionato europeo portoghese del 2004, Marcello Lippi prende il posto di Giovanni Trapattoni sulla panchina azzurra, proprio come nel 1994, quando l’allenatore viareggino subentra al tecnico di Cernusco sul Naviglio alla guida della Juventus. Dopo il Mondiale americano Lippi riesce finalmente a interrompere il dominio del Milan di Capello, riportando la squadra torinese ai vertici dopo nove anni. Un tempo infinito, se si pensa che solo prima della Seconda Guerra mondiale era accaduto qualcosa di simile, con la Juventus a secco di scudetti per quindici anni, dal 1935 al 1950. La svolta è figlia anche di una brusca inversione di rotta decisa dalla famiglia Agnelli, che opta per una riorganizzazione societaria molto aggressiva che azzera il passato e cambia la nomenclatura delle stanze di potere all’interno della società.

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Congedato Boniperti, e con lui tutto l’old style facente capo a Gianni Agnelli, dopo più di un trentennio torna ad avere maggior influenza in società, in qualità di Presidente onorario, Umberto Agnelli, che porta con sé nel ruolo di Amministratore Delegato Antonio Giraudo, l’anima sabauda, tifosissimo del Torino, dirigente della Toro Assicurazioni, (società appartenente al gruppo Fiat) e per anni suo fido collaboratore. Giraudo è un manager pragmatico, con le idee chiare, che capisce al volo che il buon andamento sportivo del club non basta, e che occorre controllare le leve del potere: Federazione, Lega e arbitri. Diventa l’occulto ideatore di un sistema perfetto in cui, accanto alla competenza e alle influenze di Adriano Galliani, nella doppia veste di Amministratore delegato del Milan e di Presidente di Lega, troviamo Franco Carraro, chiamato “poltronissimo”, ex Presidente dello stesso Milan, del CONI, attualmente della FIGC e anche, curiosamente, di Mediocredito Centrale, istituto che fa parte di Capitalia, banca con interessi diretti in diversi club.

Antonio Giraudo

A dar manforte a questo blocco di potere la Juventus ingaggia Luciano Moggi, proveniente dalla Roma, un satrapo che viaggia con tre telefoni portatili e che può decidere la vita e la morte calcistica di tanti, disponibile con gli amici (a cui si aggiunge un popolo di zelanti cortigiani presente ovunque, oltre che nel mondo del calcio che conta e delle serie minori, anche nelle redazioni di quotidiani e settimanali, e nelle tv e nelle radio sparse nella penisola) ma spietato con i nemici: “Da quando mi sono messo contro Moggi non ho più lavorato”, afferma Giancarlo De Sisti, ex gloria calcistica e allenatore in disgrazia. Luciano Moggi è da anni l’incontrastato e controverso boss del calciomercato, nonché padre di Alessandro, Presidente della Gea World, società che cura gli affari di decine di calciatori, non a caso conosciuta come la “la società dei figli di”, visto che oltre al presidente Alessandro Moggi vi lavorano Andrea Cragnotti, Francesca Tanzi, Chiara Geronzi (il padre Cesare è presidente di Capitalia), e Davide Lippi. “Lucianone” è personaggio discusso nell’ambiente fin dai tempi in cui venne inquisito col fido Gigi Pavarese (che si assunse tutte le colpe) per lo scandalo delle sexy-accompagnatrici per gli arbitri della coppa UEFA, competizione a cui partecipa il Torino nella stagione 1991/92, squadra di cui Moggi in quel periodo è Direttore sportivo (“Delle prostitute si occupava Moggi”, dichiara candidamente il presidente granata Borsano in un’intervista dell’epoca).

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Per lui rimane paradigmatica la frase pronunciata da Gianni Agnelli al momento dell’ingresso nello staff dirigenziale bianconero in qualità di Direttore generale:

“Anche nelle migliori famiglie dell’alta società c’è bisogno dello stalliere”.

La famosa “triade”, completata dal vicepresidente Roberto Bettega, ex gloria calcistica juventina, riesce in breve tempo a creare una vera e propria joint venture con il Milan del Presidente di Lega Galliani, celebrata nel luglio del 1995 all’Hotel Palace di Torino, quando si incontrano Galliani e Giraudo, ufficialmente per trattare il trasferimento di Roberto Baggio dalla Juventus al Milan, in realtà per definire la cornice e i dettagli di un accordo che assomiglia a una sorta di “cartello” che cambia gli equilibri del calcio italiano, un’alleanza a scopo di business su diversi fronti: dagli sponsor, ai fornitori ufficiali e al merchandising, oltre naturalmente al calciomercato, con sinergie e veti incrociati allo scopo di evitare intromissioni pericolose da parte di società terze, invitate sì al “gran varietà” del calcio italico di quegli anni, ma solo nel ruolo di comparse.

Moggi, Galliani e Giraudo

Il duopolio, anche grazie all’impero televisivo e commerciale di Mediaset, esclude la possibilità di concorrenza, con buona pace dei vari Sergio Cragnotti, Franco Sensi, fratelli Della Valle e, soprattutto, di Massimo Moratti, la “vittima perfetta”. Il calcio come fenomeno sportivo abdica al calcio inteso come mero business, e l’approdo di Galliani alla presidenza della Lega calcio di serie A e B, insieme all’ingresso di Giraudo nel Consiglio federale, blinda un potere in cui il “sistema Moggi”, con ampie influenze sul calciomercato, sugli opinionisti televisivi presenti alle trasmissioni da bar-sport come “Il Processo di Biscardi” e, soprattutto, sulle designazioni arbitrali manipolate dal duo Paolo Bergamo e Pierluigi Pairetto, funge da imprescindibile tassello.

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Dal 1994 fino all’anno del Mondiale tedesco le due società amiche (il Trofeo “Luigi Berlusconi”, inizialmente concepito per far sì che il Milan incontrasse ogni anno una società che avesse vinto almeno una edizione della Coppa dei Campioni o della Coppa Libertadores, a partire dal 1995 diventa una sorta di simbolico rito di fratellanza) si aggiudicano 10 scudetti su dodici (sette la Juve e tre il Milan), nonostante l’ombra del processo per doping che porta in primo grado alla condanna a ventidue mesi del responsabile medico juventino, il dottor Riccardo Agricola. Se nel passato il dominio delle grandi città metropolitane del nord è intervallato da Bologna, Fiorentina e Cagliari negli anni Sessanta, Lazio e Torino negli anni Settanta, Verona, Napoli, due volte, e Roma negli anni Ottanta, dagli anni Novanta, a parte la Sampdoria e le vittorie giubilari di Lazio e Roma, Milan e Juventus dominano la scena incontrastate.

Fu la Lazio ad interrompere nel 2000 il duopolio, secondo Sir Alex Ferguson allora “la squadra più forte del mondo”

 

La premessa di “Calciopoli”: i club si trasformano in Spa

Il 20 settembre 1996 è una data storica per il calcio italiano; un decreto-legge del governo Prodi, con l’appoggio di Rifondazione Comunista, trasforma le società calcistiche in Spa. Il pressing delle società della serie A, con in testa Milan e Juventus, ha avuto successo, determinando una rottura storica col passato; la prospettiva di quotarsi in borsa e, soprattutto, il ghiotto boccone dei diritti televisivi, passati dai 2 miliardi del 1980 ai mille miliardi (500 milioni di euro) della stagione 2000/01, con l’ulteriore prospettiva di trasformarli da collettivi a individuali, appare un’occasione imperdibile per i ras del calcio nostrano. Questa gigantesca massa di denaro, gestita dai vari Agnelli, Berlusconi, Moratti, Della Valle, Cragnotti, Tanzi e Sensi, ovvero Fiat, Mediaset, Saras, Cirio, Parmalat, Italpetroli, non porta però gli effetti sperati, andando per lo più a rimpinguare i già capienti portafogli di giocatori e procuratori. Al 30 agosto 2002, i bilanci delle società di Serie A registrano perdite per 900 milioni di euro che, nel caso di aziende normali collocate in un’economi di mercato, equivarrebbe a dire default. È un sistema gravato dai debiti, quello calcistico. Molte squadre faticano a iscriversi al Campionato (emblematico il caso della Fiorentina dei fratelli Della Valle, alla vigilia del torneo 2002/03).

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Stante la carenza del sistema infrastrutture, con i ricavi da stadio che vanno sempre più assottigliandosi, oltre i diritti televisivi e le sponsorizzazioni, è l’esposizione bancaria a coprire il tetto di una baracca sempre più fatiscente. Nascono allora i trucchi delle plusvalenze (un termine destinato a diventare virtuoso in futuro, nel 2011, quando l’UEFA, rendendosi conto dell’insostenibilità della situazione debitoria di molti club, creerà il cosiddetto Fair Play Finanziario), delle comproprietà farlocche e degli ammortamenti discutibili; si iscrivono a bilancio valutazioni sproporzionate di giocatori semisconosciuti, spesso appartenenti alle squadre primavera. Si cercano poi alternative per incamerare sempre più denaro organizzando amichevoli e improbabili tornei in Quatar o in Arabia Saudita, alla ricerca spasmodica della sponsorizzazione miracolosa; il culmine si raggiunge con la deprimente finale di Supercoppa fra Parma e Juventus, giocata il 25 agosto del 2002 in un improponibile campo sabbioso di Tripoli, presumibile omaggio a Gheddafi, da poco entrato nel capitale della Juventus con il 7,5%. In tale contesto, i lauti introiti garantiti dalla partecipazione alla Champions League diventano ossigeno indispensabile per i nostri top club, che non avendo tradizione e cultura per il merchandising, e senza stadi di proprietà, non possono reggere il confronto con le migliori squadre inglesi e spagnole.

Un riassunto di quella triste finale

 

Deflagra “Calciopoli”

Lunedì 22 maggio, primo giorno del ritiro azzurro, si materializza a Coverciano il Commissario Straordinario della Federazione Guido Rossi. Affermato economista, studi ad Harvard, è incaricato di fare chiarezza sull’ennesimo scandalo che sta travolgendo il calcio italiano. A inizio mese sono state infatti pubblicate le prime intercettazioni in cui emergono rapporti poco chiari fra dirigenti di alcune società e arbitri, al fine di ottenere direzioni di gara favorevoli tramite designazioni pilotate. L’ambiente è a dir poco scosso: Lippi, padre di Davide procuratore Gea, è al centro della bufera. Si parla di dimissioni, ma lui, sguardo burbero e modi bruschi, replica:

“A chi dice che mi devo dimettere, rispondo che non rinuncerei per nessuna ragione al mondo alla cosa più bella che mi sia capitata nella mia carriera: l’occasione di guidare l’Italia al Mondiale”

Lo scandalo, subito ribattezzato “Calciopoli”, vede Luciano Moggi, direttore generale della Juventus, al centro delle indagini da parte della Procura federale, come vertice e dominus di un sistema che, da anni, secondo quanto sta emergendo, condiziona l’andamento del campionato di serie A. Il 14 maggio, giorno del 29mo scudetto della Juve, Moggi, in lacrime, si dimette in diretta televisiva e, con lui, l’amministratore delegato Antonio Giraudo e il vicepresidente Roberto Bettega. L’accusa è quella di associazione a delinquere finalizzata alla frode sportiva. Le gare sotto inchiesta sono diciannove e vedono implicate club storici come Juventus, Milan, Lazio e Fiorentina; Franco Carraro e Adriano Galliani si dimettono da Figc e Lega, mentre Andrea e Diego Della Valle e Claudio Lotito rischiano grosso. Il mondo arbitrale è travolto: la coppia di sodali Paolo Bergamo e Pierluigi Pairetto, designatori arbitrali, si dimostra una coppia in affari. Da quanto emerge dalle prime indiscrezioni si apprende che il livornese Bergamo ha visto negli anni moltiplicarsi nella penisola i suoi punti vendita assicurativi; Pairetto moltiplica il fatturato della sua Basic Market Srl, elettrodomestici all’ingrosso e grande distribuzione alimentare.

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Anche i singoli arbitri, cinquemila euro di gettone a partita, si dimostrano persone intraprendenti: Gianluca Paparesta cerca di far decollare la sua società di revisione dei conti facendosi presentare da Galliani al sottosegretario Gianni Letta; Stefano Ayroldi, commerciante in sanitari, viene inserito in fascia A dopo un extrasconto applicato a una fornitura destinata all’abitazione della “zarina” della Federcalcio Maria Grazia Fazi, segretaria della Commissione arbitri nazionale. Intanto, per venti milioni di tifosi di Juve, Milan, Fiorentina e Lazio sono ore di ansia. Proprio nella storica giornata della vittoriosa semifinale con la Germania, arrivano le pesantissime richieste di condanna del procuratore federale Palazzi: Juve in C con sei punti di penalizzazione, più la revoca del titolo appena conquistato oltre alla non assegnazione di quello precedente; Fiorentina e Lazio in B con quindici punti di penalizzazione, Milan anch’esso retrocesso nella serie cadetta con tre punti di penalizzazione. Infine, una serie di richieste shock per arbitri e tesserati: dalla radiazione per Moggi e Carraro, alle inibizioni per molti altri coinvolti. È un terremoto di proporzioni inaudite per il mondo calcistico, anche se la sentenza definitiva ridimensionerà parzialmente le originarie richieste di Palazzi.

Il simbolo di Calciopoli

 

Il Cammino degli azzurri

 

Da Trapattoni a Lippi

Dopo l’esperienza di Cesare Maldini, dimissionario al termine dei Mondiali francesi del 1998, la Federazione abbandona la strada degli allenatori federali rivolgendosi prima a Dino Zoff (1998-2000), poi a Giovanni Trapattoni (2000-2004), infine a Marcello Lippi, che il 24 giugno 2004 diventa il nuovo Commissario Tecnico della Nazionale. Il viareggino porta organizzazione e compattezza, e conferma il blocco di Trapattoni con alcuni innesti: in primis Luca Toni, 31 reti nell’ultimo Campionato di serie A, primo italiano ad aggiudicarsi la Scarpa d’Oro come miglior realizzatore europeo. Poi, il ventitreenne della Roma De Rossi, l’attaccante Gilardino del Milan e quattro giocatori del Palermo: Barone, Zaccardo, Barzagli e Grosso. Il complesso nel suo insieme è composto da buoni giocatori, con alcuni campioni come Buffon, Pirlo, Totti e Del Piero. Come già nel suo periodo juventino, Lippi si dimostra abilissimo nel toccare le corde giuste dei giocatori dando alla squadra motivazioni straordinarie. È curiosa l’analogia con il Mondiale spagnolo del 1982; anche allora lo scandalo del “Totonero” e le continue critiche dei giornalisti vennero abilmente utilizzate da Bearzot come mantice per amalgamare il gruppo.


Lunedì 12 giugno ore 21,00 Hannover, “AWD Arena”: Italia–Ghana 2-0 (40’ Pirlo, 83’ Jaquinta)

Italia: Buffon, Zaccardo, Nesta, Cannavaro, Grosso, Perrotta, Pirlo, De Rossi, Totti (56’ Camoranesi), Gilardino (64’ Jaquinta), Toni (82’ Del Piero)


Sabato 17 giugno ore 21,00 Kaiserslautern, “Fritz Walter-Stadion”: Italia–Stati Uniti 1-1 (22’ Gilardino, 27’aut. Zaccardo)

Italia: Buffon, Zaccardo (dal 54’Del Piero), Nesta, Cannavaro, Zambrotta, Perrotta, Pirlo, De Rossi, Totti (dal 35’ Gattuso), Gilardino, Toni (61’ Jaquinta).


Giovedì 22 giugno ore 16,00 Amburgo, “Aol Arena”: Italia–Repubblica Ceca 2-0 (26’ Materazzi, 87’ Inzaghi)

Italia: Buffon, Zambrotta, Nesta (17’Materazzi), Cannavaro, Grosso, Gattuso, Pirlo, Perrotta, Camoranesi (74’ Barone), Totti, Gilardino (60’Inzaghi).


 

Ottavi di finale

Agli ottavi di finale giungono Germania e Svezia (2-0, Podolski al 4’ e 12’, a Monaco il 24 giugno), Argentina e Messico (2-1 d.t.s. Marquez al 6’, crespo al 10’ e Rodriguez 8’ p.t.s., a Lipsia il 24 giugno), Inghilterra e Ecuador (1-0, Beckham 15’, a Stoccarda il 25 giugno), Portogallo e Olanda (1-0, Maniche al 23’, a Norimberga il 25 giugno), Ucraina e Svizzera (3-0 dopo i rigori a Colonia il 26 giugno), Brasile e Ghana (3-0, Ronaldo al 5’ Adriano al 46’ Ze Roberto all’84’, a Dortmund il 27 giugno), Francia e Spagna (3-1, Villa rig. 28’, Ribery al 41’, Vieira all’83’ e Zidane al 92’, ad Hannover il 27 giugno) e Italia e Australia.


Lunedì 26 giugno ore 17,00 Kaiserslautern, “Fritz Walter Arena”: Italia–Australia 1-0 (90’rig. Totti)

Italia: Buffon, Zambrotta, Cannavaro, Materazzi, Grosso, Gattuso, Pirlo, Perrotta, Gilardino (46’ Jaquinta), Toni, Del Piero (75’Totti).


Affrontiamo per la prima volta nella storia l’Australia. Quello contro l’undici guidato dal tecnico olandese Guus Hiddink si presenta come un impegno ostico. L’Australia si è qualificata nel gruppo F pareggiando l’incontro decisivo contro la Croazia per 2-2. La squadra presenta due elementi che giocano nel campionato italiano, i parmensi Mark Bresciano e Vince Grella, e ha le sue stelle nella coppia d’attacco formata da Harry Kewell, del Liverpool, e da Mark Viduka, del Middlesbrough. Hiddink le ha dato un’impostazione molto pragmatica; i gialli sanno individuare e inaridire le fonti di gioco avversarie grazie a un pressing efficace, supportato da un’ottima condizione atletica. Lippi avvicenda Totti con Del Piero e propone la coppia d’attacco formata da Toni e Gilardino, già vista all’opera contro gli Stati Uniti. Gli azzurri partono bene e riescono a creare alcune occasioni non sfruttate dal duo d’attacco. Dopo una pericolosa punizione di Chipperfield, Toni spreca due favorevoli opportunità, prima di testa, su cross di Zambrotta, poi calciando alto da buona posizione.

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Al 50’ Materazzi, reo di un’entrata decisa su Bresciano, viene espulso dall’arbitro spagnolo Medina Cantalejo con una decisione molto severa. L’ Australia, forte del vantaggio numerico, si fa più intraprendente pur senza creare seri grattacapi a Buffon; al 75’ Lippi sostituisce l’evanescente Del Piero con Totti. Quando i tempi supplementari sembrano inevitabili, Grosso, innescato da Totti, dopo aver superato Bresciano con una finta a rientrare, entra in area di rigore dove cade a seguito di un contatto con il difensore del Blackburn Rovers Neill, che vistosi superato da un’altra finta a rientrare del nostro terzino, ne ostacola l’avanzata; l’arbitro assegna il rigore che Totti realizza con un forte tiro alla destra del portiere australiano Schwarzer. Siamo qualificati ai quarti di finale; ad Amburgo ci aspetta l’Ucraina.

Francesco Totti sul dischetto, in attesa di calciare un pallone pesantissimo

 

Quarti di finale

Nei quarti si affrontano Germania e Argentina (1-1 al 90’, Ayala al 4’, Klose al 35’, poi 4-2 dopo i rigori, a Berlino il 30 giugno), Portogallo e Inghilterra (3-1 dopo i rigori a Gelsenkirchen il primo luglio), Francia e Brasile (1-0, 12’ Henry, a Francoforte il primo luglio) e Italia e Ucraina.


Venerdì 30 giugno, ore 21,00, Amburgo, “Aol Arena”: Italia–Ucraina 3-0 (6’ Zambrotta, 59’e 69’ Toni)

Italia: Buffon, Zambrotta, Cannavaro, Barzagli, Grosso, Camoranesi (68’ Oddo), Gattuso (77’Zaccardo), Pirlo (88’Barone), Perrotta, Totti, Toni.


L’Ucraina di Andrej Shevchenko, per anni stella del Milan, Pallone d’Oro due anni prima, ora al Chelsea, ha come C.T. un altro ex Pallone d’Oro (1975), Oleg Blochin, ex gloria della fantastica Dinamo Kiev allenata da Valerij Lobanovs’kyj, e nelle cui fila militavano stelle come Leonid Buryak, Volodymyr Onyščenko, Vladimir Veremeev e Viktor Kolotov. Dopo essere finita seconda nel gruppo H alle spalle della Spagna, negli ottavi di finale l’Ucraina ha superato la Svizzera dopo i calci di rigore. L’abbiamo appena affrontata a Losanna, il 2 giugno, nell’ultima amichevole pre-mondiale, pareggiando 0-0. Quella Ucraina è una discreta formazione priva di fuoriclasse, se si esclude il citato Shevchenko, che però non è più il giocatore che ha imperversato per tanti anni nel Campionato italiano e che sembra avviato a un rapido declino. Lippi presenta uno schieramento prudente, con la coppia d’attacco formata da Toni e Totti. Al 5’ gli Azzurri sono già in vantaggio; Zambrotta avanza sulla trequarti e, dopo un rapido triangolo con Totti, da appena fuori area batte con un tiro molto forte il portiere ucraino. L’Italia controlla agevolmente la partita ma non riesce a concretizzare la superiorità nel corso dei restanti minuti del primo tempo.

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Nella ripresa assistiamo a una reazione degli ucraini, e al 50’ Buffon respinge sul palo un colpo di testa di Gusin; poi, otto minuti dopo, ancora Gusin impegna Buffon che non trattiene, ma Kalinichenko si vede respingere il tiro calciato a colpo sicuro da Zambrotta, provvidenzialmente appostato sulla linea di porta. Sul susseguente contrattacco gli Azzurri raddoppiano; Totti dalla sinistra crossa in area dove Cannavaro non riesce a impattare; alle sue spalle è appostato Toni che, di testa, batte imparabilmente il numero uno ucraino. Dopo tre minuti ancora Gusev, sempre di testa, coglie la traversa. Al 69’ Zambrotta dall’out sinistro supera prima Gusin, poi Vashchuc, infine centra in area dove Toni appoggia in rete la rete del definitivo 3-0. Siamo la semifinale. A Dortmund ce la vediamo con i padroni di casa in un match che si annuncia terribile.

L’esultanza di Luca Toni contro gli ucraini

 

Semifinali

Si affrontano Francia e Portogallo e gli eterni rivali Italia e Germania. A Monaco, il 5 luglio, i francesi superano i portoghesi ben al di là dello striminzito 1-0 finale, ottenuto grazie a un rigore calciato al 33’ da Zidane a seguito di un fallo di Ricardo Carvalho su Henry. Non basta ai portoghesi la buona prestazione di Cristiano Ronaldo; troppo solo la stella del Manchester United per impensierire i blue, né Deco né Figo né tantomeno Pauleta riescono a incidere sul match, condotto in porto con sicurezza e autorità dalla Francia.


Martedì 4 luglio, ore 21,00, Dortmund, “Westfalenstadion”: Italia–Germania 2-0 (119’ Grosso, 120’ Del Piero)

Italia: Buffon, Zambrotta, Cannavaro, Materazzi, Grosso, Pirlo, Gattuso, Camoranesi (91’ Jaquinta), Perrotta (104’ Del Piero), Totti, Toni (74’ Gilardino).


 

La pizza va di traverso ai tedeschi

L’Italia raggiunge la semifinale di un Campionato mondiale per la settima volta (Italia-Olanda del 1978, di fatto, lo era). Va in scena l’ennesima sfida contro la Germania, Nazionale con la quale vantiamo una tradizione largamente favorevole. I padroni di casa cercano di esorcizzare la loro bestia nera giocando nell’impianto che li vede imbattuti, il “Westfalenstadion”, tempio del Borussia Dortmund, struttura imponente con curve altissime a strapiombo sul terreno di gioco. Alla vigilia del match i tedeschi non hanno rinunciato alla loro proverbiale supponenza, e i quotidiani teutonici sono ricorsi ai soliti luoghi comuni per denigrare gli Azzurri e, con loro, un intero Paese; la Bild titola “Arrivederci pizza”, e presenta i prevedibili duelli in campo con i giocatori italiani sovrimpressi su altrettante fette di pizza.

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Nel ritiro di Duisburg migliaia di nostri connazionali fanno sentire il loro appassionato sostegno ai nostri giocatori che sono consapevoli di dover tentare di vincere anche per loro. I bambini delusi dalle prestazioni della Nazionale italiana nel 1974 sono ora adulti, e sperano di poter cancellare la memoria di quell’ingloriosa spedizione.  Dopo aver superato come prima classificata il proprio gruppo di qualificazione, la Germania ha sconfitto negli ottavi la Svezia di Ibrahimovic per 2-0, e nei quarti l’Argentina di Tevez, Riquelme e Crespo solo dopo i calci di rigore, grazie alle parate di Lehmann sui tiri di Ayala e Cambiasso. I nostri avversari, guidati dal C.T. Jurgen Klinsmann, vecchia conoscenza della nostra Serie A, andato a vivere con la famiglia in California e da due anni alla guida della Nazionale, sono una buona squadra ma sicuramente di livello inferiore rispetto alle compagini tedesche presenti nelle passate edizioni della Coppa del mondo.

Il ct della Germania Jurgen Klinsmann, sullo sfondo Marcello Lippi (Foto di Shaun Botterill/Getty Images)

La difesa ha un buon affiatamento ma non è certo imperforabile; la coppia centrale è composta dai lunghi Per Mertesacker e Christoph Metzelder, rispettivamente dell’Hannover 96 e del Borussia Dortmund, buoni giocatori, molto attenti a presidiare l’area e quasi imbattibili sui palloni alti, ma dalle movenze macchinose e, specialmente il primo, non certo insuperabile in situazioni di uno contro uno o in presenza di veloci triangolazioni degli attaccanti avversari. Gli esterni bassi sono Ame Friedrich, del Borussia Dortmund e Philipp Lahm, del Bayern Monaco, buoni interpreti del ruolo, in particolar modo il terzino bavarese, uno stantuffo capace di percorrere la fascia di competenza senza soluzione di continuità nel corso dei novanta minuti. Il centrocampo si avvale di un quartetto composto da Michael Ballack, del Bayern Monaco, Tim Borowski, del Werder Brema (sorprendentemente preferito a Bastian Schweinsteiger), Sebastian Kehl, del Borussia Dortmund e Bernd Schneider, del Bayer Leverkusen.

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Michael Ballack è Der Kapitan e senza alcun dubbio la stella della squadra. L’ex centrocampista del Bayer Leverkusen, ora ai rivali del Bayern Monaco, è l’emblema di una generazione di buoni calciatori arrivati a un passo dal traguardo (come nel Mondiale nippo-coreano) ma mai capaci di quell’ultimo salto di qualità, sia tecnico che caratteriale, indispensabile per vincere. Ballack è un centrocampista totale, capace di difendere, di impostare e di rendersi pericolosissimo in zona goal, quasi una sorta di prototipo laboratoriale del calciatore degli anni Duemila, un po’ Netzer, un po’ Schuster, un po’ Mattheus, ma senza quell’eccentricità caratteriale, quell’extravaganza, che spesso contraddistingue la personalità dei fuoriclasse. In attacco giostra la coppia formata da Miroslav Klose (alla fine del torneo capocannoniere del Mondiale con 5 reti) e Lukas Podolski, rispettivamente del Werder Brema e del Colonia, due buoni giocatori, in particolare il primo, capaci di integrarsi e di muoversi con disinvoltura su tutto il fronte d’attacco. Lippi conferma la formazione ormai da considerare titolare, con la coppia offensiva Totti-Toni.

Il capitano di quella Germania, campione mancato

La partita è giocata con grande circospezione da entrambe le squadre e nel primo tempo assistiamo a un paio di tentativi senza esito di Perrotta per l’Italia, e Schneider per la Germania. Anche la ripresa vede ritmi abbastanza blandi ma con più occasioni. Prima Klose al 50’ viene anticipato di piede da Buffon; un minuto dopo è Grosso a ritardare il tiro a due passi da Lehmann, mentre al 61’ Podolski impegna Buffon. Negli ultimi minuti c’è un’occasione per parte; prima una punizione alta di Ballack, poi una uscita di Lehmann su Perrotta. Si va ai supplementari, come a Città del Messico il 17 giugno 1970. Lippi inserisce Jaquinta e la mossa si rivela azzeccata. Al 91’ Gilardino si libera di Metzelder e, rientrando dalla linea di fondo, colpisce il palo a Lehmann battuto; passa un minuto, e su azione di calcio d’angolo Zambrotta colpisce la traversa con un gran tiro. Lippi intuisce che il momento è favorevole e inserisce Del Piero al posto di Perrotta, dando un segnale di coraggio alla squadra.

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Ora gli Azzurri hanno in campo contemporaneamente Gilardino, Del Piero, Jaquinta e Totti. Il rischio però paga, perché dopo un’occasione sciupata da Podolski, con grande risposta di Buffon, l’Italia dà l’impressione di poter passare da un momento all’altro; al 118 Pirlo da fuori area impegna Lehmann che respinge in calcio d’angolo; sul susseguente corner, lo stesso Pirlo riceve al limite dell’area e, dopo alcuni controlli, con un passaggio no-look come nel basket serve Grosso appostato in area; il terzino fa partire un tiro perfetto di interno sinistro, quello che la Provvidenza calcistica assegna in dote a ogni giocatore una volta nella carriera, che fa passare la sfera fra il palo e la mano protesa in tuffo del portiere tedesco. Esplode la gioia del terzino del Palermo il cui urlo liberatorio,

“No, non ci credo, non può essere che ho segnato proprio io, ditemi che è un sogno!”

ricorda un altro celebre urlo, quello di Tardelli in occasione della finale di Madrid nel 1982. Passa un minuto e l’Italia raddoppia con Del Piero che, servito da Gilardino, di destro, batte Lehmann con un tiro all’incrocio dei pali. È il trionfo, gli Azzurri esultano stretti attorno a Marcello Lippi, e con loro esulta un intero Paese. La pizza è risultata indigesta ai supponenti tedeschi che, una volta di più, si vedono superati dagli Azzurri in una partita dei Mondiali, dopo Messico 70’ e Spagna 82’. Il nostro Premier, Romano Prodi, stringe la mano alla collega Angela Merckel, pallida e ammutolita, e nei suoi occhi brilla il legittimo orgoglio patriottico. In Italia è festa grande, dal Circo Massimo a Piazza del Duomo a Milano e in tutte le piazze dove i megaschermi permettono all’entusiasmo delle folle di trovare espressione e sfogo. È una notte di follie, ma ne vale la pena. Incontenibile è la gioia nell’ambiente azzurro, che si appresta a vivere l’emozione di un’altra finale dodici anni dopo Los Angeles. Un premio all’unità.

L’incredulità e la gioia di Fabio Grosso dopo il gol

 

Finale


Domenica 9 luglio, Berlino, ore 21,00, “Olympiastadion”: Italia–Francia 1-1 d.t.s. 5-3 ai rigori (7’ rig. Zidane, 19’ Materazzi) Italia: Buffon, Zambrotta, Cannavaro, Materazzi, Grosso, Pirlo, Gattuso, Camoranesi (86’ Del Piero), Perrotta (61 Jaquinta), Totti (61’ De Rossi), Toni.


Il cielo sopra Berlino si tinge d’azzurro

Affrontiamo in una finale da brividi quella che può considerarsi la squadra più forte del torneo. È il quarto confronto diretto nella storia dei Mondiali fra Italia e Francia. Il bilancio è in perfetta parità: due vittorie a testa. La prima volta fu a Parigi, il 12 giugno 1938, e gli Azzurri si imposero nei quarti di finale per 3-1 (rete di Colaussi e doppietta di Piola); il secondo appuntamento è a Mar del Plata, in Argentina quarant’anni dopo, il 2 giugno 1978, nella prima partita del girone eliminatorio, e l’Italia si impone per 2-1 in rimonta (di Paolo Rossi e Zaccarelli le reti). Il terzo vis a vis avviene a Città del Messico, il 17 giugno 1986, in occasione degli ottavi di finale, e il risultato premia i Blues di Platini per 2-0. Infine l’ultimo incrocio a Saint-Denis, il 3 luglio del 1998, con i francesi a prevalere nei quarti di finale dopo la lotteria dei rigori. C’è anche la cabala a confortare gli Azzurri: dal 1970, puntualmente, ogni dodici anni l’Italia arriva in finale; è accaduto nel 1982, poi nel 1994, ora nel 2006. La nazionale italiana ha perso la prima e la terza volta mentre ha vinto la seconda e, per la legge dell’alternanza, gli auspici sono tutti per una vittoria.

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Shakira e Wyclef Jean fanno da preludio sonoro all’attesissima finale di Berlino. Agli ordini del direttore di gara, l’argentino Horacio Marcelo Elizondo, le squadre fanno il loro ingresso in campo e si allineano a centrocampo per gli inni nazionali. Sugli spalti circa quarantamila tifosi italiani intonano con gli azzurri l’inno di Mameli; poi è la volta della Marsigliese. In tribuna d’onore i Presidenti Jacques Chirac e Giorgio Napolitano seguono in piedi i rispettivi inni. Lippi conferma la formazione vincente di Dortmund. La partita è iniziata da sei minuti quando Malouda è atterrato appena dentro l’area da Materazzi; per l’arbitro non ci sono dubbi: è rigore. Zidane realizza con un beffardo “cucchiaio” che batte sulla parte interna della traversa e finisce in rete. Gli azzurri reagiscono prontamente e al 19’ pervengono al pareggio; su un calcio d’angolo battuto da Pirlo, Materazzi, di testa, sospinto da milioni di italiani che soffiano per farlo salire più in alto di Vieira, batte Barthez. Al 35’ Toni, a pochi passi dal portiere francese viene anticipato da Thuram e sul conseguente corner il centravanti azzurro, con uno stacco imperioso, centra la traversa. La prima frazione di gara termina senza altri sussulti. L’Italia ha disputato un buon primo tempo, giocando meglio della Francia e apparendo più brillante e reattiva.

Materazzi nel cielo di Berlino (Foto di Alex Livesey/Getty Images)

Nella ripresa i transalpini si mostrano più aggressivi e il loro attacco, specialmente con Henry, crea non pochi grattacapi alla difesa azzurra. L’Italia riesce a rendersi pericolosa con una punizione di Pirlo di poco fuori. I francesi perdono per infortunio uno dei loro migliori uomini, Vieira, che viene sostituito da un suo clone con minori soft skills calcistiche, Alou Diarra. L’Italia sembra in debito d’ossigeno e la Francia esercita un buon pressing, che però non produce chiare occasioni da rete. Lippi provvede alle prime sostituzioni inserendo Iaquinta e De Rossi al posto di un Totti impalpabile e di uno stremato Perrotta. Subito dopo, sugli sviluppi di una punizione battuta dalla trequarti campo da Pirlo, Toni anticipa i difensori e insacca di testa, ma Elizondo annulla per fuorigioco. Sul ribaltamento di fronte il solito Henry impegna Buffon in una difficile respinta in tuffo; Pirlo, sempre il più lucido degli azzurri, impensierisce Barthez con una punizione che sfiora il palo. Prima della fine dei tempi regolamentari, Lippi sostituisce un provato Camoranesi con Del Piero. L’arbitro, dopo due minuti di recupero fischia la fine dell’incontro. Si va ai supplementari per la sesta volta in una finale di Coppa del Mondo.

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Lippi ha già giocato tutte le sue carte, mentre il C. T. Domenech ha ancora due sostituzioni a disposizione. I primi minuti del primo tempo supplementare sono concitati; i francesi appaiono più vivi e Ribery sfiora il palo prima di essere sostituito da Trezeguet, che prende posto al centro dell’area di rigore, consentendo ad Henry di spostarsi sulle fasce, posizione a lui più congeniale. Al 13’ Buffon si supera deviando in calcio d’angolo un pericolosissimo colpo di testa di Zidane sferrato da pochi metri. Il primo supplementare termina senza altre emozioni. Nel secondo tempo supplementare Domenech gioca la carta Wiltord. L’allenatore francese cerca anche l’effetto scaramantico, inserendo i due giocatori che ci avevano ingiustamente condannato nella finale del Campionato europeo del 2000. Al 5’ la partita prende una svolta imprevedibile; Zidane, senza apparente motivo – con un raptus che sembra riportarlo di colpo alla turbolenta adolescenza marsigliese – colpisce in petto con una forte testata punitiva Materazzi. Sono attimi di grande confusione; il fattaccio è avvenuto lontano dall’azione ed è sfuggito sia al direttore di gara, sia ai guardalinee Dario Garcia e Rodolfo Otero, e viene segnalato a Elizondo dal quarto uomo Louis Medina Cantalejo (arbitro di Italia-Australia). Scatta immediata l’espulsione, che macchierà indelebilmente oltre il grande Mondiale disputato dalla stella transalpina, anche la sua fantastica carriera. È l’eclissi di un mito, uno shock per i tifosi francesi, che vedono la loro étoile caduta dal trono del re alla polvere del teppista. Gli ultimi minuti trascorrono in attesa del fischio finale dell’arbitro argentino. Si va ai rigori!

Una frazione di secondo dopo la più celebre testata della storia del mondo

Per la seconda volta nella storia, una finale del Mondiale viene decisa dai rigori, e sempre con l’Italia protagonista. I tiri dagli undici metri sono stati spesso fatali per la nostra Nazionale, ma questa volta i nostri giocatori sono perfetti: Pirlo, Materazzi, De Rossi, Del Piero e, per ultimo, l’uomo del destino Fabio Grosso, realizzano tutti i rigori, mentre per i francesi è fatale il secondo rigore, sbagliato da Trezeguet che coglie la traversa. Siamo Campioni del mondo per la quarta volta! I giocatori impazziscono di gioia intorno al loro fantastico capitano Cannavaro. Gigi Riva, dello staff tecnico, assapora sul campo quella gioia che aveva solamente sfiorato a Città del Messico 36 anni prima.

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Il ritorno dei nostri calciatori in patria è una sorta di grande festa pagana, che via via prende le distanze dall’evento sportivo per alimentarsi di vita propria. Il percorso del pullman scoperto che, nottetempo, in quasi due ore, trasporta gli azzurri vittoriosi da Palazzo Chigi al Circo Massimo, è simile a un cammino trionfale. Un milione di persone acclama i suoi eroi impegnati in una lunga marcia, così come accadeva nell’Urbe nei giorni degli imperatori, e, anche se solo per una notte, Roma torna caput mundi. “È la vittoria dell’Italia leale, e in questo orgoglio nazionale il Paese recupera serenità”, afferma il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano.

Gli eroi festeggiati al ritorno in patria

 

La Partita

 

Il primo luglio, a Francoforte, si incontrano per i quarti di finale Francia e Brasile, otto anni dopo la finale di Parigi del 1998. Il Brasile ha vinto tutte le partite di qualificazione del girone F e nei quarti di finale ha liquidato il Giappone con un perentorio 3-0. La Selecao, guidata dal C.T. Perreira, è un’ottima formazione anche se un po’ logora in certi elementi. Roberto Carlos e, soprattutto, Ronaldo, non sono più i campioni che abbiamo ammirato fino a pochi anni prima; i due fanno parte del Galacticos, il Real Madrid stellare di Florentino Peres in cui milita anche David Beckham, una sorta di “calciatore brand” che sublima nel corpo di “modello-calciatore” ancor più che in quello di “calciatore-modello” (ottime le sue punizioni, però, calciate con il piede destro che sembra avere un micro radar incorporato), le caratteristiche estetiche che lo fanno diventare una sorta di perfetta icona pop postmoderna, utilizzata come testimonial per beni di consumo di massa.
Sia Roberto Carlos che l’altro terzino, Cafu, fra i più grandi laterali Verde-oro di tutti i tempi, pur vantando molta esperienza hanno perduto la freschezza atletica e il dinamismo degli esordi. Ronaldo non è più O Fenomeno, così come lo abbiamo conosciuto in Italia, soprattutto prima del tremendo infortunio del 12 aprile 2000, in un Inter- Lazio di Coppa Italia. Fino a quel momento, fra Cruzeiro, PSV Eindhoven, Barcellona e Inter, Ronaldo aveva segnato 201 goal in 244 incontri disputati. Trasferitosi al Real Madrid nel 2002, riesce comunque a segnare 100 reti in 164 partite ufficiali nelle fila delle merengues.

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Difficile paragonare l’attuale Ronaldo, di molto appesantito e dalla scarsa mobilità, con il fuoriclasse visto nel primo periodo di carriera. Di quel giocatore rimane la grande intelligenza calcistica, il formidabile intuito nel trovarsi nella posizione ideale per calciare a rete, oltre ai fondamentali calcistici di prim’ordine. La Nazionale brasiliana presenta un’ottima coppia centrale difensiva formata da Lucio, del Bayern Monaco, esuberanza fisica allo stato puro, e Juan, del Bayer Leverkusen, ottimo stile e senso della posizione. Il centrocampo, tutto tecnica e fantasia, presenta il meglio del calcio brasiliano del momento: Kaka, del Milan, Juninho Pernambucano, del Olimpique Lione e Ronaldinho, del Barcellona, sono autentici fuoriclasse a cui però fa difetto il senso del collettivo, essendo ognuno la star delle rispettive squadre di club. A differenza di Mario Zagallo e Tele Santana, al C.T. Perreira non è riuscito il miracolo compiuto dai suoi predecessori: far coesistere fra di loro dei campioni (Pelé, Rivellino, Gerson e Tostao nel 1970, Socrates, Zico, Falcao, nel 1982) stemperando il loro lato anarcoide a favore di un maggior senso di squadra. Soprattutto Ronaldinho (la stella del Bercellona si è aggiudicato il Pallone d’Oro l’anno prima e per due anni consecutivi, nel 2004 e nel 2005, il FIFA World player) e il milanista Kaka, fra i giocatori più attesi del Mondiale, hanno molto deluso le aspettative della vigilia denunciando una certa fragilità caratteriale, e mancando l’appuntamento fondamentale per imprimere un senso diverso alle loro pur ottime carriere.

Quel confronto, in campo, lo vinse Zizou (Foto di Stuart Franklin/Bongarts/Getty Images)

La Francia del C.T.Domenech è la più forte compagine del Mondiale, grazie a un cocktail esplosivo di tecnica, forza fisica e compattezza di squadra. I Blues sono un autentico melting pot calcistico, con sette atleti di colore guidati dal talento immenso del calciatore di origine algerina Zinédine Zidane, stella del Real Madrid, che ha raggiunto livelli di rendimento eccezionali, e che grazie al gran fisico e all’eccellente tecnica di base domina le situazioni di gioco come solo Johann Cruijff e pochi altri erano stati capaci di fare in passato. La sua finta a elastico è una rivisitazione accelerata di quella proposta da Rivellino negli anni Settanta, e il grande orgoglio, unito a una fortissima volontà, lo hanno portato a vincere tutto sia in Nazionale, che nelle squadre di appartenenza.

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Nella rappresentativa transalpina è supportato da altri grandi campioni: Patrick Vieira, grande atleta senegalese della Juventus, elemento di equilibrio e di forte personalità; Lilian Thuram, formidabile difensore in possesso di grandissime doti atletiche e di ottima tecnica, anche lui in forza alla Juventus; Claude Makélelé, centrocampista del Chelsea, un portento di dinamismo capace di proporre per tutta la partita un asfissiante pressing sui portatori di palla avversari; Florent Malouda, Franck Ribery e Sylvain Wiltord, attaccanti esterni molto tecnici ma in possesso di un notevole spirito di sacrificio, tutti in forza all’Olimpique Lione; Thierry Henry, veloce e potente punta dell’Arsenal, che sintetizza tutte le caratteristiche del grande attaccante, finalmente nel pieno della consapevolezza nei propri mezzi, a differenza del passato quando questa dote gli faceva difetto; infine David Trezeguet, della Juventus, classico terminale offensivo, una sorta di prototipo del goleador d’area di rigore del secondo millennio.

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A Francoforte i transalpini esibiscono una terribile prova di forza annichilendo il Brasile ben al di là dello striminzito risultato finale. L’ultima volta che i Verde-oro hanno perso una partita ai Mondiali è stato otto anni prima, al parco dei Principi di Parigi, nella finale del 1998. Come allora, Zidane è il vero brasiliano in campo; impone la sua straordinaria classe e tutti gli altri sembrano allievi intimiditi al cospetto del maestro. I brasiliani penalizzati dalle precarie condizioni fisiche di Kakà, sono sovrastati sotto ogni punto di vista non riuscendo a trovare varchi nel muro di maglie bianche. Ronaldo non riesce a incidere e ancor meno ci riesce Ronaldinho. L’ingresso dell’interista Adriano (una cicala che a 24 anni è già avviato a sperperare tutti i suoi talenti calcistici a causa di un’indole incline a uno stile di vita sibarita) non cambia gli equilibri e il goal di Henry, dimenticato in area dai difensori brasiliani sugli sviluppi di una punizione calciata da Zidane, è il suggello a una partita che i Blues meritano ampiamente di vincere, candidandosi a favoriti d’obbligo per la vittoria finale.

L’abbraccio tra Zidane ed Henry a fine partita

 

I Campioni

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Il portiere

Luigi Buffon, della Juventus; a parte l’autorete di Zaccardo, mantiene l’imbattibilità fino al rigore di Zidane in finale. Prestazioni esemplari per il più forte numero uno al mondo; giocatore privo di punti deboli, sempre in movimento pur nel ruolo più statico della squadra. Esce sempre, non aspetta mai in porta e per gli avversari non c’è scampo. Mondiale da incorniciare. Insuperabile.

La coppia centrale

Fabio Cannavaro, della Juventus; mostruoso Campionato mondiale, per il nostro stopper. Difficile trovare aggettivi per descrivere le prestazioni del difensore azzurro. Tutte le sue grandi caratteristiche tecniche e atletiche si sono palesate all’ennesima potenza. Sempre concentrato, in anticipo su tutti, un autentico gladiatore. Solo Henry, in finale, è riuscito a farlo apparire umano in qualche frangente di gioco; dettagli.

Gladiatorio

Giuseppe Materazzi, dell’Inter; il giocatore che non ti aspetti. Segna un gran goal con la Repubblica Ceca e nel proseguo del Mondiale non fa rimpiangere l’infortunato Nesta. In finale recupera mentalmente dall’ingenuità che ci è costata il rigore e va a segnare la rete del pareggio passeggiando nell’aria sulle spalle di Vieira, e chissà se basterà per avere un applauso dal pubblico nemico almeno una volta nella vita, quando tornerà il Materazzi dell’ Inter. Chiude su tutti e segna pure un rigore perfetto. Semplicemente, Matrix.

I Laterali

Gianluca Zambrotta, della Juventus; ottime prestazioni anche per il laterale destro della difesa azzurra: Gran goal contro l’Ucraina, colpisce una traversa nel primo supplementare contro la Germania. Sempre pronto ad attaccare e difendere, dalle sue parti non passa nessun avversario. Instancabile.
Fabio Grosso, del Palermo; la sorpresa del mondiale. Fino a due anni prima in serie B, ora nella fase finale del Campionato del mondo; il mancino azzurro è decisivo negli ottavi, ci regala la finale con una rete fantastica nella serata magica di Dortmund, e segna il quinto e decisivo rigore nella finale di Berlino. Uomo del destino.

Il nostro mostruoso capitano

I Centrocampisti

Mauro Germán Camoranesi, della Juventus; l’indio abbina quantità a qualità e offre un contributo fondamentale al centrocampo azzurro. Veste i panni del gregario e con intelligenza e abnegazione aiuta tutti nella zona nevralgica del campo. Non riesce a essere incisivo in attacco, ma disputa comunque un buon Mondiale. Gregario di lusso.

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Andrea Pirlo, del Milan; chi lo ha visto diciannovenne in una amichevole estiva disputata dall’Inter a Manchester, non si dimentica l’espressione estasiata di Simoni di fronte alla calma e alla classe quasi disumana di quel ragazzino. Con un’intuizione geniale, Ancellotti gli inventa un ruolo da “volante atipico”, grazie al quale imprime una svolta alla sua carriera. Oggi siamo al cospetto di un giocatore completo, in possesso di soft skills pedatorie talmente accentuate da poter trovare la migliore soluzione in ogni zona del campo; dall’alto di una intelligenza calcistica superiore rende semplici giocate per altri difficili solo da immaginare. Mondiale da eccellenza, con la perla del passaggio no look a Grosso in occasione della prima rete contro i tedeschi in semifinale. Maestoso.

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Gennaro Gattuso, del Milan; un intruso sul tetto del mondo? Nooo! Gattuso rincorre Vieira, “ringhia” come d’antonomasia su Henry, strappa la palla a Zidane come a chiunque gli sia passato nei paraggi in questo Mondiale. Sublima la rabbia del gruppo e diventa il leader emotivo della squadra. Emozionante.

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Simone Perrotta, della Roma; un Mondiale di corsa e sostanza per l’incursore romanista. È la variabile tattica del centrocampo azzurro; a lui Lippi chiede continui strappi offensivi senza palla e Perrotta non si risparmia arrivando alla finale in riserva di energie. Ma anche con la Francia dà il suo notevole contributo di muscoli e cuore. Commovente.

Il Mondiale della comsacrazione

Gli Attaccanti

Francesco Totti, della Roma; piccoli contrattempi fisici condizionano il suo Mondiale, che non riesce a disputare da leader, dall’alto della sua classe. Allora si sacrifica, sbuffa per rincorrere avversari, ma regala anche spunti del suo immenso repertorio. Suo il rigore decisivo negli ottavi di Kaiserslautern contro l’Australia, al 93’. Classe.

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Luca Toni, della Fiorentina; è il terminale offensivo, l’uomo a cui lanciare la palla quando mancano alternative; Toni arpiona tutti i servizi dei compagni, anche quelli meno limpidi e col suo corpaccione protegge la palla nascondendola agli avversari, costretti quasi sempre a commettere fallo. Segna due belle reti con l’Ucraina nei quarti e centra una clamorosa traversa nel primo tempo della finale. La piovra azzurra.

 

Gli altri Azzurri

Un ringraziamento agli altri Azzurri che hanno contribuito alla vittoria finale. Alex Del Piero, autore della rete del definitivo 2-0 alla Germania e del quarto rigore nella finale di Berlino; Vincenzo Jaquinta, marcatore del secondo goal nella partita del debutto ad Amburgo. I suoi ingressi a gioco in corso, sapientemente guidati da Lippi, specialmente nella semifinale di Dortmund, hanno contribuito ad allargare il fronte d’attacco azzurro creando seri grattacapi alle difese avversarie; Alberto Gilardino, autore del goal del 1-0 contro gli Stati Uniti a Kaiserslautern; la sua azione caparbia conclusa con il palo, ha dato fiato alle speranze azzurre nel primo tempo supplementare contro la Germania; Pippo Inzaghi, autore della rete della tranquillità nella terza partita del girone di qualificazione contro la Repubblica Ceca; Daniele De Rossi, purtroppo espulso durante il match contro gli Stati Uniti, ma rientrato in tempo per partecipare a un pezzo di finale, in cui sigla con estrema tranquillità il terzo rigore; Cristian Zaccardo, autore di una sfortunata autorete e, visto che siamo in tema di sfortuna, il pensiero corre ad Alessandro Nesta, fra i più forti difensori italiani del dopoguerra, ancora una volta perseguitato dalla cattiva sorte in un Campionato mondiale; infine Massimo Oddo e Simone Barone, vittoriosi da esordienti a un Mondiale.

Alessandro Del Piero e sullo sfondo Alberto Gilardino, due nomi per un gruppo incredibile.

 

Il Commissario Tecnico

Marcello Lippi fa leva sulle disgrazie del calcio nostrano per dare motivazioni eccezionali a un gruppo in crisi. Sembra che “Calciopoli” possa spaccare lo spogliatoio della Nazionale, invece lo ricompatta. Tutti uniti, nonostante il vento di bufera che soffia impetuoso dall’Italia. Perché poi, si sa: è navigando controvento che “la barca Azzurra” esprime il meglio di sé. È già successo in Spagna, con Enzo Bearzot; si ripete ventiquattro anni dopo con Marcello Lippi. Il tecnico viareggino incide sulle prestazioni smentendo la teoria per cui l’allenatore risulta ininfluente sulle sorti della partita. Non sbaglia una mossa ed esce vittorioso dalla tempesta perfetta che si era abbattuta sulla spedizione azzurra prima dell’inizio dei Mondiali, riuscendo a far crescere nel gruppo quella forza che porta gli Azzurri a vincere senza essere i più forti. È un po’ un eroe dei nostri tempi, Marcello Lippi, e alla sua sagoma da attore hollywoodiano si aggrappa tutto il movimento calcistico nazionale affinché il Mondiale vinto possa rappresentare un’ideale lavatrice delle coscienze collettive post “Calciopoli”, e per far sì che quella coppa, esposta e ostentata, possa esorcizzare i diavoli di quel “Robespierrismo” da tinello che ogni tanto compare nei sonni agitati del Belpaese. Eroico.

Marcello Lippi, la Coppa e il più buon sigaro di sempre.

 

Istantanee

Per noi tifosi l’amore resterà”, afferma uno sconsolato Gianpiero Boniperti, dopo che il terremoto “Calciopoli” ha ridotto a macerie un’èra calcistica. E l’amore per il calcio è tutto nello sguardo di un ragazzo timido e silenzioso che, a ventinove anni, si avvicina al dischetto per calciare il rigore decisivo in un Campionato mondiale. Solo due anni prima giocava in serie B, e mai avrebbe immaginato di trovarsi a Berlino, in una afosa domenica di luglio, per decidere le sorti della Coppa del mondo e coronare così la sua favola vincente. Osservi quel ragazzo, cogli il suo sguardo, e in quello sguardo intuisci il potere del calcio. È quello del sogno, dell’immaginazione, che fa scrivere a Jorge Luis Borges:

“Ogni volta che un bambino prende a calci qualcosa per strada lì ricomincia la storia del calcio”.

E sono come quelli di un bambino che insegue il suo sogno, gli occhi di Fabio Grosso: occhi che trasmettono emozioni. Perché le emozioni, si sa, non si comprano, si regalano sempre.
Sì, forse ha ragione Boniperti, vecchia gloria juventina: l’amore resterà.