La X edizione del Campionato mondiale di calcio si svolge in Germania dal 13 giugno al 7 luglio e vede coinvolte nove città: Monaco di Baviera, Berlino, Amburgo, Dortmund, Francoforte, Hannover, Düsseldorf, Gelsenkirchen e Stoccarda. Mentre è ancora vivo il ricordo dei tragici avvenimenti dell’Olimpiade di Monaco del 1972, e negli Stati Uniti lo scandalo Watergate sta travolgendo il presidente Nixon, nel vecchio continente cadono gli ultimi regimi autoritari: il 25 aprile la rivoluzione dei garofani conclude la dittatura di Salazar in Portogallo, in Spagna termina quella di Francisco Franco, che ha già passato il potere l’anno prima al suo vice, Luis Carrero Blanco, mentre, il 23 luglio, si concluderà anche il regime dei colonnelli greci. In Italia si è da poco allentata la morsa dell’Austerity, il provvedimento con cui, nell’inverno del 1973, il governo ha deciso un drastico contenimento del consumo energetico causato dal vertiginoso aumento del prezzo del petrolio a seguito della guerra del Kippur.

 

Sono le domeniche a piedi degli italiani, a causa del divieto assoluto di circolare con i mezzi privati nei giorni festivi; i cinema chiudono alle 22,00, i programmi televisivi alle 23,00, e l’illuminazione esterna viene ridotta all’essenziale. In maggio il referendum sul divorzio ha mantenuto in vita la legge Fortuna/Baslini; 65.000 dipendenti della Fiat sono messi in cassa integrazione e il panorama socio-politico è arroventato da bombe e tentati golpe. Siamo nel mezzo della cosiddetta “strategia della tensione”, e se la primavera è funestata dall’ordigno che, il 28 maggio, a Brescia, in piazza della Loggia, causa otto morti e più di cento feriti, l’estate sarà altrettanto tragica, con l’attentato sul treno Italicus del 12 agosto, che provocherà dodici morti e una cinquantina di feriti, e con il fallito golpe bianco di Edgardo Sogno, ex ambasciatore ed esponente del Partito Liberale.

La strage dell’Italicus (4 Agosto 1974)

Gli italiani si distraggono con i loro passatempi preferiti; la Lazio vince a sorpresa il campionato di Seria A, e Iva Zanicchi si aggiudica Sanremo con “Ciao cara come stai?”. La scena musicale internazionale è dominata dal raffinato progressive, mentre comincia timidamente ad affacciarsi la febbre della disco music, nata alcuni anni prima a New York grazie ai dj David Mancuso e Frankie Knuckles che, dopo aver riadattato loft e vecchi teatri come il Paradise Garage e il Saints, ne hanno fatto i santuari del nuovo fenomeno musicale. L’Oscar per il cinema viene vinto dalla “Stangata”, diretto da George Roy Hill, mentre il Nobel per la pace è assegnato a Sean MacBride, politico irlandese fra i membri fondatori di Amnesty International, e a Eisaku Sato, il Primo Ministro nipponico che ha favorito l’adesione del Giappone al Trattato di non proliferazione nucleare.

 

Sono arrivate alla manifestazione tedesca sedici Nazionali; mancano all’appello l’Unione Sovietica, esclusa per essersi rifiutata di giocare lo spareggio nello stadio di Santiago del Cile che, poco tempo prima, era stato trasformato dal regime di Pinochet in un campo di concentramento, e l’Inghilterra, clamorosamente eliminata nelle qualificazioni dalla Polonia, che rappresenta la sorpresa della fase finale. La formula a due gironi da quattro squadre successiva alla prima canonica fase a gruppi, che permette di far disputare un maggior numero di incontri, riscuote unanimi consensi. Come in Svizzera vent’anni prima, la Germania, campione d’Europa in carica (annichilita l’Urss per 3-0 nella finale di Bruxelles del 18 giugno 1972), affronta in finale la migliore squadra del torneo: allora fu l’Ungheria, in questa edizione è l’Olanda. I tifosi tedeschi possono ammirare la manifestazione a colori dagli schermi dei loro televisori, dopo che le prime trasmissioni che utilizzano il sistema Pal sono iniziate già nel 1967. In Italia si dovrà attendere il 1977 per l’inaugurazione ufficiale della tv a colori.

I due capitani, che più olandesi e tedeschi non potrebbero essere: Johann Cruijff e Franz Beckenbauer

 

FRAMMENTI TEDESCHI

 

Orgoglio

Quello dei nostri numerosissimi connazionali residenti in Germania. Insieme a quella turca, la comunità italiana è la più numerosa. Composta da circa seicentomila persone, in gran parte provenienti dal sud Italia, occupati soprattutto negli stabilimenti automobilistici della BMW a Monaco, della Mercedes a Stoccarda e Francoforte, e della Volkswagen a Wolfsburg, e adibiti ai segmenti più bassi della produzione, i lavoratori italiani hanno fornito un notevole apporto al grande sviluppo industriale tedesco del dopoguerra. Non mancano di esprimere il loro entusiastico sostegno a ogni partita della Nazionale ma, dopo le grandi speranze della vigilia, le loro aspettative sono frustrate dalle deludenti prestazioni degli Azzurri.

 

Il romanzo

Uno dei più intensi romanzi ambientati nel mondo del calcio, “Azzurro tenebra” di Giovanni Arpino, ha come sfondo proprio i Mondiali tedeschi: il Vecio, l’ineffabile Giorgione, il Golden, il Bomber, Il Baffo, Gauloise, sono alcuni dei personaggi narrati dietro ai quali sono facilmente riconoscibili alcuni dei protagonisti della nostra spedizione. Nel racconto della voce narrante, l’Arp, con il giovane cronista a seguito, il Bibi, le vicende della spedizione azzurra si intrecciano in filigrana con il destino di un paese mancato, già votato allo scacco e a un malinconico declino.

 

Il ritiro

Quello degli azzurri, a Ludwigsburg, in un castello sperduto nei boschi in cui, nell’orgia wagneriana, bruciò il sogno decadente di Ludwig, Luigi II di Baviera. Quasi per premonizione, il solstizio d’estate corrisponde a un primo sospetto d’autunno e, in un’atmosfera quasi spettrale, il freddo e la nebbia la fanno da padroni. Quella stessa nebbia che, metaforicamente, avvolgerà la nostra infausta spedizione. Il “Mon Repos”, l’albergo dove alloggiano gli azzurri, è teatro di una guerra fra clan a cui assistono impotenti i dirigenti federali Franco Carraro e Italo Allodi. Tutti pretendono la maglia da titolare: da Juliano, del Napoli, ai tre laziali neo campioni d’Italia, Chinaglia, Re Cecconi e Wilson. Ma i senatori di Juventus, Milan e Inter, i club storicamente più potenti e con il maggior seguito di tifosi, sono intoccabili, e Valcareggi non può non tenerne conto. Uno sbarramento di poliziotti armati di mitra fa da lugubre cornice al ritiro degli Azzurri, vietando, spesso con metodi molto bruschi, l’ingresso ai tifosi.

 

Questo sarà l’epilogo, con Chinaglia che manda a quel paese Valcareggi (Italia v Haiti)

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Il Presidente

Sabato 15 giugno, al termine dell’incontro perso onorevolmente con l’Italia, Jean-Claude Baby Doc Duvalier, Presidente di Haiti e figlio del terribile dittatore Francois Papa Doc Duvalier, scende dalle tribune per congratularsi personalmente con ciascuno dei suoi giocatori. Al rientro in patria seguiranno festeggiamenti che dureranno una settimana. Saranno dispensate ai giocatori lauree ad honorem, onorificenze e premi vari. Sarebbe stata l’unica partecipazione di Haiti alla fase finale di un Campionato mondiale di calcio.

 

Derby

Quello fra Germania Democratica e Germania Federale, svoltosi ad Amburgo il 22 giugno davanti a sessantamila spettatori. Sono in campo due squadre che rappresentano altrettanti schieramenti politici, realtà sociali diametralmente divergenti e divise da una profonda rivalità. Come spesso capita nel calcio, i favori del pronostico sono ribaltati. Sorprendentemente si impongono i tedeschi dell’est, grazie ad un gol di Jürgen Sparwasser siglato a un quarto d’ora dal termine. Sparwasser è una delle colonne del Magdeburgo, squadra con la quale si è appena aggiudicato la Coppa delle Coppe superando per 2-0 il Milan nella finale di Rotterdam dell’8 maggio. Beckenbauer, capitano della nazionale della Germania dell’Ovest, chiederà pubblicamente scusa ai tifosi.

 

Emozioni

Dusseldorf, 30 Giugno. Sotto una pioggia battente, per il minigirone del secondo turno si incontrano Germania Ovest e Svezia.  Risulterà una delle partite più emozionanti del Mondiale. La nazionale svedese oppone una strenua resistenza esibendo un atteggiamento molto offensivo e privo di timori reverenziali. Chiude il primo tempo in vantaggio di una rete. La ripresa è un condensato di emozioni; i tedeschi dapprima riequilibrano le sorti, poi si portano in vantaggio. Gli svedesi, mai domi, riacciuffano il pareggio sprecando poi diverse occasioni per riportarsi nuovamente in vantaggio. Al settantaseiesimo minuto, la veloce ala dell’Eintracht Francoforte Grabowski riesce a marcare la rete del 3-2. Infine, all’ultimo minuto, dopo un palo degli svedesi, è Uli Hoeness, su rigore, a firmare il definitivo 4-2 per i tedeschi.

 

Mascotte

Tip e Tap, mascotte di quel Mondiale. Pupazzo con capelli biondi e pupazzo con capelli neri, ripresi accanto al pallone ufficiale della manifestazione, il Telstar dell’Adidas.

Una mascotte piuttosto orribile, ma significativa

 

Rivoluzione Arancione

Il colore di una rivoluzione applicata al calcio. L’Olanda del Calcio Totale, che coniuga individualismo e liberalismo, organizzazione e democrazia, spazio e collaborazione, è l’attrazione del torneo, imponendo una nuova estetica, calcistica e non. È l’Arancia Meccanica, quasi un fenomeno di mitopoiesi. Capelli lunghi e basettoni, mogli e fidanzate a seguito con cui condividere le stanze del ritiro, gli Orange sconfessano tutte le regole che fino ad allora hanno regnato nel rigido e conservatore mondo del calcio, sia durante il ritiro, sia, soprattutto, sul terreno di gioco. Il totalvoebel di Cruijff e soci permetterà al movimento calcistico mondiale di iniziare un percorso di trasformazione irreversibile. I vari Kovac, Lobanovs’kyj, Goethals, Maestrelli, Liedholm, Menotti, lo stesso Cruijff, diventato poi allenatore, Arrigo Sacchi, per arrivare fino a “Pep” Guardiola, su quel solco continueranno le loro personali sperimentazioni. Guidati in panchina dallo stratega Rinus Michels, gli olandesi sono arrivati ai Mondiali dopo un girone di qualificazione travagliato che li ha visti prevalere di misura sul Belgio, grazie a una clamorosa svista dell’arbitro russo Khazakov, che ha annullato una regolarissima rete al belga Jan Verheyen nel match decisivo.

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I Campionati del mondo del 1974 saranno ricordati per il gioco a tutto campo di Cruijff e compagni, capaci di imporre un modello innovativo che farà scuola e che sarà largamente imitato in futuro. È un calcio meno irrigidito nei ruoli, con continui pressing e scambi di posizione che disorientano le squadre avversarie, e in cui viene curata in modo scientifico la preparazione atletica. È impressionante osservare cinque o sei olandesi aggredire il portatore di palla avversario recuperando il pallone e ribaltando in pochi attimi il fronte d’attacco. L’applicazione ossessiva del fuori gioco, la squadra raccolta in trenta metri, la mancanza del classico regista e la continua ricerca del fraseggio stretto da parte di chiunque sia in possesso della sfera, sono la cifra stilistica di una rivoluzione copernicana applicata al calcio. Gli olandesi avanzano e allineano la linea difensiva a quattro, con un movimento armonico e sincronico e, al momento del lancio in profondità dei centrocampisti avversari, gli attaccanti di posizione vecchia maniera finiscono irrimediabilmente oltre la linea dei difensori, impossibilitati a proseguire l’azione. Questa tattica, che sarà più volte emulata e che troverà la sua più degna reinterpretazione nel Milan di Arrigo Sacchi, applicata più volte nel corso di un incontro comporta un evidente senso di frustrazione nella compagine avversaria.

La rivoluzione dell’Arancia Meccanica

 

A distanza di anni, rimangono nella memoria le immagini dei protagonisti di quella squadra irripetibile. Il portiere volante Jan Jongbloed, un tabaccaio part time amante della birra, delle sigarette e del gentil sesso, che quando sa che Michels lo ha convocato come terzo portiere per i mondiali afferma: “Mi porterò una canna da pesca per ammazzare il tempo”. Invece supera nelle gerarchie Piet Schrijvers ed Eddy Treijtel risultando il miglior portiere della competizione. I difensori: dal granitico stopper Rob Rijsbergen, che sostituisce egregiamente il titolare Barry Hulshoff, vittima di un infortunio, ai terzini arrembanti Ruud Krol, forza fisica abbinata a grande classe, che ammireremo nel nostro campionato nelle file del Napoli, e Wim Suurbier. Il sontuoso centrocampo, composto da Arie Haan, centrale difensivo ma, di fatto, regista arretrato aggiunto, dal settepolmoni Wim Jansen e dall’universale Johann Neeskens, un moto perpetuo in grado di ricoprire con disarmante disinvoltura quasi tutti i ruoli di difesa e centrocampo; con lui, i concetti di aggressione degli spazi e di inserimento senza palla si personificano sul terreno di gioco come mai prima di allora, e Johann risulta essere il perfetto scudiero dell’altro Johann, il più famoso Cruijff che, non a caso, lo chiamerà con sé al Barcellona. Alla fine del Mondiale Neeskens si toglie la soddisfazione di essere il capocannoniere della sua squadra con cinque gol, mentre il miglior marcatore del torneo sarà il polacco Lato, con sette reti.

“In un certo senso, forse, sono immortale” (Johann Cruijff, frase che si potrebbe estendere a tutta l’Olanda del ’74)

Il reparto è completato dall’artista Wim Van Hanegem, genio dal piede mancino e dal carattere impossibile, chiamato De Kromme, il gobbo, per via delle movenze sgraziate, ma capace di ricami calcistici di sopraffina bellezza. Infine, l’attacco: le ali sono l’esteta Johnny Rep, un tipo imprevedibile, controcorrente e dal carattere difficile, e Rob Rensenbrink, pescato dal campionato belga e preferito a Piet Keizer; in quel Mondiale entrambi si distinguono per lo spirito di sacrificio ma, nello stesso tempo, si dimostrano puntuali nel farsi trovare pronti all’appuntamento con la rete. Infine, il divino numero quattordici di quel team: il profeta del gol, Johann Cruijff, il principe di Amsterdam, uno dei più scintillanti talenti mai apparsi sul terreno di gioco, già vincitore di due Palloni d’Oro col suo Ajax e in procinto di aggiudicarsi il terzo alla fine di quell’annata, dopo essersi trasferito al Barcellona nell’estate del 1973 ed essersi fatto ricoprire di pesetas, che gli garantiranno tranquillità economica per tutta la vita.

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Dotato di un’intelligenza calcistica superiore e di una straripante personalità, Cruijff unisce una grandissima tecnica individuale a una invidiabile resistenza fisica. Grande manager di se stesso, in possesso di un carattere duro e intransigente, si è imposto allenamenti massacranti per irrobustire il fisico gracile e acquisire potenza. Libero di muoversi a suo piacimento sul terreno di gioco, lo si ricorda dominare le più svariate situazioni di gioco, con calma olimpica, sempre pronto a trovare le migliori soluzioni per i compagni, perfetto paradigma dell’uomo squadra a servizio del collettivo. In certi momenti della partita lo si può vedere parlare ai compagni, suggerendo posizioni e disimpegni e, nello stesso tempo, governare la sfera liberandosi facilmente in dribbling degli avversari. Indimenticabili le sue fulminee serpentine, spesso condotte sulla fascia sinistra, e che si concludono con i famosi cross all’ungherese, calciati con l’esterno del piede destro.

Cruijff nell’atto di dribblare e trafiggere il portiere argentino Daniel Carnevali (Olanda 4-0 Argentina, 26 Giugno 1974 in Gelsenkirchen)

 

Gelosia

Quando un noto quotidiano tedesco proclama Gunter Netzer primo, con centoventottomila preferenze, fra i calciatori più amati dai tifosi teutonici, il Kaiser, al secolo Franz Beckenbauer, capitano e leader indiscusso della sua Nazionale, classificatosi al secondo posto, non riesce a sopportare l’onta. Il difensore del Bayern Monaco briga dietro le quinte e impone il più remissivo Overath al Commissario Tecnico Helmut Schön. L’escluso, Netzer, è un regista a tutto campo di una eleganza unica; grande classe, lancio millimetrico, possiede un tiro potente e preciso ed è letale sulle punizioni. Di carattere poco socievole, conduce una vita quasi monacale e non è mai riuscito ad accattivarsi le simpatie dei compagni. Paradigmatico l’episodio che lo vede coinvolto dopo la finale di Coppa Europa vinta contro l’URSS due anni prima quando, a causa di uno sciopero delle linee aeree, i giocatori sono costretti a rientrare in patria dal Belgio con treni e pullman. Netzer saluta la compagnia e parte per conto suo sull’auto di un conoscente. Il suo trasferimento miliardario dal Borussia Mönchengladbach alla corte del Real Madrid non migliora certo la sua popolarità fra i compagni di Nazionale. In quel Mondiale disputerà solo ventidue minuti nel match contro la Germania Democratica.

 

Vaffaday d’antan (in Eurovisione)

Al 69′ di Italia-Haiti, Valcareggi decide di sostituire Chinaglia con lo juventino Anastasi. Long John esce scocciato scuotendo la testa e manda platealmente a quel paese l’intera panchina, accompagnando l’imprecazione con un inequivocabile gesto della mano. Una volta rientrato negli spogliatoi, spreca dell’ottima acqua minerale proveniente dalle Alpi bavaresi scagliando una decina di bottiglie contro porte e pareti.

 

 

IL CAMMINO DEGLI AZZURRI


Sabato 15 giugno, ore 18.00, Monaco di Baviera, Olympiastadion, Italia 3-1 Haiti (46’ Sanon, 52’ Rivera, 64’ aut. Auguste, 78’ Anastasi) Italia: Zoff Spinosi Facchetti Benetti Morini Burgnich Mazzola Capello Chinaglia (dal 69′ Anastasi) Rivera Riva.


Mercoledi 19 giugno, ore 19.30, Stoccarda, Neckarstadion, Italia 1-1 Argentina (20’ Houseman, 35’ aut. Perfumo) Italia: Zoff, Spinosi, Facchetti, Benetti, Morini (dal 66′ Wilson), Burgnich, Mazzola, Capello, Anastasi, Rivera (dal 66′ Causio), Riva.


Domenica 23 giugno, ore 16.00, Stoccarda, Neckarstasion, Polonia 2-1 Italia (38’ Szarmach, 44’ Deyna, 85’ Capello). Italia: Zoff, Spinosi, Facchetti, Benetti, Morini, Burgnich (dal 32′ Wilson), Causio, Capello, Chinaglia (dal 46′ Boninsegna), Mazzola, Anastasi.


È il triste epilogo della spedizione azzurra in terra tedesca. Alla nostra Nazionale è sufficiente un pareggio per qualificarsi come seconda nel girone e accedere al turno successivo. Si parlerà a lungo di tentativi di accomodamento, sia prima del match, che nel corso dell’intervallo. Nella realtà l’undici azzurro è la copia sbiadita della compagine di quattro anni prima in Messico. Arrivati fra i favoriti, dopo aver battuto nel corso del 1973 il Brasile e, per due volte, l’Inghilterra (per la prima volta superiamo gli inglesi e, in una delle due occasioni, ciò avviene a Wembley, il 14 novembre 1973), paghiamo la presunzione, il logorio dei senatori messicani e le forti divisioni all’interno del gruppo. Contro i polacchi il frastornato Valcareggi, imbeccato da autorevoli firme della stampa sportiva, opera due esclusioni eccellenti: Rivera e Riva scontano infatti la pessima forma dimostrata nelle prime due partite.

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Quella polacca è la squadra rivelazione del torneo. Vincitrice ai Giochi olimpici due anni prima, ha elementi di indubbia qualità. Il portiere Tomaszewski, il libero Gorgon, le velocissime ali Lato e Gadocha e, soprattutto, il regista Deyna, giocatore di gran classe che perderà la vita alcuni anni dopo, vittima di un pauroso incidente automobilistico, sono l’ossatura di un team che, forte di una condizione atletica straripante, unisce rigore difensivo e fantasia offensiva. L’ Argentina, che si è imposta per 4-1 su Haiti, ci precede per migliore differenza reti. Siamo fuori dal Mondiale. Torniamo mestamente a casa. Rivera e Riva non saranno più convocati e, nonostante le ottime prestazioni in terra tedesca, anche Mazzola dovrà dire addio alla maglia azzurra. Termina a Stoccarda l’avventura in Nazionale di tre icone calcistiche che hanno fatto la storia della serie A. Le loro gesta hanno scandito un’epoca, che è culminata con la vittoria dell’Europeo a Roma nel 1968, e con il secondo posto al Mondiale messicano due anni dopo.

La ricostruzione del gol di Szarmach

 

La partita

La sera del 3 luglio, allo stadio Westfalen di Dortmund, si affrontano Brasile e Olanda. È un ideale passaggio di consegne fra i campioni in carica e gli interpreti del nuovo calcio totale. Degli eroi messicani, sono rimasti nella nazionale verde-oro solamente il portiere Leao, l’ala Jairzinho e il terribile centrocampista mancino Rivelino. Rispetto a quattro anni prima, quella brasiliana è una Nazionale con molta meno classe e talento individuale. Pelé si è ritirato ed è emigrato negli Stati Uniti, nel Cosmos, e anche Tostao e Gerson hanno lasciato. La Selecao presenta alcune buone individualità: il giovane Dirceu, che vedremo nel decennio successivo nel Campionato italiano, Paulo Cesar e, soprattutto, una delle rivelazioni del torneo, il biondo laterale del Botafogo Francisco Marinho. La partita di Dortmund segna il passaggio di testimone fra due squadre ma anche fra due epoche quasi agli antipodi, non solo calcisticamente. I sognanti anni Sessanta, simboleggiati dalla fantasia e dall’individualismo dei campioni brasiliani, lasciano il proscenio ai tumultuosi anni Settanta, ben rappresentati dal collettivismo un po’ anarchico degli olandesi.

 

Quella sera di luglio, dopo un primo tempo in cui la squadra verde-oro, per l’occasione in completo blu, riesce a imbrigliare e irretire gli avversari grazie al fitto palleggio dei suoi uomini propiziato dallo spirito di sacrificio di Rivelino, che arretra fino alla linea di difesa per contrastare con energici tackle gli avversari e poi impostare l’azione, Cruijff si erge protagonista assoluto del match, favorendo il gol di Neeskens che spezza l’equilibrio del match, e siglando, in prima persona, una delle reti più belle del Mondiale, in estirada, di piatto destro, su cross di Krol. Ormai sconfitti, i brasiliani trasformano l’ultima mezz’ora in una sorta di invereconda caccia all’uomo, macchiandosi di falli plateali come quello che porta all’espulsione di Luis Pereira. L’Olanda è in finale. Affronterà i padroni di casa che hanno sconfitto per 1-0 la Polonia al termine di un match sofferto ed equilibrato disputato a Francoforte su un terreno di gioco appesantito dalla pioggia e al limite della praticabilità, match risolto a un quarto d’ora dal termine da un guizzo decisivo di Gerd Muller.

 

Una breve sintesi della partita (credits: FIFATV)

 

I CAMPIONI

La squadra tedesca si schiera con undici giocatori provenienti in gran parte dalle due squadre più rappresentative della Bundesliga di quegli anni: il Bayern Monaco e il Borussia Mönchengladbach. Il portiere è Sepp Maier, del Bayern, già numero uno della Germania Ovest ai Campionati mondiali messicani. I terzini sono Bertie Vogts, roccioso difensore del Borussia Mönchengladbach a cui è affidata la marcatura dell’attaccante più pericoloso della squadra avversaria – nella finalissima di Monaco incrocia spesso i tacchetti con Cruijff –  e Paul Breitner, terzino del Bayern Monaco. Questi è un personaggio singolare; chiamato Der Afro per la folta capigliatura, anticonformista per antonomasia, Breitner non ha remore nel manifestare le proprie idee politiche facendosi fotografare con accanto il libretto rosso di Mao Tze Dong. Interpreta alla perfezione il ruolo di terzino d’attacco; spesso lo si vede partire palla al piede per devastanti scorribande nella metà campo avversaria. Sigla il rigore del 1-1 nella finalissima. Si trasferirà l’anno successivo al Real Madrid e finirà la sua carriera da capitano e indiscusso leader proprio al Bayern Monaco, occupando la posizione di centrocampista.

 

 

Il libero e capitano è Beckenbauer, colonna del Bayer Monaco e giocatore simbolo della Nazionale. Chiamato Der Kaiser, vincerà per ben due annate (1972 e 1976) il Pallone d’oro. Inizia la carriera come centrocampista, poi passa a ricoprire il ruolo di libero, che interpreta in maniera sublime. Taglia da granatiere, Franz esibisce un’eleganza nei movimenti e una visione di gioco fuori dal comune e, nonostante le leve lunghe, ha un eccezionale dribbling stretto e un potente tiro che gli permette di siglare diversi gol. Funge da centrocampista aggiunto nella fase di impostazione, mentre l’innato senso della posizione e una grande predisposizione per l’anticipo gli permettono di districarsi con grande calma nelle situazioni più ingarbugliate della fase difensiva. Finita la carriera da calciatore, sarà a lungo allenatore della sua Nazionale riuscendo ad aggiudicarsi anche in questa veste un titolo mondiale in Italia, nel 1990. Lo affianca in Nazionale, come anche nella squadra di club, il roccioso Hans-Georg Schwarzenbeck, che sarà ricordato per un famoso gol siglato al 120’ minuto nella finale di Coppa dei Campioni disputata il mese precedente l’inizio dei Mondiali, con il quale pareggia l’iniziale vantaggio dell’Atletico Madrid, portando il suo Bayern alla replica della finale poi vinta con un perentorio 4-0. 

Tutte le differenza tra Breitner e Beckenbauer

Nel centrocampo figura Rainer Bonhof, mediano del Borussia Mönchengladbach; grande propulsore di gioco, è dotato di un tiro di incredibile potenza grazie al quale marca molte reti, sia in Nazionale, che nella sua squadra di club. Lo affianca Uli Hoeness del Bayern Monaco, un centrocampista d’attacco dal fisico possente celebre per le sue irresistibili fughe in serpentina palla al piede, concluse spesso con potenti tiri. Purtroppo, un brutto infortunio occorsogli nella finale di Coppa Campioni del 1976, giocata dal Bayern contro il Leeds United, lo costringerà a ritirarsi a soli ventisette anni dal calcio giocato. Il reparto di centrocampo è completato da Wolfang Overath, del Colonia, il cervello della squadra. Centrocampista mancino a servizio del collettivo, dotato di una grande grande visione di gioco, si integra alla perfezione con Beckenbauer, riuscendo a non oscurarne il ruolo di leader indiscusso. Con Netzer e Flohe, è uno delle mezze ali tedesche più forti degli anni Settanta.

 

L’attacco pesa sulle spalle di Muller, Grabowski e Hölzenbein. Gerd Muller, del Bayern Monaco, è il centravanti per antonomasia. A differenza del compagno di squadra Beckenbauer, Muller è un antidivo per eccellenza e per gli amici rimane sempre Der Schwob, lo slavo, come era chiamato agli esordi calcistici sui prati di Nordlingen. Il 7 ottobre 1972, durante l’incontro Bayern-Schalke (5-0), sigla la 200ma rete in campionato su 233 partite. Per lui parleranno i numeri in carriera: 569 reti in 611 partite nel Bayern, 68 goal in 62 partite in nazionale. Non molto alto, baricentro basso, Muller riesce a controllare qualsiasi pallone in area di rigore facendosi trovare sempre nel posto giusto al momento giusto. Fortissimo in acrobazia, le sue conclusioni sono improvvise e irresistibili per i portieri avversari. Difficile ricordare un altro attaccante in possesso di un così elevato istinto per il gol. Jürgen Grabowski e Bernd Hölzenbein, entrambi dell’Eintracht Francoforte, sono ali ambidestre molto veloci, capaci all’occorrenza di sacrificarsi in copertura per poi involarsi, con improvvise accelerazioni, verso la porta avversaria.

 

 

La finale di Monaco fra i padroni di casa e l’Olanda è preceduta da un’attesa spasmodica. La Baviera è il centro del mondo e accoglie in Dirndl e Lederhosen, i tradizionali abiti della regione, gli Orange, leggermente favoriti dai pronostici. La partita illude inizialmente l’Olanda, portatasi in vantaggio già al primo minuto con un calcio di rigore calciato da Neeskens per fallo commesso su Cruijff. La Germania reagisce prontamente e, sospinta dall’incessante incitamento dei suoi tifosi e dalla colonna sonora dei corni bavaresi, pareggia grazie a un rigore calciato da Breitner al 25′, a seguito di un atterramento subito da Hölzenbein. Dopo fasi alterne, Muller, al 43’, si esibisce in uno dei suoi pezzi forti; raccoglie un cross radente dalla destra di Bonhof, si gira prontamente anticipando l’intervento dei difensori e, di destro, supera inesorabilmente Jongbloed. Nella ripresa i continui attacchi degli olandesi sortiscono alcune occasioni, tutte malamente sciupate da Rep. I tedeschi resistono all’assedio e si laureano campioni per la seconda volta nella storia dei Mondiali di calcio.  Alla fine, il raziocinio teutonico ha avuto la meglio sull’ardore olandese e quel buco nel palmares lascia un po’ di incompiutezza alla rivoluzione calcistica degli Orange anche se, a pensarci bene, le vere rivoluzioni non sono finalizzate alla conquista del potere. Quello che più conta è insegnare, immaginari scenari differenti, tracciare strade nuove per chi seguirà.

Alla fine, vincono sempre i tedeschi

 

Istantanee

Domenica 23 giugno, Stoccarda, ore 19.00. Lo stadio è quasi deserto. L’Italia ha perso contro la nazionale polacca terminando in anticipo il proprio Mondiale. Le telecamere della Rai inquadrano alcune persone ancora sedute sugli spalti. Sullo sfondo, si riesce a distinguere un bambino, con un drappo tricolore riavvolto, tenuto per mano da un adulto, probabilmente il padre, uno dei tanti nostri lavoratori in terra teutonica. Una zoomata rapida della telecamera permette di distinguere un volto infantile velato dalla tristezza. Per quel bambino, le speranze cullate per lungo tempo sono svanite in un pomeriggio di inizio estate. Mi piace pensare che, dal giorno dopo, lui, come tanti altri nostri piccoli connazionali, continueranno a battersi come leoni per difendere l’onore patrio in mille partite improvvisate a Wolfsburg, a Stoccarda, a Francoforte e in ogni angolo della Germania.


Copertina a cura di Breccia vignettista