Se sfogliando le pagine della Gazzetta dello Sport vi imbattete in un pezzo incalzante, probabilmente state leggendo un articolo di Sebastiano Vernazza, firma di punta del maggior quotidiano sportivo italiano. Esponente di una categoria, quella dei giornalisti su carta, che sembra in via d’estinzione (ma che è ancora detentrice della qualità più elevata dell’informazione), per una volta è stato lui a lasciarsi incalzare dalle nostre domande. Che ha affrontato con pazienza e disponibilità, senza cedere alla tentazione del dribbling, non lesinando anche dei succosi aneddoti.

Allora, Sebastiano, ti senti più un privilegiato a scrivere sulla carta stampata, per giunta per il maggior quotidiano sportivo italiano, oppure un precario, visto l’inesorabile avanzare dell’informazione sul web?

Bella domanda. Spietata, ma giusta. Mi sento un giornalista che ha cominciato a lavorare a metà degli Anni Ottanta, quando ancora si usavano le macchine per scrivere e i pezzi si dettavano via telefono ai dimafonisti, e che oggi come tutti o quasi compulsa notizie in tempo reale sul telefono. I giornali di carta hanno secoli di storia alle spalle. Hanno resistito alla radio, alla tv, ai computer e adesso sono minacciati dallo smartphone, che ha reso l’informazione letteralmente a portata di mano. I quotidiani rischiano l’estinzione o il confinamento in una nicchia, anche se credo che questo sia il periodo della loro storia in cui sono più letti e discussi. Ogni mattina sui social ci si accapiglia per lo più su argomenti trattati dai giornali. Un paradosso. Nel caso, sarà una morte gloriosa, in prima linea. Per evitarla serve una legge sul diritto d’autore giornalistico, che ponga fine al saccheggio. Vuoi pubblicare l’articolo di un giornale su Facebook o su un sito? Benissimo. Paga qualcosa, come fanno i pianisti di piano bar nelle loro esibizioni notturne.

Che opinione hai della qualità dell’informazione sul web?

Un vasto mare in cui si trova di tutto, acque sporche, piene di spazzatura galleggiante, ed acque cristalline, animate da pesci tropicali di colori sgargianti. Bisogna saper scegliere: elementare, banale, ma vero. Il fatto che almeno in Italia i siti di informazione più cliccati siano quelli di Repubblica e del Corriere della Sera, per lo sport la Gazzetta, ci dice che chi vuole un’informazione certificata, sempre lì prima o poi ritorna, ai quotidiani di informazione.

Per diventare giornalista oggi il web è l’unica strada percorribile?

No, ci sono anche tv, radio, l’universo della carta stampata, che oltre ai quotidiani contempla i periodici. Il web è una strada in più, ma quanto è sostenibile al momento l’informazione sul web? Quanti editori-web pagano i giornalisti che scrivono sui siti? E soprattutto quanto li pagano? Chi usa social e web cerca un’informazione a zero euro, gratis. Sinceri auguri a tutti gli aspiranti giornalisti di oggi. Tutti, web o non web.

Chi sono stati i tuoi maestri e/o riferimenti?

Potrei citare i nomi di grandi firme e una in effetti la nomino, Candido Cannavò: non c’è bisogno, credo, di spiegare chi sia stato. Il mestiere nelle sue più varie sfaccettature però me lo hanno insegnato tanti colleghi semi-sconosciuti ai più. Gente che firmava poco o niente e che però mandava avanti la macchina del giornale. La maggior parte delle persone ignora il lavoro che c’è dietro la fattura di un giornale: le pagine non si auto-compongono da sole, vanno disegnate e riempite.  Quasi tutti pensano che il giornalismo scritto si esaurisca nella scrittura dell’articolo. Non è così. Ecco, se devo fare nomi di giornalisti che mi hanno insegnato come si lavora, dentro e fuori il giornale, in redazione come da inviato, dico Enzo Baroni, Giuseppe Castelnovi, Giorgio Giavazzi, Enrico Maida, Roberto Milazzo ed Enrico Parodi, tutti ex giornalisti della Gazzetta Anni Ottanta e Novanta.

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Candido Cannavò, direttore della Rosea dal 1983 al 2002

Passiamo al tuo lavoro in senso stretto. Quando scrivi i pezzi (soprattutto quelli relativi ai posticipi) ti senti una sorta di centometrista o, per dirla alla Jep Gambardella, uno scrittore dal fiato corto?

Più un centometrista, ossessionato dalla dead line, che sarebbe l’ora, in Gazzetta generalmente le 23.30, entro la quale bisogna inviare il pezzo. Si scrive con l’acqua alla gola, come trapezisti senza rete. Il rischio errore è altissimo, a quell’ora lo sbaglio è dietro ogni capoverso. Bisogna andare oltre la cronaca, perché la partita ormai la si vede in tv, trovare spunti, non cadere nella tentazione di una scrittura sciatta perché piena di frasi fatte. Alti picchi di adrenalina. E’ bello, ti senti vivo.

Hai mai pensato di cimentarti nella ‘maratona’, cioè scrivere un libro, anche non necessariamente di sport?

No, i libri preferisco leggerli. Negli anni ho rifiutato alcune proposte. Finché farò questo mestiere, non credo che scriverò mai un libro. Un libro per me è una cosa seria, bisogna immergersi nella sua scrittura in maniera totalizzante. Col mestiere che ancora faccio per me sarebbe impossibile dedicarmi in toto a un libro. Quando sarò in pensione, chissà. Però credo che il giornalismo sia una cosa e lo storytelling, come dicono quelli bravi, un’altra.

Quanto spazio deve essere riservato, nella narrazione di una partita, all’aspetto tattico?

Il giusto. Se l’aspetto tattico è stato rilevante, è logico dargli spazio, In generale però non amo il covercianese, la lingua criptica che si usa nell’aula magna di Coverciano e in tante dotte e lunghe articolesse su siti più o meno intelligenti. Non bisogna scrivere per se stessi, per mostrare quanto si è bravi, ma per il lettore, che ha il diritto di capire quel che legge. Il segreto di una buona scrittura sta proprio qui: farsi comprendere senza essere banali.

Può assurgere anche a ‘rifugio’ quando mancano spunti interessanti, un po’ come le statistiche?

Anche le statistiche vanno usate con moderazione. Un articolo pieno di numeri mi attrae quanto un frigorifero vuoto. Due o tre numeri rilevanti vanno bene, dieci numeri appesantiscono il pezzo e fanno calare la palpebra.

Ormai il calcio è un corollario del fantacalcio e non viceversa, perciò attribuire dei voti ai calciatori è diventata una grande responsabilità. Sei consapevole che un mezzo voto in più o in meno può determinare lo stato d’animo con cui milioni di persone affrontano il lunedì mattina?

Me la cavo con un aneddoto. Lunedì di qualche anno fa, successivo all’ultima giornata di campionato. Sullo smartphone compare il messaggio di una signora. Vado a memoria: «Sono la mamma di XXXXX (non mi ricordo il nome, ndr). Mio figlio stamattina non è voluto andare a scuola perché ha perso il campionato di fantacalcio  a causa del voto che lei ha attribuito a Ronaldinho (non mi ricordo più il voto, ndr). Non so se abbia ragione lei o mio figlio, ma sappia che voi avete una grande responsabilità, dai vostri voti dipendono le giornate di tanti ragazzi». Ecco, lì ho pensato che il fantacalcio era scappato di mano a chi l’aveva inventato e a tutti noi che lo incentiviamo. Ragazzi, il Fanta resta un gioco e i pagellisti, che fanno parte di questo gioco, sono umani, dunque fallibili. Quando mi contestano un voto o due, specie sulle partite in notturna, esulto. Due voti eventualmente sbagliati su 28 – i 22 più i 6 subentrati – non sono niente.

 

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Le ormai imprescindibili pagelle della Gazzetta (qui Inter – Atalanta del 12 Marzo 2017, di Sebastiano Vernazza)

 

Quanto tempo dedichi all’aggiornamento professionale e in che cosa consiste?

L’aggiornamento professionale per me consiste fondamentalmente nella lettura. Leggo di tutto, il più possibile. Poi guardo partite in tv, ma senza esagerare perché non si può vivere di calcio a tutte le ore del giorno. Come dice Mourinho, chi sa tutto di calcio non sa nulla di calcio. E’ una frase che condivido molto. Bisogna allargare l’orizzonte, sempre.

Tu segui spesso la Nazionale. Volevo chiederti: da un punto di vista giornalistico è più stimolante narrare una grande vittoria (dando libero sfogo alla gioia) o una clamorosa disfatta (esaurendo tutte le riserve di spirito critico)?

Nel primo caso il rischio è la retorica, nel secondo l’esagerazione critica. In tutte e due le situazioni, bisogna restare freddi. Nella famosa poesia di Kipling (Se) si dice: “Se riesci a far fronte al trionfo e alla rovina e trattare allo stesso modo quei due impostori…”. Questo verso è valido anche per chi deve commentare una sconfitta disastrosa o una vittoria schiacciante.

Nei tuoi pezzi su SportWeek – l’inserto del sabato – spesso affronti il delicato tema del ‘genitorismo’. A quali conseguenze può portare questa triste pratica?

Ho un figlio di 10 anni e sono sensibile al tema. Nel calcio giovanile ho visto spesso genitori urlanti e arrabbiati con l’allenatore, con gli altri ragazzi, coi propri figli. Lasciate che i bambini giochino, non stressateli, non riversate su di loro le vostre frustrazioni. Troppi genitori vedono nel calcio dei figli un’occasione di riscatto sociale: il modo migliore (o peggiore) per complicare la vita sportiva dei giovani calciatori. Troppe aspettative generano mostri tra i genitori e danneggiano gli adolescenti, ne minano carattere e personalità. Mamme e papà andrebbero tenuti fuori dalle tribune, almeno fino alla maggiore età dei loro pargoli. La mia è una provocazione, chiaro, ma qualcosa andrebbe fatto.

Il cinquantesimo compleanno di Roberto Baggio è coinciso con il ritorno in panchina di Zeman. Tu hai raccontato splendidamente entrambi gli eventi, rispettivamente sulle pagine di SW e della rosea. Volevo chiederti: sono due personaggi in qualche modo paragonabili per essere così amati nonostante le poche vittorie che hanno ottenuto (Zeman addirittura nessuna)?

Sono accostabili perché resteranno nella storia del calcio anche se non hanno vinto molto. Baggio ha in bacheca più trofei di Zeman, ma in rapporto al talento avrebbe potuto (dovuto) raccogliere molto di più. Baggio e Zeman mi sembrano usciti da un film di Sergio Leone. Potremmo chiedere loro: “Cosa avete fatto in tutti questi anni?”. E loro potrebbero risponderci come De Niro in C’era una volta in America: “Siamo andati a letto presto”.

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Il Boemo, un personaggio da western degli anni sessanta

Tu hai seguito come inviato della Gazzetta diversi Mondiali e Olimpiadi. La mia domanda riguarda il mondiale del ’94, e precisamente la sfida Argentina-Nigeria, ovvero l’ultima partita di Maradona con la Nazionale. Visto che tu quel giorno eri a Boston, che idea ti sei fatto del caso doping che ne seguì?

Maradona non voleva partecipare a quel Mondiale. Aveva quasi 34 anni, veniva dalla squalifica per cocaina. Usa ’94 però aveva bisogno di grandi personaggi, a Usa ’94 serviva Maradona. Lo supplicarono, lo blandirono affinché partecipasse. Gli fecero credere che avrebbero chiuso un occhio di fronte a certe situazioni. Basile, c.t. dell’Argentina, andò in pellegrinaggio da Diego, per convincerlo. In questa ambiguità prese forma il pasticcio. Maradona, per dimagrire, prese l’efedrina, sostanza già antiquata all’epoca dei fatti. Pagò l’errore di un suo preparatore, che acquistò un integratore negli Usa, Paese in cui sul doping sono elastici.  Sì, ok, si sarà anche aiutato con l’efedrina, Maradona, ma parliamo del più grande calciatore di tutti i tempi: benefici fisici, voglio dire, ma tecnicamente parlando che cosa poteva aggiungere l’efedrina a un fuoriclasse del genere? ll giorno di Argentina-Nigeria ero a Foxborough, vicino a Boston, dove si giocò la partita. Ero in zona mista con un collega napoletano quando passò Diego con l’infermiera bionda. Non conoscevo Maradona, ma il collega sì, lo aveva frequentato a Soccavo, e camminando Diego si rivolse  a lui con un sorriso amaro: “Ciao, mi hanno fregato anche stavolta…”. Lì per lì non capimmo. Un paio di giorni dopo fu tutto chiaro. A distanza di anni la mia opinione è questa: per convincerlo a partecipare qualcuno sussurrò all’orecchio di Maradona che non l’avrebbero controllato all’anti-doping. E invece…

 

Foto copertina Bozzani