L’autunno si fa sempre più freddo e porta con sé i bilanci di una stagione conclusasi con la vittoria di Thibaut Pinot al Giro di Lombardia. Il 2018 ciclistico va in archivio dopo dieci mesi intensi e carichi di emozioni. E’ stata la stagione delle sorprese e delle grandi conferme, delle lacrime di delusione e di rivalsa. La Gran Bretagna ha vinto tutto, almeno a livello di grandi giri. Alejandro Valverde è riuscito a conquistare l’iride mondiale dopo averlo rincorso per una carriera intera. Peter Sagan ha vinto meno del solito ma ha finalmente sfatato il tabù della Roubaix. Vincenzo Nibali ha illuminato a Sanremo, è caduto e si è rialzato al termine di un’annata complicata ma pur sempre di spessore. Il resto è stato puro godimento, ma andiamo con ordine.

 

Il 2018 dei grand tour ha avuto una sola padrona: la Gran Bretagna. All’ombra di Buckingham Palace è definitivamente sbocciato un movimento che ha visto nel Team Sky e in Dave Brailsford i principali artefici di un miracolo sportivo che ha letteralmente ribaltato le gerarchie del ciclismo mondiale. Chris Froome ha vinto il Giro d’Italia, Geraint Thomas il Tour de France e Simon Yates la Vuelta a Espana. Se il primo viene da esordi professionistici tutt’altro che promettenti, Thomas e Yates hanno costruito i rispettivi trionfi partendo dal ciclismo su pista, disciplina che oltremanica si sta rivelando sempre più fucina di talento e qualità. Froome è keniano di origine ma inglese di nazionalità, ha vinto il Giro dopo aver portato a casa nel 2017 sia il Tour che la Vuelta. Quest’anno ha eguagliato il record di Eddy Merckx e Bernard Hinault di vincere tre grandi giri consecutivamente e lo ha fatto conquistando a sua volta la “Tripla Corona”. Il trionfo in rosa del keniano bianco è arrivato al termine di un’impresa d’altri tempi nella terz’ultima tappa da Venaria Reale a Bardonecchia, con un’azione solitaria partita sul mitico Colle delle Finestre a 80 chilometri dal traguardo posto in cima al durissimo Jafferau. Il fattore dominante nella prima vittoria di Froome in Italia è stato quello emotivo, in controtendenza con quanto mostrato dallo stesso corridore e dalla propria squadra (la Sky), da sempre accusati di eccessivo tatticismo e di bloccare le corse rendendole poco spettacolari. Sul Finestre il binomio Froome-Sky ha vinto con cuore e fantasia, sfruttando le lacune tattiche degli avversari e le difficoltà (oltre che le qualità) di un percorso che strizzava l’occhio ai più coriacei.

 

Un vero campione. Foto Gian Mattia D’Alberto – LaPresse

 

Meno emozioni ha regalato il successo di Geraint Thomas al Tour de France. Gallese doc di Cardiff, Thomas corre dal 2010 nel Team Sky ed è stato prezioso gregario di Sir. Bradley Wiggins prima e di Chris Froome poi. La consacrazione è arrivata alla Grande Boucle numero 105 in cui ha vestito la Maglia Gialla dall’undicesima tappa di La-Rosière fino all’epilogo sugli Champs-Élysées. Dopo la prima settimana di corsa, Thomas ha sfruttato la miglior posizione in classifica rispetto a Froome, partito per dare l’assalto al quinto e storico successo in terra transalpina, per invertire le gerarchie in casa Sky ed accentrare su di sé i grandi di capitano. Il successo, così, è finito nelle mani del gregario, col leader designato costretto a correre in difesa del primato e degli interessi di squadra. Con una formazione di gran lunga superiore alle altre, i britannici hanno concretizzato la maggior qualità a disposizione per tenere chiusa la corsa nelle frazioni di montagna lasciando solo le briciole agli avversari. Una vittoria nel vecchio “stile Sky”, distante anni luce dallo spettacolare ed incerto Giro d’Italia.

 

Simon Yates è il talento più promettente del ciclismo britannico e uno degli astri nascenti del ciclismo mondiale. Classe 1992, Simon, che corre nella Mitchelton-Scott assieme al fratello gemello Adam, ha conquistato la maglia bianca di miglior giovane al Tour dello scorso anno ed è esploso ciclisticamente al Giro 2018, nel quale ha vestito per tredici giorni la Maglia Rosa ed ha vinto ben tre tappe. Quando la vittoria finale sembrava alla sua portata, Yates ha patito una drammatica crisi proprio nella frazione del Colle delle Finestre, in cui l’inglese ha accusato circa 45 minuti dal vincitore Froome. Dopo la delusione della Corsa Rosa, nella quale è emersa la sua inesperienza nel correre più in funzione delle tappe che in ottica classifica generale, Yates si è rifatto alla grande nella Vuelta a Espana, l’ultimo grande giro della stagione, approfittando anche di una concorrenza meno agguerrita e di un percorso disegnato ad hoc per le sue caratteristiche. La Maglia Roja di Madrid arriva al termine della stagione della definitiva maturità e di uno stile di corsa divenuto altamente spettacolare che fa di Yates uno dei corridori più amati tra i tifosi.

 

Nella Leggenda. Foto Philippe Wojazer / Reuters

E l’Italia? Nei G.T. abbiamo deluso, e non poco. Al Giro i risultati migliori sono arrivati da Domenico Pozzovivo (quinto in classifica generale) e Davide Formolo (decimo). Al Tour le ambizioni di gloria sono svanite sull’Alpe d’Huez, dove una tracolla di un tifoso ha causato la caduta di Vincenzo Nibali, quarto in generale ed in lizza per la vittoria finale considerando l’ottima condizione mostrata sino a quel momento. Nella controversa caduta (la Bahrain-Merida, squadra Nibali, ha chiesto un risarcimento danni agli organizzatori di ASO) il siciliano ha riportato una frattura vertebrale che ne ha condizionato il finale di stagione, su tutti l’importante appuntamento mondiale di Innsbruck, obiettivo principale di Nibali e della Nazionale azzurra di Davide Cassani. Alla Vuelta pochi lampi di azzurro, almeno nella lotta per il vertice.

 

Già, perchè nelle vittorie intermedie l’Italia se l’è cavata piuttosto bene. Il 2018 è stato l’anno della consacrazione di Elia Viviani, medaglia d’oro a Rio 2016 nel ciclismo su pista, specialità Omnium. Il veronese della Quick-Step Floors ha conquistato quattro successi di tappa al Giro (dove ha vestito anche la maglia ciclamino della classifica a punti) e tre alla Vuelta. Con 18 vittorie stagionali, Viviani si è confermato anche il miglior velocista del panorama mondiale oltre al corridore più vincente dell’intera stagione. Capitolo dolente è, ahinoi, la stagione di Fabio Aru. Il sardo, ex promessa azzurra nelle gare a tappe, non è riuscito mai a trovare il colpo di pedale giusto collezionando una delusione dietro l’altra. Svanito il Giro con il ritiro nell’ultima settimana, Aru ha fatto flop anche alla Vuelta rinunciando persino alla convocazione della Nazionale per una condizione lontana anni luce da quella che lo ha portato alla conquista della Vuelta 2015 e di due podi al Giro.

 

Dalle corse a tappe a quelle di un giorno. La parte del cannibale l’ha fatta la Quick-Step Floors, formazione belga che fa delle grandi classiche il proprio pane quotidiano. I belgi hanno vinto il Giro delle Fiandre con l’olandese Niki Terpstra e la Liegi-Bastogne-Liegi con il lussemburghese Bob Jungels. Altro importante successo è stato quello di Julian Alaphilippe alla Freccia Vallone, in cui il francese ha interrotto il dominio di Valverde che sul Muro di Huy vinceva da quattro anni. La vittoria clou dell’anno è però la Milano-Sanremo di Vincenzo Nibali. Il successo nella Classicissima di Primavera ha definitivamente proiettato il siciliano nell’elite dei grandi del ciclismo e in quella ristretta cerchia di corridori competitivi sia nei grandi giri che nelle classiche. A tal proposito da registrare che, prima di Nibali, l’ultimo vincitore del Tour de France in grado di conquistare la Sanremo (la classica dei velocisti per eccellenza) è stato Laurent Fignon nel 1989.

 

Elia Viviani, sulla destra, con la maglia ciclamino. Foto Comunicato Rcs

 

Altra perla della stagione 2018 è il trionfo di Peter Sagan alla Parigi-Roubaix. Lo slovacco ha attaccato da lontano costruendo il proprio trionfo nei settori di pavè decisivi ed annientando la spietata concorrenza degli uomini Quick-Step. Dopo tre titoli mondiali ed un Giro delle Fiandre, Sagan sfata anche il tabù Roubaix, per anni considerata una vera e propria maledizione per il talento della Bora-Hansgroe.

 

A proposito di titoli iridati, parole di elogio merita il nuovo campione del mondo Alejandro Valverde. All’alba dei 39 anni, l’Embatido ha conquistato il suo primo titolo dopo un lungo inseguimento iniziato addirittura dal mondiale di Hamilton del 2003. Prima del successo di Innsbruck, Valverde aveva collezionato ben sette podi, di cui tre secondi e quattro terzi posti. La maglia più ambita arriva al termine di una stagione meno vincente del solito ma comunque di gran qualità. Poco brillante sia nelle Classiche delle Ardenne che al Tour, Don Alejandro ha ritrovato il colpo di pedale giusto nel corso della Vuelta, chiusa al quarto posto dopo aver battagliato a lungo per la Maglia Rossa con Simon Yates. Il titolo di campione del mondo va ad aggiungersi ai quattro successi della Liegi e ai cinque della Freccia Vallone che fanno di Valverde uno dei maggiori interpreti contemporanei nelle grandi classiche di un giorno.

 

Il maestosto Valverde. Foto Safesport ID

 

In conclusione, una riflessione sulla stagione di Tom Dumoulin. L’olandese, già vincitore del nel 2017 del Giro d’Italia e del campionato del mondo a cronometro, ha chiuso la stagione con un secondo posto sia al Giro che al Tour. Negli ultimi mesi, Dumoulin ha ritrovato una discreta condizione in vista del mondiale austriaco, chiuso al quarto posto dopo una grande rimonta nei chilometri finali. L’ultimo corridore a conquistare Giro e Tour nella stessa stagione è stato Marco Pantani nel 1998. In 20 anni nessuno era mai andato vicino ad avvicinare il Pirata prima di Dumoulin. Che la prestigiosa doppietta sia ancora possibile? Sarà questo folle, discusso e bellissimo ciclismo moderno a darne la sentenza. Appuntamento al 2019.