Tra i più disparati motivi che hanno spinto Martì Perarnau a scrivere Herr Pep ve ne sono due che spiccano sugli altri. Anzitutto la voglia di scatenare l’invidia di tutte le tipologie di lettore potenzialmente interessate: semplice appassionato, tifoso, aspirante giornalista, giornalista, allenatore. Bisogna però dare atto all’autore iberico di aver giocato a carte scoperte in questo senso, perché già sulla copertina rossa del libro è ben visibile un avviso ai naviganti travestito da sottotitolo: “Cronica desde dentro de sur primer ano en el Bayern de Munich”/La prima stagione di Pep Guardiola al Bayern Monaco vissuta dall’interno (la traduzione del testo è a cura di Dario Vismara per la Libreria dello Sport).

 

Quel “dall’interno” esprime allo stesso tempo autocompiacimento e obbligatorietà. Un mix ricattatorio. Perché se da un lato manifesta tutta l’esclusività dell’opera in virtù del privilegio più unico che raro concesso a Perarnau, dall’altro impone a tutti gli altri di leggere il libro e far sì che la curiosità prevalga sull’invidia. Del resto Pep Guardiola è una delle figure più affascinanti del calcio mondiale, e anche chi non lo apprezza ne è inconsciamente attratto, vorrebbe vederlo da vicino, fosse anche solo per ridimensionarne il valore alla prima occasione utile.

 

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Pep il giorno della presentazione al Bayern Monaco.

 

L’altro motivo alla base del lavoro del giornalista è quello di dimostrare le insufficienze del calcio a spiegare se stesso. Non basta infatti guardare una partita – né dal vivo né in tv – per comprendere veramente quello che avviene in campo. Sia chiaro, il fascino del calcio e la sua diffusività a livello globale devono molto al cosiddetto “Bar Sport”, la cui funzione sociale di sano sfogatoio va sempre sottolineata e salvaguardata; ma è altrettanto vero che tra imprecazioni, sfottò e goliardate possono trovare terreno fertile semplificazioni, superficialità e luoghi comuni, con il risultato che alla fine saranno il tifo sfrenato e le frustrazioni personali a imporsi sull’analisi tecnica.

 

Mentre invece chi desideri approfondire determinati concetti e trasformare una valvola di sfogo in un’occasione di accrescimento dello spirito critico è chiamato a trattare questo meraviglioso sport alla stregua di una materia di studio, pur senza esagerare. Oltretutto, aspetto non secondario, le immagini televisive così come l’esperienza dello stadio solo fino a un certo punto possono restituire quella dimensione intima che precede, accompagna e segue le scelte dei protagonisti sul campo: questo è compito tipico della letteratura.

 

Di motivi per sorridere non ce ne sono molti, evidentemente (Photo by Sebastian Widmann/Bongarts/Getty Images)

 

Malgrado sia uscito ormai quattro anni fa, Herr Pep è da considerarsi già un classico della letteratura sportiva. Non solo perché, per la sua eccezionalità, rappresenta uno spartiacque del genere atto a influenzare gli scritti che verranno; ma soprattutto perché soddisfa quella imprescindibile caratteristica che qualifica ogni testo base: l’attualità permanente. È altresì il carattere introspettivo a informare l’opera e a posizionarla ben oltre il semplice reportage giornalistico.

 

Il viaggio di Perarnau nell’universo Guardiola prende le mosse da New York, estate 2013, al termine dell’anno sabbatico che l’allenatore catalano fu obbligato a concedersi per ricostituirsi nel corpo e nella mente dopo lo strabiliante, ma anche quanto mai sfibrante, ciclo al Barcellona: in appena quattro stagioni Pep portò a casa due Champions League (2009 e 2011), tre Liga consecutive (2009-2011), due Coppe del Re (2009 e 2012), tre Supercoppe di Spagna (2009-2011) e due Coppe del Mondo per Club (2009 e 2011). Ma più che per i titoli, il Barça di Guardiola sarà ricordato come una delle squadre più forti e belle di sempre. Una di quelle squadre che grazie a uno stile di gioco tanto riconoscibile quanto inimitabile hanno fatto la storia del calcio, assurgendo a riferimento per tutti quegli allenatori che intendano arrivare al risultato attraverso l’estetica.

 

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L’incredulità davanti al Lewandoski show: 5 goal in 9 minuti. (Foto Getty)

 

Lasciandosi coccolare dagli affetti familiari e dal benessere materiale del suo attico a Manhattan, Pep a poco a poco recuperò quella voglia di calcio che pensava di aver smarrito, e, superata non senza difficoltà l’avaria da pallone in cui era incappato, ritrovò la forza di ricominciare. Tra tutte le principesche proposte che pure lo avevano assillato – come era naturale che fosse – durante il suo soggiorno negli USA, Guardiola alla fine optò per il Bayern Monaco. Il passaggio in Baviera ha rappresentato una svolta nella carriera dell’allenatore catalano, perché per la prima volta si trattava di uscire dalla comfort zone del Barça per testare in un altro contesto la validità del suo metodo di lavoro, validità che molti critici avevano ridimensionato per via degli inimitabili interpreti di cui Guardiola disponeva: “facile giocare in quel modo se hai Messi, Iniesta e Xavi”, l’obiezione più ricorrente.

 

La sfida che raccolse Pep non era diversa dal solito: vincere praticando un calcio offensivo o “proattivo”, come dicono quelli bravi. Le difficoltà da superare, però, non erano di poco momento, perché in un certo senso Guardiola aveva tutto da perdere. Anzitutto dal punto di vista dei titoli. Il Bayern infatti era reduce dal fantastico triplete centrato da Jupp Heynckes (Bundesliga, Coppa di Germania e Champions League): le probabilità di replicare questa striscia di vittorie, anche solo per un fatto meramente statistico, erano perciò contro l’allenatore catalano. Inoltre, sul piano del gioco – la parte più intrigante della sfida – l’ambizione era quella di attuare una vera e propria rivoluzione. Ossia di esportare la sua filosofia in un paese abituato a vivere a sua volta di esportazioni e poco incline a importare, perché in Germania si praticava un calcio opposto, di tipo “reattivo”, basato cioè sulle transizioni fulminanti e indifferente al possesso del pallone, principio quest’ultimo invece alla base della visione di Guardiola.

 

Le raccomandazioni a Philipp Lahm, l’uomo chiave di Guardiola (Photo by Juergen Schwarz/Bongarts/Getty Images)

 

Naturalmente anche il resto del mondo del calcio non rimase indifferente alle suggestioni che sgorgavano dalla duplice mission di Guardiola, e fortuna che a raccogliere informazioni di prima mano sugli sviluppi della storia ci fosse uno come Martì Perarnau. Perché il giornalista iberico, consapevole dell’importanza del momento, non si limitò a recitare il ruolo di semplice testimone oculare dei fatti, bensì si elevò a vero e proprio interprete a tutto tondo della curiosità globale riversata sulla nuova esperienza di Guardiola. Anche Perarnau in un certo senso era chiamato a una sfida, quella di raccontare un passaggio chiave del calcio contemporaneo – ma a ben vedere non solo – senza omettere di “psicanalizzare” l’attore protagonista, mettendo a disposizione il suo spirito critico e la sua competenza calcistica. Pronto ad arricchire il primo e a rivedere la seconda.

 

I titoli che alla fine della stagione 2013-14 il Bayern portò a casa furono addirittura quattro: Supercoppa Europea, Mondiale per Club, Bundesliga e Coppa di Germania. Ma senza la Champions, si festeggiò meno che nell’anno precedente. E secondo alcuni, probabilmente gli stessi che sminuivano l’incidenza di Guardiola nel gioco del Barça, la stagione era da catalogare come un mezzo fallimento o quantomeno “normale”. Del resto, coerentemente con la mozione di cui sopra, “facile vincere il campionato in Germania se hai Robben e Ribery”. In effetti non fu difficile, visto che i bavaresi conquistarono il campionato nel mese di marzo. Ma le tracce presenti in Herr Pep sono molteplici, e quella inerente ai risultati è la meno interessante, in quanto reperibile altresì su Wikipedia.

 

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A gennaio 2016 dichiara ‘Voglio allenare in Premier’

 

Per non anticipare troppo ai potenziali lettori, ne scegliamo tre, assegnando a ognuna di loro una parola-titolo. La prima è “umiltà”. L’approccio di Guardiola al nuovo calcio fu straordinariamente umile. Contrariamente a quanto si possa pensare, quella di Pep fu una “rivoluzione rispettosa”. Nel senso che lavorò notte e giorno per inculcare la sua idea di calcio, ovvero il dominio del pallone, ma riservandola principalmente alla fase difensiva e/o di inizio azione. Preso atto piuttosto in fretta di non avere a disposizione calciatori dalle caratteristiche degli Xavi e degli Iniesta, di Messi non ne parliamo, una volta condotto il pallone nella metà campo avversaria con i “famosi” 15 passaggi chiedeva ai suoi un calcio più verticale, più diretto. Sia per valorizzare le frecce di primo livello che rispondevano ai nomi di Robben e Ribery ma anche, in generale, in ossequio alla cultura calcistica tedesca. Contraddicendo tutti coloro che lo bollavano come “dogmatico” o più banalmente come “l’allenatore del tiqui-taca“, quel tiqui-taca che Guardiola stesso definisce senza mezzi termini “una merda”: non è un errore di battitura, leggere per credere. Mentre la realtà dei fatti è un po’ più complessa nonché coerente con la confessione di Pep: “sono solo un ladro di idee”. Ovvero uno che non ha inventato nulla e che ha preso qualcosa da ogni esperienza.

 

La seconda traccia che suggeriamo è “magnetismo”. Guardiola ha un carisma ineguagliabile. Dal libro questo aspetto emerge in tutta la sua dirompenza, e ovviamente anche Perarnau ne è soggiogato. A volte il giornalista è persino fastidioso tanto è deferente nei confronti di Pep, quando ad esempio lo descrive mentre mangia “rubacchiando da un piatto all’altro” piuttosto che quando gli viene in mente l’idea risolutiva di far giocare Lahm centrale di centrocampo. A proposito di giocatori: tutti ma proprio tutti sono affascinati da Guardiola. E parliamo di giocatori affermati che pochi mesi prima avevano vinto tutto. Conquistati dall’umanità e dalle idee dell’allenatore catalano scoprono nuove emozioni e nuove cose di sé, impegnandosi al 100%. Inoltre, aspetto non secondario, molti di loro, in particolare Schweinsteiger, amano parlare con Guardiola a fine allenamento e non solo di calcio, riconoscendogli un eclettismo fuori dalla norma.

 

Pep osserva perplesso l’esecuzione dei famosi rondos (Photo by Alexandra Beier/Bongarts/Getty Images)

 

L’ultima traccia la chiamiamo “infelicità”. Parliamo di un professionista ossessivo. Per la verità questo lato della sua persona era facilmente intuibile, e non solo, per dirla alla Mourinho, dall’incipiente calvizie; ma Perarnau ci restituisce un quadro della situazione al limite del preoccupante. L’infelicità inguaribile di Pep nasce dal rapporto naturalmente conflittuale con la perfezione. Per quanto lavori per raggiungerla sa bene che è una corsa assolutamente impari. A un certo punto subentrerà un dettaglio, magari anche in fondo a una partita vinta bene, a rovinargli la giornata. È come se l’allenatore catalano fosse condannato a vivere nello scarto tra mondo immaginato e mondo reale. La delusione è pressoché certa. L’eventualità di commettere errori e quindi di ampliare quello scarto lo terrorizza. Per questo prima di fare una scelta passa in rassegna tutte le possibilità più e più volte, ammonendo lo stesso Perarnau quando, una sera a cena, il giornalista buttò giù con estrema disinvoltura un’ipotesi di formazione peccando di superficialità, reo di non aver tenuto in debita considerazione le caratteristiche degli avversari.

 

In quell’occasione Perarnau comprese che è troppo facile parlare da fuori, stando allo stadio o sul divano davanti alla TV, senza conoscere minimamente le emozioni e i dubbi che assillano i protagonisti. Ma allo stesso tempo quell’episodio un po’ imbarazzante gli servì per alzare l’asticella della sua competenza in fatto di calcio. Un passo indietro per farne due in avanti. Un po’ come quando gareggiava nel salto in alto a Mosca ’80. Un po’ come leggere Herr Pep.